21.05.2026
Charlie Brown
"Solo gli imbecilli non hanno dubbi"
"Ne sei sicuro ?"
"Non ho alcun dubbio!"
(Luciano De Crescenzo)
21.05.2026
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21.05.2026
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18.05.2026
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Questa sarà una recensione al contrario, nel senso che non sarà una recensione positiva ma negativa, e questo perché il romanzo dell’autrice in esergo non mi ha impressionato da nessun punto di vista (trama, personaggi, caratterizzazione, prosa, scelta stilistica, descrizioni, ambientazioni, periodi temporali, successioni di scene, dialoghi) annoiandomi fino allo sfinimento.
È bene premettere che Dio di illusioni fu pubblicato negli anni Novanta, e cioè tra il 1992 e il 1995, e divenne – come gran parte dei libri – un caso editoriale considerato come romanzo “di formazione”.
Apro e chiudo parentesi: questo testo non forma proprio nulla, è già tanto se riesco a formare una recensione decente che abbia un po’ di senso logico (che manca del tutto al romanzo). Se proprio vogliamo parlare di forma ci si deve riferire esclusivamente in relazione al volume del libro composto di ben 622 pagine (che potevano essere spremute in meno della metà) non certo alla trama; ma questa è, come sempre, l’opinione di chi scrive dato che la gran parte delle persone che lo ha letto lo ha definito (e lo definisce) un capolavoro. Ad affermarlo non è solo il lettore comune – di cui è possibile visionare il commento nei vari forum delle community dei libri – ma, a quanto pare, vi è unanimità anche da parte della critica.
Ok, non ci ho capito niente io e faccio mea culpa, per questo ho aperto e chiuso parentesi (veloce), quindi proseguiamo.
Dio di illusioni è tornato sotto i riflettori grazie al fenomeno BookTok conquistando il pubblico dei giovani e degli adolescenti (la cosidetta Gen Z) e per l’immaginario della “dark arcademia”. Cosa sia questa “dark academia” non è che l’abbia proprio capita, presumo riguardi l’ambientazione del romanzo visto che siamo nel Vermont dove un gruppo di ragazzi frequenta un college esclusivo, accessibile solo ad una determinata fascia di persone che appartiene ad una determinata classe sociale, ovvero l’alta borghesia.
Non basta, perché se “academia” rimanda in un certo senso al ceto abbiente c’è da chiedersi il perché di quel “dark” messo all’inizio del lemma. Perché è una storia cupa, ecco perché. O meglio, vuol essere una storia gotica, intrisa di mistero ed horror (con una pennellata di sfumature psicologiche), ma l’orrore da cui sei assalito è l’unico aggettivo possibile con cui desideri definire il romanzo.
Partiamo col dire che non c’è nessun mistero perché tutto viene già rivelato nel prologo: vittima, assassino, luogo e movente. Ergo: non è solo questa recensione che parte al contrario ma è il romanzo de quo che parte al contrario, ragion per cui il soggetto che recensisce non può far altro che uniformarsi alla struttura narrativa del testo.
I protagonisti dovrebbero essere cinque: Henry (il “capobanda”), Francis (ragazzo con tendenze omosessuali), i gemelli Charles e Camilla (che, sembra di capire, hanno rapporti incestuosi) e Bunny (di classe agiata come i suoi compagni ma il più sfigato perché sempre in cerca di attenzioni e di denaro, i suoi genitori sono molto parsimoniosi pertanto è costretto ad approfittare della benevolenza e del portafoglio dei suoi amici per vivere nel lusso come piace a lui, ma, diciamo francamente le cose come stanno, come piace un po’ a tutti).
Diventano sei protagonisti se al gruppo appena citato aggiungiamo Richard che è la voce narrante. Ma potrebbero diventare anche sette se insieme ad essi inseriamo anche Julian Morrow, il professore di letteratura classica e greco antico dei ragazzi, l’artefice di quanto accade (pardon, accaduto).
Seguono altri personaggi secondari che l’autrice descrive e sviluppa come fossero, anch’essi, personaggi principali del romanzo (ma che, personalmente, trovo che rechino solo tedio alla storia tirandola per le lunghe).
