Charlie Brown
"Solo gli imbecilli non hanno dubbi"
"Ne sei sicuro ?"
"Non ho alcun dubbio!"
(Luciano De Crescenzo)
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C’è un momento della giornata che preferisco assaporare con tutta calma: sedermi a tavola per fare colazione. Me lo godo il più possibile, senza subire l’ansia di darmi una mossa per stare al passo con gli impegni del giorno. Quello che avviene dopo è un casino. È un continuo stato di apnea che mi lascia addosso la sensazione di aver fatto tutto e di non avere fatto niente, quindi mi ritrovo a sera a fare i conti con quello che ho portato a termine (e di come l’ho portato a compimento) e con le cose che ho rimandato di fare. Per mancanza di tempo.
Il tempo sembra non essere mai abbastanza. Anche adesso che sto scrivendo avverto la pressione di sbrigarmi a completare il pezzo. Per quale motivo? Che fretta c’è? Perché il cervello si è ormai adeguato ai ritmi del presente, un presente informatizzato, sempre più tecnologico, che vuole che gli esseri umani siano macchine e non esseri umani; perché c’è bisogno di correre, produrre, aumentare il PIL, moltiplicarsi, tenersi impegnati, avere sempre qualcosa da fare per non essere bollati come “nullafacenti” o come “quell’essere inutile”.
Premesso che siamo tutti d’accordo sul fatto che dare il proprio apporto per la comunità è sempre un’azione utile, sia che lo si faccia con l’intelletto (avanzo una proposta, do una mia opinione, lancio una iniziativa) sia che lo si faccia in maniera concreta, col sudore e con la fatica. Tocca capire quante di queste azioni sono veramente utili e quante no.
Ho la sensazione che se affidassimo le due cose alle braccia della bilancia il peso graverebbe di più sulle seconde.
Prima che creassi questo blog c’era una paura che avvertivo nell’aria (presentimento che è diventato certezza). Il fenomeno social. Non avevo mai frequentato prima d’ora nessun tipo di social network, non solo perché li reputavo e li reputo ancora di una tristezza infinita (la solitudine è spaventosa in quel mondo lì), ma per la quantità di cattiveria che prolifera e si accumula generando montagne di spazzatura. Ebbene, fino a che questa sorta di macchina tritatutto si limitasse a produrre pochezza e inutilità nella sua monade senza coinvolgere la vita reale, le cose da quest’altra parte della barricata potrebbero pure funzionare (se non proprio al meglio comunque tenendoci un po’ a distanza dalla schifezza), il problema sta nel fatto che accade tutto il contrario. Il mondo di Facebook, Instangram, Tik Tok, X, Youtube, Telegram, WhatsApp (il mondo internet) è diventato “realtà”, ed essendo questo un “tipo” di realtà che, per sua natura, è veloce, abbiamo cominciato tutti a correre e non ci ferma più nessuno.
Ma velocità non è sinonimo di qualità. Tutt’altro. È il suo contrario. È quantità senza qualità, senza contenuti e senza sostanza. Come la maggior parte dei programmi in TV, come gran parte delle canzoni, delle informazioni, dei dialoghi, e non da ultimo dei libri. Si assiste ad un impoverimento del verbo, del corpo dei messaggi, dei testi; gli stessi brani delle canzoni sono svuotati di senso e la parola non è più uno strumento per creare storie, poesie, immagini, emozioni, ma è usata solo per comporre il testo, non per accompagnare e accompagnarsi alla musica creando un’armonia di suoni. La musica di oggi è tutto un bum, bum, bum, un rumore mono-tono e (peggio ancora) uguale a tutti i cantanti. C’entrano i talent (Amici, XFactor, The Voice e altro)? C’entrano le case discografiche? C’entrano internet, gli influcencer, gli youtuber, i tiktoker? Perché le canzoni del passato – e gli album dei grandi artisti del passato – ogni volta che le ascoltavo, sin dalla prima strofa, mi facevano partire in testa dei film narrandomi storie con cui si potevano scrivere pagine di romanzi? Perché accendevano l’immaginazione e adesso non si riesce a capire manco mezza frase di quello che cantano ‘sti cantanti?
