Metto sempre gli occhi sull'impossibile.
(Charlie)
Charlie Brown
"Solo gli imbecilli non hanno dubbi"
"Ne sei sicuro ?"
"Non ho alcun dubbio!"
(Luciano De Crescenzo)
Metto sempre gli occhi sull'impossibile.
(Charlie)
Accedi o Registrati per commentare l'articolo
Accedi o Registrati per commentare l'articolo
Immaginate di entrare in una sala operatoria e di non sapere cosa vi aspetta.
Immaginate che di lì a breve sarete alle prese con un’operazione e che troverete il paziente che vi attende sul lettino. Voi penserete: vabbè è già intubato, addormentato, steso sotto il lenzuolo in un ambiente pulito e asettico; nulla che, a primo impatto, possa sconvolgere la mia vista. Al massimo potrà farmi un po’ impressione dopo, quando dovrò “aprirlo” assieme all’équipe medica che è lì per assistere e partecipare all’intervento.
Ora immaginate che questa sia la vostra prima operazione, e se non è la prima comunque state appena iniziando a farci l’abitudine perché siete all’inizio della carriera di chirurgo.
Una volta messo piede nella sala, però, vi accorgete subito che c’è qualcosa che non va. Un odore nauseabondo sta permeando l’ambiente (non c’è nessun puzzo ma voi lo avvertite, anzi, lo preavvertite), i parametri del degente sul monitor sembrano essere regolari: potete cominciare.
(Sembrano).
Nel momento in cui afferrate il bisturi e lo stringete nel pugno della mano per affondarlo nella carne del paziente siete pervasi da strane visioni. Non sapete come, né quando è accaduto, ma il corpo della persona che giace nel letto sotto i vostri occhi è completamente dissezionato.
(Completamente).
Il quadro che si presenta è devastante, orribile, sgradevole, mostruoso, ripugnante, scioccante, impressionante. Ai limiti di qualsiasi immaginazione. Solo un medico molto molto esperto, con anni ed anni di carriera, reggerebbe di fronte a quello scenario.
Il primo istinto che v’assale è quello di scappare, lasciare il paziente cadavere sul letto (non siete sicuri di reggere per tutta la durata dell’intervento), ma vi sforzate di continuare (spinti anche da una strana fascinazione per quanto la situazione sia veramente terribile).
L’evento di Annie Ernaux, Premio Nobel per la letteratura, è forse il libro più crudo, tagliente e feroce di tutti i libri della scrittrice francese. Al centro c’è il tema dell’aborto, un evento (da qui il titolo) realmente accaduto nella vita dell’autrice come autobiografici sono tutti i suoi romanzi, all’epoca ventitreenne e studente all’Université de Rouen, che viene descritto e narrato con una freddezza, un distacco, una tale lucidità che lascia, in chi lo legge, una sensazione alienante, estraniante, la stessa sensazione che si prova dopo aver ricevuto uno schiaffo: induce, in chi lo riceve, a tornare coi piedi per terra, a sentire dolore per il gesto, ma solo dolore fisico e non emotivo. È un dolore sordo, acuto, forte, oserei dire pedagogico: che punta dritto all’effetto che vuole provocare e riesce nel suo intento. Dopo quello schiaffo si ha la sensazione di uscire diversi, “nuovi”, adulti. Un’altra persona.
Ho un rapporto molto controverso con questa autrice. La sua scrittura è molto particolare.
È una prosa sterile, non abbraccia nessuna emozione, non c'è nessun coinvolgimento emotivo: la Ernaux scrive e descrive le cose per quello che sono. Ed è questa sua capacità che le permette di conoscere la vera natura, la sostanza delle cose (perché le conosce, nessun altra scrittrice, scrittore, autore o autrice è pienamente cosciente quanto lei. La scrittura con lei si fa carne e corpo. “Forse il vero scopo della mia vita è soltanto questo: che il mio corpo, le mie sensazioni e i miei pensieri diventino scrittura” cit. dal testo).
Non esistono finzioni, specchi, riflessi, solo immersioni: lei si immerge nel suo passato, nelle sue immagini, nelle sue memorie, per restituire con la scrittura la verità nuda e cruda al lettore.
O la si ama o la si odia (io sto nel mezzo). È un bisturi.
(La metafora del paziente “a vista” sul lettino nella sala operatoria è un’immagine che ho appositamente scelto per far capire a cosa si va incontro quando ci si approccia alle opere della Ernaux).
Parla di verità. E lo fa scegliendo di percorrere la strada della razionalità invece dell’emotività, che è l’opzione più esatta. La più infallibile, la più perfetta.
Le volte che mi sono trovata a leggerla mi sono sempre chiesta se è una donna in grado – e se è stata in grado nella sua vita – di provare sentimenti. Nei suoi testi non ho mai avvertito alcuno stato emotivo che la facesse sentire partecipe all’amore, all’affetto, alla carità, alla generosità, ad una apertura verso il prossimo. Ogni situazione che si è trovata a vivere l’ha vissuta sempre con distacco (l’amore, l’aborto, lo status di amante, la sua prima volta ecc.).
