Charlie Brown
"Solo gli imbecilli non hanno dubbi"
"Ne sei sicuro ?"
"Non ho alcun dubbio!"
(Luciano De Crescenzo)
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La copertina dell'albo La lunga fuga
Diabolik è un uomo molto particolare e, nei 900 e passa albi che si sono succeduti in sessantadue anni di storie (quest’anno il sessantatreesimo), gli autori – le sorelle Giussani per prime – non hanno mai mancato di marcare la sua peculiarità.
Un esempio di queste storie è La lunga fuga.
Ci troviamo nel Beglait, Stato di appartenenza di Altea di Vallenberg, compagna di Ginko. Diabolik è lì (precisamente nel castello di Altea) sotto le sembianze di Lodovico, il fedele maggiordomo della duchessa. Il motivo, futile a dirlo, è per rubare una collana di rubini e diamanti che Margherita Di Rennert riceverà dal re del Beglait in occasione delle sue nozze. Il gioiello verrà consegnato nella dimora della duchessa di Vallenberg durante una festa, e resterà chiuso nella cassaforte per qualche ora. Altea è sempre stata contraria allo sfoggio delle ricchezze da parte dei nobili della sua città, nondimeno ha accettato che il prezioso monile venisse consegnato in casa sua pur non condividendo la decisione. Da un po’ di tempo infatti nel Beglait vi sono accese contestazioni da parte della popolazione, stanca della maniera con cui viene utilizzato il denaro da parte del governo, finalizzato solo a soddisfare i vizi e i capricci dei nobili a discapito della povera gente. Il clima di odio diventa ogni giorno più aspro, ragion per cui Eva suggerisce a Diabolik di fare molta attenzione durante il colpo perché il pericolo di una rivoluzione potrebbe essere in agguato.
Una tavola dell'albo: disegni di Flavio Bozzoli e chine di Lino Jeva
Come con Diabolik, anche con Eva le autrici hanno fortemente voluto che i lettori sapessero sin da subito chi è, nella coppia, quella ad essere dotata di un grande intuito, dote che è stata decisiva (e che ancora oggi continua ad esserlo) in molti furti compiuti dal Re del Terrore, e che gli ha permesso in numerose circostanze di salvarlo dallo spettro della ghigliottina.
Alla fine la rivoluzione esplode, le dimore dei nobili vengono prese d’assalto e questi sono costretti a fuggire. Altea si serve di un passaggio segreto situato all’interno del castello che consente a lei, a Lodovico (Diabolik) e a Marta la cameriera, di scappare per trovare rifugio a casa di amici fidati della duchessa. Tuttavia, una volta fuori, i tre si accorgono che la situazione è più grave di quanto avessero immaginato perché alcune ville sono già state assediate. Marta decide di mettersi in salvo da sola, Diabolik invece è deciso non solo a salvare Altea – che lo ha salvato a sua volta – ma anche ad impossessarsi dei gioielli che la donna porta con sé, una volta raggiunto il confine. Il percorso per raggiungere Clerville è lungo e tortuoso, Altea e Lodovico sono costretti a giungervi per vie traverse inerpicandosi tra boschi e colline per non farsi scoprire e acciuffare dai ribelli. Diabolik escogita un piano per trarre in inganno i loro nemici: basta che Altea si leghi in testa il fazzoletto che porta al collo e che si sporchi le mani di terra in modo che sembri una contadina. Non basta però: deve spezzarsi le unghie sfregandole sulle rocce visto che le sue sono le mani curate di una donna nobile e darebbe nell’occhio. Per quanto riguarda lui, basta togliere la giacca da maggiordomo e fingere che siano padre e figlia così, chiunque possa incontrarli, non avranno sospetti sulla loro reale identità.
Nel tragitto succede di tutto. Diabolik è costretto a fronteggiare un uomo di campagna intenzionato ad ucciderli appena scopre che avevano trovato rifugio nel suo capannone credendo che fossero dei ladri. In realtà Altea è molto stanca, ha persino qualche linea di febbre e, in svariati momenti, chiede a Lodovico di fermarsi perché non si sente in forze per proseguire il cammino. Seppur riluttante, Diabolik la asseconda in ogni sua esigenza; durante la fuga avrà anche modo di scoprire la forza di carattere e il sangue freddo della duchessa in una situazione in cui pensava che fossero ormai spacciati.
Anche Ginko non se ne sta con le mani in mano. Appreso della rivoluzione in atto e preoccupato per le sorti della sua amata di cui non ha più notizie, parte per Lusten. Sulla strada, però, trova un ostacolo: si tratta di Michele Starr, capo dei rivoluzionari che, con una gentile scusa, lo rispedisce a Clerville. Quando al termine di tutto Altea e Lodovico avranno raggiunto il confine e saranno in salvo, sia Ginko, sia Eva potranno tirare un sospiro di sollievo nel poter riabbracciare i propri compagni.
Bellissime sono le ultime scene con cui si chiude la storia. Altea confessa a Lodovico di sapere chi è realmente e, stanca e riconoscente, ne approfitta per dargli i gioielli. Diabolik li rifiuta, ma le confessa che non è detto che in futuro non venga a riprenderseli, sottolineando ancora una volta la sua natura di ladro e di fuorilegge che non prende ordini da nessuno. “Dove vai adesso?” gli chiede dopo che il criminale le ha indicato una cabina telefonica poco distante dove può mettersi in contatto con Ginko, “Duchessa, non percorriamo più la stessa strada” le risponde con un sorriso sulle labbra prima di lasciarla e di correre dalla sua Eva.