Stesso discorso si declina con i libri. Basta iscriversi ad una di queste piattaforme (Wattpad, IlMioLibro, Open, BookTribu) oppure essere in lizza nei concorsi letterari (il più noto è il Premio Italo Calvino che ha lanciato tantissimi autori nel panorama editoriale) che eccoti pronti sui banconi delle librerie, o a fare la loro bella mostra nelle vetrine, libri di nuova generazione belli e sfornati. In tutta sincerità a me sembra che occupino solo spazio nelle scansie, di questo passo con tutti i testi di saggistica, cucina, romanzi, auto aiuto, libri “scritti” da calciatori, vip e influencer che vengono pubblicati ogni giorno, le librerie saranno costrette a chiudere ogni mese per rifarsi il look e darsi una ristrutturazione per quintuplicare gli scaffali. E poi per cosa? Per leggere parole masticate da altri autori prima di loro che cambiano solo nella forma e nello stile ma che, nella sostanza, sono sempre le stesse storie con le stesse ambientazioni e gli stessi personaggi? Quanti di questi testi raccontano la realtà (quella reale, non quella di internet o le fiction)?
Così nel campo del giornalismo. Quand’ero piccola gli addetti all’informazione erano esclusivamente la carta stampa, la radio e la televisione (nello specifico, i telegiornali). La notizia veniva resa nota, e per quel giorno era tutto. Seguivano aggiornamenti all’occorrenza.
Nel 2025 (così come dagli anni 2000 in poi) la notizia del giorno non è più la notizia del giorno, ma la notizia del mese. C’è una differenza di proporzioni, si predilige la quantità piuttosto che concentrarsi sulla vera notizia (una saturazione di programmi televisivi titolati senza alcuna distinzione tra loro che servono solo a farsi concorrenza tra giornalisti). Anche a voler guardare un bel film prima di andare a nanna, come se ne davano in onda all’epoca, non lo si trova manco a impiccarsi. Nel piccolo schermo impazzano reality (dove anche qui di reale c’è poco e niente), fiction, programmi di inchiesta o approfondimento (quante volte dobbiamo scaldare ‘sta minestra?) e talk show politici (più che talk show andrebbero definiti per quello che sono davvero, ovvero killer show e hit show, più genericamente cumulabili nella categoria degli horror show).
Ora, è ovvio che tutta questa scorribanda del progresso, di internet, dell’avanzamento tecnologico, della informatizzazione di ogni aspetto della vita (si pensi alla giustizia dove il deposito degli atti e le udienze avviene online, ma anche le ricette mediche, l’invio dei modelli della dichiarazione dei redditi, così come la richiesta delle istanze da parte del cittadino che deve, obbligatoriamente, essere munito dell’identità digitale) abbia cambiato il nostro modo di vivere, di pensare e di agire, sia per ciò che concerne la sfera individuale ma, soprattutto, il nostro rapporto con gli altri. Non siamo più umani, siamo dei robot. Ci siamo trasformati in macchine per produrre (non creare, ma produrre), sporcare, accumulare, scansare, generare entropia in nome del Dio Denaro disconoscendoci e facendoci la guerra tra di noi. Detto in altro modo: ci stiamo (auto)distruggendo.