Richard è l’unico del gruppo che non ha nulla a che spartire con Henry, Francis, Charles, Camilla e Bunny. I suoi genitori sono gente comune, è un ragazzo che lavora per pagarsi gli studi ed è l’unico ad avere “la testa a posto”. Di contro, i suoi amici sono persone viziate, aduse a vivere negli agi, fumare, bere, fare uso di droghe, correre in macchina e ad avere rapporti sessuali con chiunque. Tuttavia Richard, appena mette piede all’Hampden College viene subito attratto dal fascino di questi ragazzi. All’inizio non ha ben chiaro chi siano e cosa fanno, per Richard rappresentano solo una via di fuga dalla sua noiosa vita di provincia a Plano, in California. Non li conosce a fondo come gli altri studenti del college con cui ha modo di interfacciarsi, uscire la sera, mangiare, studiare, frequentare i corsi, in quanto “i ragazzi del professor Julian” conducono una vita a parte poiché isolati dal resto degli altri studenti.
Henry, Francis, Charles, Camilla e Bunny vivono e studiano in un’ala dell’istituto completamente distaccata dal college seppur inserita nella struttura, quasi una sorta di dépendance. Infine, pochi sono gli studenti ammessi al corso del professor Morrow il quale si occupa personalmente della selezione dei suoi studenti (scegliendo solo quelli che, secondo lui, sono menti “eccelse”), declinando gli obblighi e le regole imposte dall’Hampden College e senza il coinvolgimento e il parere del corpo docente attirandosi le loro antipatie.
Stante i modi freddi e inavvicinabili dei ragazzi, dovuti in parte alla loro posizione sociale e in parte nel sentirsi superiori intellettualmente al resto degli studenti, complice anche l’attitudine del loro professore nella scelta dei frequentanti il suo corso di studi, Richard escogita un piano per farsi notare ed entrare nelle loro grazie e in quelle di Julian Morrow.
Ebbene, qui dovrebbe avere inizio la storia che ha fatto appassionare e continua a fare appassionare milioni di lettori.
Fatto sta che questo “capolavoro” di romanzo non parte, è simile ad un’auto rimasta impantanata nel fango che non ne vuol sapere di tirarsi fuori dalla melma continuando ad avvitarsi su sé stesso come ruote, appunto, di una macchina che girano a vuoto sollevando solo spruzzi di fanghiglia¹ .
I personaggi sono delineati superficialmente, la Tartt non ne dà una caratterizzazione psicologica precisa, netta, che possa distinguerli gli uni dagli altri. Questi ragazzi sono tutti uguali: vuoti, assenti, dediti ai vizi e ai giochi più biechi. Non si fanno nessuno scrupolo quando uccidono un uomo, non hanno rimorsi, rimpianti, sensi di colpa. Anche il loro rapporto non è un legame solido sorretto da stima, fiducia, impegno, si regge sulla sudditanza di Charles, Camilla, Bunny e Francis ad Henry che li manovra come burattini. Ciò che li unisce è solo la passione per lo studio e per i classici (Dante, Omero, Platone) e il loro status sociale.
L’impressione che ne ho ricavata è stata quella di un gruppo di ragazzi che stanno insieme solo per essersi macchiati della colpa di aver ucciso una notte un contadino, pertanto di essere gli unici custodi di questo terribile segreto (il titolo originale del libro è infatti The secret history).
Tutto accadde durante un semestre autunnale trascorso in una tenuta di campagna di proprietà di Francis, uno dei tanti interludi accademici del gruppo tra un fine settimana e un altro che sono soliti riempire bivaccando tra cene, feste e uscite varie. Questo almeno è l’uso e il costume degli studenti dell’Hampden College, perché le “abitudini” dei cinque protagonisti del romanzo hanno del paranormale.
Loro non sono come gli altri studenti, dalla prima pagina la Tartt lo fa capire chiaramente (l’unica cosa chiara del testo). Sotto la spinta degli insegnamenti di Julian, appassionato cultore di Dioniso e alla costante ricerca della bellezza nonché alla contemplazione del divino, Charles, Camilla, Henry e Francis si fanno prendere la mano e, causa l’effetto di sostanze stupefacenti mischiate all’alcool, una sera compiono un baccanale a cui segue un omicidio nei pressi del luogo in cui i quattro consumano il rito.