Ho sempre avuto l’impressione di avere davanti due donne: la Annie Ernaux che è la protagonista del libro e la Annie Ernaux spettatrice che analizza la sua stessa esistenza osservata da fuori con occhio critico, preciso, affilato, senza sbagliare una virgola. Una sorta di giornalista che va a seguire uno spettacolo di danza, una rappresentazione teatrale, un concerto, e poi è chiamata a recensire ciò che ha visto. Al termine caccia fuori un articolo pazzesco che non tralascia nulla di quanto ha visto o sentito, ma essendo appunto un articolo – e non un romanzo – non c’è bisogno che faccia rimando alle emozioni o alle sensazioni che ha provato – se le ha provate – sulla pelle. È tutto riportato nella anamnesi del testo che condurrà ad una diagnosi (come sempre) impeccabile.
In certi momenti la schifo (mi urta la sua aridità d’animo). E in altri momenti la esalto (invidio la sua “spietatezza”, il suo protendersi al nucleo della verità, esaminare la vita con algido acume).
La repello perché non sono in grado di vivere un testo come lo vive lei (mi chiedo anche come faccia a scrivere senza lasciarsi trasportare dalle emozioni che suscita la scrittura, la memoria, la fantasia, la nostalgia e tutto il resto ma, cosa assurda, riesce in maniera egregia ad esprimere tutto quanto c’è da esprimere, descrivere, spiegare), e quindi anche i suoi romanzi li vivo con gli stati d’animo con cui vivo i libri e come – penso – vadano vissuti, di cui ne è parca l’autrice. Ci sono volte in cui è molto distante da me (ma forse è il contrario: sono io ad essere lontana da lei).
La incenso perché la sua scrittura così granitica, tagliente, brutale, cruenta, senza sensi di colpa e senza remore è necessaria per poter meglio analizzare la realtà che ci circonda; difatti, benché nelle sue opere non venga mai fatta menzione dei sentimenti (atroce l’episodio tratto da L’evento in cui, dopo aver scoperto di essere incinta e il medico complimentandosi le dice “i figli dell’amore sono sempre i più belli”, lei pensa “era una frase terribile”, annotando poi sull’agenda “È orribile: sono incinta”) colei che scrive coglie comunque un aspetto che non può passare inosservato: transennare la strada alle passioni, agli affetti, all’amore, consente di considerare questo lato spirituale della natura umana da un’altra prospettiva che può esser ritenuta, mi rendo conto, cinica e priva di empatia. Sembra una cosa impossibile a farsi e a pensare (come si possono razionalizzare i sentimenti?), ma si può fare.
È risaputo che l’emotività è una cattiva consigliera. Quando siamo preda delle passioni e del sentimento perdiamo del tutto la ragione, offuscando quelli che sono “i sensori” che ci permettono di conservare il nostro equilibrio e la nostra serenità nel quotidiano.
L’amore non ci consente di giudicare con lucidità, la rabbia non ci consente di avere controllo, così come il dolore o il dispiacere verso la propria sofferenza (sia essa interiore o fisica) non ci consente di guardare le cose con obiettività.
In tutti questi casi la Ernaux mantiene un distacco impressionante (c’è da complimentarsi oppure da biasimarla?).
Mentre scrivo non distolgo l’attenzione alle pagine del libro. Ho la storia ancora davanti, la sto ancora vivendo. In modo diverso da come è stata vissuta dall’autrice – pur se l’ha definita indimenticabile – ma, proprio per tutto ciò che si porta dietro (sia sotto il profilo individuale che sociale: è da tenere in conto anche il periodo in cui si svolsero i fatti, epoca che non è molto diversa da quella del tempo presente per il modo di pensare, legiferare, governare e amministrare) non posso fare a meno di non ritornare su quell’evento e su quelle parole.
Discorrere di questo testo è complicato, ci sono due punti di vista (il mio di lettrice e quello della Ernaux di dichiaratrice che si confessa pur non sentendosi una penitente, anzi. Dopo aver raccontato di aver abortito ad un sacerdote non metterà mai più piede in una chiesa) che sono l’uno l’opposto dell’altro. Questi due profili viaggiano su due binari distinti, fino ad incontrarsi. A questo punto (o incrocio) non so più qual è il filo del mio pensiero e quello dell’autrice, che ha messo in discussione quelli che reputavo i punti fermi di ciò che concerne l’esistenza di un individuo (in particolare, dell’esistenza di una donna nella sua interezza).
È un libro che richiede moltissimo tempo per metabolizzarlo, e non credo lo si riesca a digerire del tutto.
E a convincerti a pensare che, nella maggior parte dei casi, è meglio sottoporre le cose sotto la lente di ingrandimento dei lumi e non del romanticismo.
Accedi o Registrati per commentare l'articolo
Accedi o Registrati per commentare l'articolo
Ognuno di noi ha un Santo a cui votarsi e a cui chiedere protezione. Pur non essendo credente, posso dire di avere due Marie che, anche se non sono Sante, sono delle sante persone a prescindere (sto aspettando la terza per il panettone delle Tre Marie; come si dice? Non c’è due senza tre e il quarto vien da sé).