Discutiamo del conflitto tra Gaza e Israele, della Russia contro l’Ucraina, ma non ci accorgiamo che prima di parlare della guerra che accade in Europa e in Oriente (facendo finta che ci interessi qualcosa e sempre facendo finta di trovare delle soluzioni) dobbiamo preoccuparci della guerra che ci stiamo facendo tra di noi tramite questo sesto potere (social media) che incide non di poco sul nostro comportamento. Ci accavalliamo nelle opinioni, sgomitiamo, insultiamo, sputiamo in faccia quando non siamo d’accordo con l’altro perché quello che diciamo noi è legge e non ammettiamo il confronto, facciamo a gara a chi urla di più, a chi vende più libri, a chi fa più concerti (e poi cade in depressione), a chi recita in più film o a teatro, o a chi scrive l’articolo più chic e lo scrive per prima per la sua testata (scivolando in errori di battitura), col risultato di non aver fatto niente di utile per la società (a parte blaterare tanto per il piacere di dare fiato alla bocca) e di trovarsi con un nulla di fatto in mano, che è lo specchio del vuoto assoluto dell’era contemporanea che siamo costretti a sopportare per sopravvivere. L’ “utilità” è confusa con lo stare sui social, presenziare agli horror show (il più delle volte per promuovere un disco, uno spettacolo, un libro, un programma) e “dire la propria”, che poi non è mai un esprimere la propria opinione perché tanto la mia opinione è diventata l’opinione di tutti, e quando non è più di tutti diventa pretesto per litigare e scatenare polemiche senza giungere ad un esito. Basta scorrere le interviste di un qualsiasi Vip: letta una, le altre sono identiche. Quello che dici te, lo dico pure io. Nulla di nuovo all’orizzonte.
Fingiamo di concentrarci sui problemi che ci affliggono quando, al contrario, siamo solo concentrati su noi stessi e su cosa inventarci per stare al centro dell’attenzione e far parlare di noi. Quando ciò non avviene – o non c’è riuscita nell’intento di lasciare traccia di sé – si passa alla violenza. Anche quest’ultima viene fatta passare come un atto di ribellione nei confronti di un regime governativo che tende a riportare alla luce la politica dei fasci, ma il movente è molto più complesso di quanto appare.
Il nucleo della questione rimane invariato: se non ci fermiamo a pensare (ma pensare come azione, non come prima coniugazione del verbo pensare e stop), se non la smettiamo di correre per arrivare sempre primi o per il terrore di essere dimenticati e di non lasciare segni del nostro passaggio sulla Terra, non arriveremo a concludere niente se non continuare ad alimentare la merce del nulla, un passa-tempo in cui sguazzare che, invece di ancorarci alla realtà, mette sempre più distanza tra noi e l’esistenza, rendendoci esseri cattivi, assenti, deviati, depressi e “meccanizzati”.
E quel che è peggio manipolati dal sistema economico del consumismo, un enorme contenitore cavo di contenuto, che ha finito col consumarci.
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Tutti sono capaci a leggere e a scrivere,
ma sono pochi i veri lettori e i veri scrittori.
(Charlie)
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Era spettacolare
quel suo avanzare
e poi ritirarsi,
timida,
e infine guerriera
sfidava la roccia
la accarezzava appena.
Dopo, quando sembrava arresa
di soppiatto la coglieva di sorpresa,
la schiaffeggiava
urlava alla sua indifferenza
si spezzava
sputando schiuma
e con la schiuma avvolgeva la pietra.
Ed era uno spettacolo
vederla spaccarsi, rompersi,
testarda riprovarci
per giocare a chi era più forte -
nei flutti, tra gli sputi -
senza che cambiasse lo stato delle cose.
Il cielo era plumbeo, la roccia restava immota
col tempo anche le punte più aguzze si sarebbero arrotondate
avrebbe cambiato forma
ma l'aspetto no, perché la sua natura era quella di roccia
e chissà se quella che l'avrebbe divorata, mai paga
sarebbe stata la stessa onda.
Era uno spettacolo, sì
quel mare senza parole
in un rabbioso gennaio carico di pioggia.
(Charlie)
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Rosa sparì dietro la porta che tenne socchiusa. La sentì parlare con qualcuno all’interno. Dopo poco uscì.
« Può entrare »
« Grazie »
Diego aspettò che la donna scendesse le scale prima di varcare la soglia. Diede un’ultima occhiata ai due bodyguards ed entrò richiudendosi la porta alle spalle.