In realtà il lettore non assisterà mai alla vicenda che ha al centro l’assassinio di un innocente, ne verrà a conoscenza solo per bocca di Henry che racconta l’accaduto a Richard. L’ innesco è offerto da Bunny (l’unico escluso quella notte “dal rito” perché ritenuto troppo chiacchierone dai compagni) che instilla in Richard il dubbio che i loro amici si siano spinti un po’ troppo in là con le loro bravate. A questo punto quando Richard domanda ad Henry cosa ci sia sotto, Henry non ha dubbi che il prossimo passo da compiere è quello di togliere di mezzo Bunny, diventato troppo pericoloso per la pessima abitudine di non riuscire a stare zitto, soprattutto quando è ubriaco (cosa che avviene spesso), ed è quello che si appresta a fare col gruppo assieme alla complicità di Richard che si ritroverà, suo malgrado, ad essere correo del suo primo omicidio.
Alla fine, dopo pagine e pagine e pagine e pagine di nulla cosmico (meglio la lettura de I Promessi Sposi del Manzoni che è più appassionante, alla faccia del Ministro Valditara, della Commissione Ministeriale, del professor Claudio Giunta o di chi per lui o di chi ne fa le veci e voci, che lo vuole procrastinare al quarto anno di liceo invece di farlo stare bene dove sta al secondo anno) verrà fuori che l’unico ad aver capito chi siano i veri responsabili dell’incidente/delitto occorso a Bunny (nonché dell’altra vittima innocente) sarà proprio Julian Morrow che, deluso dal comportamento dei suoi ragazzi (chissà, pensava veramente che questo gruppo di svitati viziati fossero dei geni?), li abbandonerà di punto in bianco per trasferirsi altrove ad insegnare.
E non finisce mica qui (già, perché cinquecento pagine erano ancora troppo poche per l’autrice).
Henry, a sua volta deluso dalla decisione del suo professore di volerli lasciare al loro destino ricusandoli, finisce con l’impazzire sul serio scrivendo il finale drammatico della storia con un coup de théâtre che ha la pretesa di essere l’effetto sorpresa oltre che l’ “effetto wow” del romanzo(chi avrà desiderio di leggerlo e chi, al termine della lettura, la penserà come me l’unico wow che pronuncerà sarà quello del “Wow, finalmente l’ho finito… non ci speravo proprio!”).
Cosa succede e qual è questo finale non ve lo dico, consegno a voi il malloppone di seicento e passa pagine da leggere e il compito di scoprirlo da soli. Quello che mi sento di dire l’ho detto ed è meglio piantarla qui (una parola è troppa e due sono poche), aggiungo solo qualche considerazione qua e là anzi, più che considerazione, alcune domande.
La prima.
Perché l’ho letto se non mi piaceva? Questa, per esempio, è una bella domanda. E io vi rispondo così: le recensioni erano positive (mai affidarsi alle recensioni! Sono opinioni soggettive che discendono dal gusto personale, e siccome i gusti variano da persona a persona la cosa può piacere come può non piacere. PS: diffidate pure delle mie, magari il romanzo vi piace).
La seconda.
Come sono venuta a conoscenza di questo libro? Me so fatta ‘n giro su BookTok? Certo che no, ho fatto un test. Sapete quei test cretini che pretendono di sapere e conoscere tutto della vostra personalità e che si scovano su internet (in questo caso inserito all’interno di un sito di libri e letture)? Dunque ho fatto il test, ed è venuto fuori che questo era il libro per me (se fosse veramente così devo cominciare sul serio a preoccuparmi).