Tra le due (Marie) non sono in grado di dire chi ha la precedenza. Nel mio cuore non c’è un podio. Semplificando: non esiste un primo, un secondo, un terzo posto.
Riflettendoci, tolti gli affetti stretti, non c’è alcuna differenza. Sono tutti sullo stesso piano (davvero non riesco a pronunciarmi su chi tengo di più, ho amato e amo tutti in egual misura).
Per raccontare della persona protagonista di questo post devo però distinguerla dall’altra Maria, altrimenti non si comprende a quale delle due mi riferisco.
Cominciamo col dire che una della due è la segretaria del mio medico di base, l’altra è Maria la ragazza che ho conosciuto a Napoli lo scorso anno durante un mio soggiorno nella città partenopea (con cui mi sento e sono rimasta in contatto).
Anche Maria la segretaria è napoletana. Insomma… viva Napoli! (mo’ ha vinto pure il quarto scudetto… ‘o vedete che il quarto vien da sé? Non è il caso dello scudetto, s’intende. Lì c’è stata dedizione, concentrazione, passione, e chi più ne ha più ne metta. Sto buttando, al solito, parole a cavolo).
L’aneddoto in questione riguarda quest’ultima.
Il mese scorso mi ero recata presso lo studio del dottore per farmi prescrivere gli antistaminici sperando di trovarla alla solita scrivania (scassata, come il condizionatore, e pericolante come la stampante che vi era poggiata sopra. Mo’ però non cominciate col dire “e che cosa vuoi pretendere dai napoletani? Quelli così sono, sempre ad arrangiarsi e a campare abborracciandosi di qua e di là” ché Maria, in queste cose qua, non c’entra proprio nulla. Anzi, permettete? Un consiglio: smettetela di emettere giudizi a prescindere e di vivere con la testa colma di pregiudizi. Aprite gli occhi, il cuore e soprattutto il cervello).
Quando mi recai due mesi fa Maria non c’era, al suo posto c’era una sostituta. Ebbi timore di chiedere se il dottore l’avesse sostituita con un’altra segretaria, mi sembrava poco carino e irriguardoso nei confronti della “vice” domandarle, insomma, che ci stesse a fa’ al posto della mia Maria.
Da circa due anni Maria è sempre più magra. Più passano i giorni e più dimagrisce. Ho pensato volesse tenersi in forma data l’età, – che avanza per tutti – è sempre meglio, infatti, mantenersi agili col fisico, senza abbandonarsi al sovrappeso; oppure che i figli la tenessero impegnata con i nipoti e che non le concedessero un attimo di respiro.
La verità, come poi ho scoperto, è un’altra.
Tutto è partito da questa benedetta scrivania scassata. Eravamo in due nella sala d’attesa.
Maria ci ha scherzato su questa cosa della scrivania, e noi le abbiamo dato spago commentando con battute ironiche fino a quando non se ne è uscita dicendo “fino a che sono queste cose che si rompono non me ne frega niente, la cosa brutta è quando si rompono le persone”. Ha poi proseguito confessando “dopo quello che mi è successo quest’anno mi basta e m’avanza. Non ne voglio sapere più nulla, perché perdere due nipoti… giovani… nel giro di un anno penso che sia abbastanza, o no? (calca l’interrogativo con la voce, n.d.r.) Due nipoti per i quali nutrivo un amore immenso… non vi sto a spiegare quanto è stata grossa questa perdita e la sofferenza che ho provato e che provo ancora”.
(Per assurdo che possa sembrare, mentre la raccontava, l’ho sentita anch’io).
Retorico dire che a queste sue parole è calato un silenzio “tombale”.
“Poi mi vengono a dire che sono dimagrita…grazie che sono dimagrita! Ti pare niente quello che mi è successo?” (alza verso noi pazienti due occhi verdi che luccicano come solo il dolore riesce a far luccicare queste due finestre umane aperte sul mondo).
“Come se non bastasse ieri mi chiama mio fratello a telefono e mi dice che devo scendere giù perché mamma ha preso una storta al piede e non riesce a camminare. Dicette ‘Marì, devi scendere!’ Che aggia fa’? Posso dire di no?”.
“A Napoli?” le chiedo. Annuisce.
“Beh, consolati. Almeno ne approfitti per immergerti nelle bellezze della tua città”.
Fa un cenno con la testa che sta a metà tra l’essere fiera e l’altra metà, suo malgrado, sconsolata.
“Ci mancava solo questo” continua “tra nipoti, madre, e figli che come finisco qua devo pure correre di là che m’aspettano… e poi mi vengono a dire che sto magra…”
Mentre parla alza e abbassa la testa, con un occhio rivolto all’agenda, al pc e alle incombenze da sbrigare che le ha lasciato il dottore sulla scrivania e un altro rivolto a chi le sta di fronte, provando a tenere alto l’umore.
“Tu mo’ hai capito come sto combinata?” conclude.
Quando i suoi occhi, prima rivolti all’altra paziente, incontrano i miei l’impressione è quella di avere davanti due chiodi che bucano la parete per sostenere il peso di un quadro.
“No, non ho capito” rispondo. “So”.