Una ragazza dai capelli lunghi fin sopra le spalle se ne stava seduta in vestaglia bianca sullo sgabello di una toeletta mentre si struccava davanti allo specchio. Sul tavolino di fronte a lei c’erano spazzole, trucchi, profumi, creme per il corpo e per il viso, dischetti struccanti, salviettine rinfrescanti, fermacapelli, pinzette, rasoi, smalti, solventi per unghie, anelli. Sopra un mezzo busto in plastica con due occhi ciechi era poggiata una parrucca nera coi capelli a caschetto.
La stanza era piccola. Accanto alla toeletta vi era un letto con due comodini, di fronte un televisore con accanto un armadio e dietro la toeletta c’era il bagno. Tra la porta di ingresso e la toeletta vi era un balcone con le tendine bianche ricamate in pizzo. Il resto dello spazio era diviso tra una poltrona accanto al balcone e altre due sedie dove erano state buttate jeans, reggiseni, slip e costumi di scena. Il pavimento era ricoperto da una vecchia moquette bordeaux, al centro c’era un paio di scarpe coi tacchi a spillo e sotto una sedia un paio di stivali in camoscio grigio.
« Scusa il disordine » lo accolse la ragazza « stasera non era previsto che lavorassi »
« Avete dei turni qui? »
« In genere lavoro tutte le sere, fatta eccezione il lunedì che è il mio giorno di riposo. Solo che questa sera avevo intenzione di tornarmene a casa perché ho un forte mal di testa »
« Non prendi nulla? »
« Ho preso un aulin prima di andare in scena » la ragazza si voltò verso Diego che era rimasto in piedi « Siediti »
Diego sedette nella poltrona vicino al balcone tenendole gli occhi incollati addosso.
« Posso offrirti qualcosa? Bourbon, vodka, un amaro…? »
« Posso fumare? »
« Puoi anche masturbarti chicco, qui puoi fare come vuoi e quello che vuoi come fossi a casa tua »
Diego rise divertito mentre tirava fuori il pacco di sigarette per accenderne una. « Fumi? » le domandò porgendole il pacco di Marlboro light. La donna allungò un braccio sfilando una sigaretta dal pacchetto portandola alle labbra. Diego tirò fuori l’accendino, s’alzò avvicinandosi a lei e la fece accendere. Aveva delle labbra carnose ben disegnate e un piccolo neo sul lato sinistro superiore alla bocca.
« Grazie »
« E di che » Diego risedette e si accese la sua sigaretta.
« Allora, che cosa ti piacerebbe fare? » accavallò le gambe nude e lisce che si scoprirono sotto la vestaglia.
« Se hai mal di testa perché hai accettato di vedermi? »
« Rosa mi ha detto che c’era un tizio che insisteva nel vedermi »
« E basta? »
« Che altro doveva dirmi? »
« Perché mi guardavi mentre ballavi? »
« Non ti stavo guardando. Non sapevo neanche dove fossi seduto » prese un posacenere sulla toeletta e vi sgrullò la cenere.
« Bugiarda »
Lei lo guardò.
« Sei una bugiarda, Eva »
« Come ti chiami? O devo chiederti come ti fai chiamare da quelli che sottostanno alle tue regole? »
« Puoi chiamarmi Diego se ti va »
« Diego io non guardo in faccia proprio nessuno quando lavoro ma se ti fa piacere pensare che guardassi te pensalo pure. Anzi, vuoi che te lo dica? Ti stavo aspettando »
Diego abbassò lo sguardo sgrullando a sua volta la sigaretta nel posacenere che lei gli aveva avvicinato.
« Scusa. Chissà quante volte l’hai sentita questa canzone. Ti prego, non voglio che mi tratti come i tuoi clienti »
« E come vuoi che ti tratti? Se hai un desiderio particolare puoi dirmelo. Siamo soli. Nessuno può vederci o sentire quello che diciamo »
« Quei due che stanno là fuori sentono tutto »
« Chi? Rocco e Attilio? Sono come due tombe. Se dovesse accadermi qualcosa sono pronti ad intervenire »
« È mai successo? »
« Una volta sola »
« E non hai paura che possa accadere di nuovo? Voglio dire come fai ad essere sicura che non possa succedere nulla mentre… sì, insomma ti lavori il cliente? »
« Non ho detto questo »
« Perché lo fai? »
Eva non rispose subito.