Sciocchezze a parte, presumo che l’algoritmo del test si sia basato sulla passione che ho per i classici, per la filosofia, per la psicologia, per la letteratura (non è una coincidenza che, una quindicina di anni fa forse anche più, mi iscrissi alla facoltà di Lettere Moderne) e per il noir e che, dall’insieme di questi elementi, è saltato fuori che questo romanzo fosse il genere di mio gradimento. Non che abbia sbagliato del tutto, solo che di filosofia, di letteratura, di lettere – classiche o moderne – o di psicologia questo libro non ha proprio nulla, se non dei piccoli accenni e qualche motto di Platone e di Omero sparso qua e là.
Non c’è un approfondimento di quelli che sono i temi essenziali del romanzo (il culto di Dioniso, tanto per citarne uno, che poi è anche il Dio a cui si riferisce il titolo e la ragione per cui questi ragazzi sono così strampalati e si comportano come tali) o qualcosa che faccia capire da dove nasce questo disagio giovanile, quali sono le cause che spingono questi ragazzi a vivere in maniera così eccessiva senza rendersi conto delle conseguenze e delle responsabilità delle loro azioni (le scene sono sempre le stesse, ripetitive, monotone, pesanti, lente: loro che bevono, dormono, sono sotto stupefacenti o sono ad una festa; nei dialoghi non c’è niente che abbia sostanza o che sia utile a svelare il filo conduttore della storia, che faccia immaginare cosa possa succedere nei capitoli successivi o indurre a proseguire e stimolare la curiosità. I personaggi, nonché i dialoghi, sono fermi allo stesso punto, non aggiungono o sottraggono nulla alla vicenda risultando tutto molto confuso, paludoso, statico, inerte).
È una storia che non dice nulla, non insegna nulla, non fa vedere o scorgere nulla, non “forma” nulla e nessuno; nulla si distingue, neanche i luoghi, né la vita passata di chi abita questo mondo. Anche il tempo sembra non passare mai perché ogni giorno, ogni minuto è uguale all’altro. Persino i personaggi complementari sono “il doppio” dei personaggi principali. Tutti uguali.
Questo romanzo è un labirinto di specchi dove si sa da dove e quando si entra, e non si riesce a scorgere la fine (uscita).
Anche la traduzione dall’inglese all’italiano non è delle migliori, un appunto che mi sento di fare perché in tanti hanno giudicato la scrittura di Dio di illusioni come una prosa raffinata, magnetica, avvincente, fluida, di grande spessore e dotata di gran ritmo, “un libro da cui è impossibile staccarsi” (ma che romanzo hanno letto? Che esista un omonimo? Forse c’è bisogno davvero de drogasse² per capire questo testo come fanno di continuo i suoi protagonisti, così… tanto per entrare in empatia…).
È forse uno dei libri più angoscianti che abbia avuto tra le mani per il senso di claustrofobia che mi ha trasmesso. Sia chiaro: anche L’uomo del labirinto di Donato Carrisi è claustrofobico, ma c’è suspense, ritmo, azione, tensione, mistero, curiosità, al contrario di Dio di illusioni dove si resta imprigionati nella tela del ragno e l’unico stato d’animo che si prova è depressione, vacuità, cattività, passività, perdita totale di vitalità e voglia di vita (Ade vienimi a prendere, stuprami! Saltami addosso! Faiqualcosatiprego!, n.d.a).
Terza ed ultima domanda.
Perché hai proseguito la lettura se già le prime sessanta pagine si sono rivelate un flop?
Perché mi dispiace lasciare un libro a metà e perché volevo dargli una seconda possibilità, magari davvero accadeva qualcosa nelle pagine successive come tanto si declamava nei forum e nelle community (no non accade nulla fidatevi, perché è già tutto accaduto. Beh, allora quando l’ "Opera" è così sublime – viste le recensioni e i commenti positivi di questo favoloso volume – non perdete le speranze: tutti voi avete la possibilità di diventare dei Grandi Scrittori, basta scrivere una cag*** qualsiasi e avrete comunque il vostro pubblico di adulatori³).
Che dite, la finiamo? Vi ho ammorbato abbastanza?
18.05.2026
¹ L'espressione (impropria) “spruzzi di fanghiglia” indica gli accenni contenuti nel romanzo.
² Trad.: di drogarsi.
³ Tony Pitony docet e compagnia bella di “artisti” non di strada, ma pescati per strada perché scappati di casa.
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