« Per i soldi? »
« Mi pagano bene »
« Quanto guadagni a notte? »
« Dipende »
« Quanti sono quelli che ti porti a letto? »
« Due, tre, quattro…dipende »
« Che cosa vogliono che tu faccia per loro? »
« Tutto. Persino le cose più impensabili »
Cominciò a tremare.
« Ti hanno mai chiesto di fare un’orgia? »
« Sì »
« Praticare tecniche sadomaso? »
« Sì »
« Farlo a tre? »
« Una volta venne un tizio accompagnato da un suo amico. Mi disse che lui non avrebbe fatto nulla e che avrebbe solo guardato mentre mi scopavo l’altro. Si eccitava così »
« Hai mai avuto esperienze omosessuali? »
« Perché non la pianti e mi dici che vuoi eh? Cosa sei venuto a fare? Perché hai insistito tanto nel vedermi? »
« Le altre ragazze non hanno le guardie del corpo che hai tu »
« No, non le hanno. E con questo? »
« Calmati Eva. Voglio solo parlare con te »
« Dovrai pagarmi comunque lo sai questo? » Eva prese un’altra sigaretta dal pacchetto nella sua borsetta nera buttata sulla sedia e l’accese usando dei fiammiferi. Diego le sorrise scrollando le spalle.
« Ti costerà cara questa serata. Ti conviene approfittare »
« Non è un problema »
« Già » Eva lo squadrò dalla testa ai piedi. Gli guardò le dita delle mani. « Sei sposato? »
« Cosa te lo fa pensare? » domandò mentre respirava un’altra boccata di fumo.
« Chi viene da me è gente molto particolare. Spesso è gente disperata, sola oppure sposata »
« E io rientrerei in quest’ultima categoria? Non mi sembra averti dato dimostrazioni che possano indurti a pensarla in questo modo »
« Il fatto che non porti la vera nuziale non vuol dire nulla. Sono in tanti gli uomini che non la portano. E parecchi che la tolgono di proposito »
Diego rise di nuovo.
« Lo vedi che ho ragione? »
« Beh, d’altronde se non lo sapesse una come te… »
Lei lo guardò dietro il fumo della sigaretta. Diego pigiò nel posacenere quel che restava – un inutile filtro – della sua e s’alzò scrutando fuori al balcone scostando le tendine di pizzo. Era cominciato a piovere forte.
« Beh, io vado. Quanto ti devo per la serata? »
« Hai intenzione di andare via adesso? »
« Vuoi accompagnarmi? » le domandò infilando le mani nelle tasche dei pantaloni dondolandosi sui talloni e sulla punta dei piedi.
« Tu sei pazzo! Per portarmi dove? Hai idea quanto ti costerà portarmi fuori di qui? »
« Ti ho già detto che non è un problema. Comunque se non vuoi seguirmi adesso sarà per la prossima volta. Cinquecento vanno bene? »
Eva sgranò gli occhi mentre si vedeva porre sotto il naso cinque banconote da cento euro.
« Tienili. Per questa volta chiuderò un occhio »
« Non eri interessata al guadagno? » Diego glieli lasciò sulla toeletta ma Eva lo fermò prendendo le banconote e facendo il gesto di restituirgliele.
« No ti prego. Ti prego, prendili »
Lui avanzò verso la porta.
« Per favore »
La richiuse senza voltarsi.
Quando si trovò in strada sotto l’acquazzone chiamò un taxi e si fece riportare a casa. Lo aspettò sotto la balconata del locale fumando una sigaretta che gettò a terra appena lo vide arrivare.
Una volta entrato nel palazzo chiamò l’ascensore che lo condusse fino al sesto piano. Si aprì col suono di un campanello all’arrivo. Diego tirò fuori le chiavi dalla tasca della giacca e aprì la porta accendendo la luce nel corridoio e nel salone che regolò rendendola soffusa.
Si tolse la giacca bagnata e tirò fuori le sigarette insieme con l’accendino, il portafoglio e il cellulare. Poggiò tutto sul tavolino nero e lucido del salone e buttò la giacca sul divano. Prese un’altra sigaretta dal pacchetto e l’accese mentre si toglieva la cravatta e la buttava sopra la giacca. Poi fu il turno delle scarpe. Sedette sul divano. Tenne la sigaretta tra le labbra mentre scioglieva i lacci e le posava a terra. Le prese, s’alzò e si diresse in bagno con solo i calzini ai piedi. Buttò le scarpe in un angolo, accese la luce, aprì la scarpiera e tirò fuori un paio di pantofole che mise subito. Tornò in salone. Dai vetri del terrazzo di fronte a sé osservò la pioggia cadere fitta e inzuppare la balaustra di marmo. Rimase in piedi dietro ai vetri nudi ad osservare la città bagnata dall’alto fino a che non terminò di fumare.
Buttò il filtro nel posacenere e fu distratto dal suono di un messaggio al cellulare. Lo prese e lo lesse. Un sorriso ironico gli si disegnò sulla faccia, poi anche al cellulare toccò la stessa sorte della giacca e della cravatta.
Spense tutte le luci mentre si dirigeva in camera da letto.
« Eva cos’hai? »
« Nulla. Perché? »
« Sono settimane che hai un’aria strana. Tutto bene? »
« Sì »
« Mi è sembrato che stessi cercando qualcuno in mezzo al pubblico »
« No, ti sbagli. È che mi sembrava di aver visto una persona che conoscevo »
Eva guardò Rosa che serviva i clienti dietro al bancone del locale la quale la guardò a sua volta.
« È tornato il dottorino » si lamentò Jessica fingendo di parlare d’altro all’orecchio di Eva.
« Dov’è? »
« Dietro le mie spalle, non farti vedere mentre guardi »
Eva buttò un occhio alle spalle dell’amica. Notò un ragazzo che doveva avere poco più di venti anni che attendeva mentre si torturava il nodo della cravatta.
« Che hai intenzione di fare? » domandò Eva.
« Cosa vuoi che faccia? Avrei voluto evitarlo ma ormai mi ha già vista. Non posso mica inventarmi una scusa adesso, se lo venisse a sapere Romilda sarebbero guai »
Eva non ribatté mentre beveva il suo gin tonic seduta sullo sgabello e con Jessica che le faceva ombra.
« Vabbé, mi conviene andare prima che mi muore steso sul pavimento »
« In bocca al lupo »
« Crepi »
Eva si scolò le ultime gocce del suo gin e restò a guardare il suo bicchiere vuoto con una buccia di limone e quel che rimaneva del ghiaccio.
« Rosa me ne dai un altro per favore? » la donna si avvicinò alla ragazza da dietro il bancone del bar.
« Eva, ti aspettano. C’è totò a tavolino e mister Valdone alle porte del tuo camerino »
« Che aspettassero ancora un po’. Vogliono stare con me? E allora che imparassero a pazientare cazzo! »
La donna le si avvicinò all’orecchio.
« Ti ricordi quello che ti dissi tempo fa quando venisti qui la prima volta? Di non dar retta a tutto quanto ti dicono questi stronzi. Sembrava mi avessi dato ascolto e ora? Vuoi farti fregare un’altra volta? Questa sera hai la stessa espressione che avevi quando ti conobbi »
« Smettila Rosa, ti ho solo chiesto un altro gin »
« Hai intenzione di ubriacarti? E va bene. Ma sappi che non farà bene né a te né a chiunque ti capiterà sotto »
Rosa le preparò un altro gin tonic, glielo mise davanti e poi si allontanò.
Eva osservò la clientela seduta a tavolino, le altre sue compagne che si davano da fare con gli ospiti e quelli che la guardavano aspettando.
Bevve il suo gin tonic tutto d’un fiato.