Una volta in commissariato, sfinita ma viva, l’ispettore abbracciandola le domanda come abbia fatto a fuggire dal Beglait e mettersi in salvo. “Mi ha aiutata un uomo”, risponde Altea. “E dov’è ora?”, chiede Ginko. “Se ne è andato”, “Peccato, avrei voluto sdebitarmi con lui. Sai dirmi chi era?”
“Un tipo strano… anche io non sono riuscita a sdebitarmi”.
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Un giorno, durante una lezione al laboratorio di scrittura¹, sorse una discussione.
Tutto partì dal racconto di un frequentante dove, al termine della lettura, scoprimmo che nella storia non accadeva nulla.
L’animatore del laboratorio (che da questo momento chiameremo S.) gli chiese se ci fosse un seguito. Il ragazzo – di cui non ricordo il nome ma il titolo del racconto – gli rispose stoicamente no.
Scoppiò l’insurrezione. Non era possibile e nemmeno immaginabile pensare che in una storia non potesse accadere nulla. Il frequentante, con una imperturbabilità spiazzante (tanto quanto il suo ragionamento, come scoprimmo più tardi) rispose che non ci vedeva nulla di male se in una storia non succedeva nulla perché, stando a quanto disse, nella realtà ci sono molti contesti in cui non accade niente. Gran parte dei partecipanti assieme a S., ovviamente, non era d’accordo. Solo a discussione conclusa qualcuno cambiò opinione, tra i restanti ci fu chi rimase fedele al proprio convincimento e chi iniziò a titubare (quando dico titubare significa che cominciò a farsi cogliere dal dubbio, e a riflettere prendendo in considerazione la circostanza che ci era stata appena raccontata).
La cosa mi colpì. E mi colpì la tenacia del ragionamento.
S. era convinto che quello che leggevamo non era letteratura, pertanto, se volevamo scrivere e sentivamo l’esigenza di raccontare qualcosa, dovevamo saper sondare ogni aspetto in ogni suo dettaglio. Solo così saremmo riusciti a cogliere l’essenza di ciò che ci circonda avvicinandoci alla verità (e quindi al significato dell’esistenza).
Il suo era un laboratorio che caricava di molta rilevanza il particolare (una scarpa slacciata, la guglia di un campanile, il colore, la forma, la consistenza dei petali di un fiore, un particolare tipo di odore o cibo ecc.). Ricordo che durante il corso ci obbligava a vivere delle vere esperienze sensoriali legate al gusto (c’era chi portava la pizza, torte fatte in casa, panini, rustici, che mangiavamo nei momenti di pausa o a fine lezione), agli odori (il corso si svolgeva anche nei parchi, avevamo una sede fissa ma capitava che ci spostassimo per la città), ai suoni, al tatto. Una volta trascorremmo mezz’ora a toccarci le mani col nostro/a compagno/a di banco prima di metterci a scrivere allo scopo di familiarizzare con le sensazioni che suscitava quel gesto e affidarle al foglio bianco.
S. era dell’idea che troppe parole nei libri sono sprecate. Non erano le parole ad essere importanti, ma le immagini e i dettagli.
E il modo in cui venivano descritti o la descrizione di una scena che si svolgeva tra due persone diceva tante cose, senza andare a sovraccaricare il testo con le parole o le metafore.
Quella era la Letteratura. La vita. L’essenziale.
«Non me lo devi dire, me lo devi far vedere» diceva sempre quando uno dei frequentanti si perdeva nella sovrabbondanza delle similitudini, dei chiasmi, delle iperbole, delle anafore. Il personaggio era una identità aliena(dal latino: alienus “altrui”) che non corrispondeva all’autore.
Aveva sentimenti, provava emozioni come la mano che lo generava, ma non erano la stessa persona (il personaggio non era l’alter ego dell’autore o il suo avatar). Erano persone ben distinte, con i loro difetti, pregi, caratteri. Perché ogni persona è unica, ha la sua caratterizzazione. Non si può ripetere.
Anche la rabbia, il dolore, l’amore, la compassione, l’odio, la gelosia, avevano la loro pellicola. Non erano parole che servivano a costruire allegorie per riempire le pagine del quadernetto. Tutto quello di cui c’era bisogno era “a portata d’occhi”. Bastava fotografarlo con lo sguardo.
Sono passati quasi vent’anni dalla frequentazione del laboratorio di scrittura con S., dopo tanto tempo mi chiedo se non avesse ragione lui quando banchettavamo argomentando di letteratura e scrittura. Del resto, alcuni grandi autori del passato, prima di essere scrittori, erano anche fotografi, disegnatori, pittori.
Come a dire: ho visto una cosa, te la descrivo così come l’ho vista, con tutte le sue minuzie. Adesso trai le tue conclusioni. Lasciando a me (lettore) il compito di tirare fuori le mie impressioni, tu (autore) mi doni il massimo della libertà: quella di far decidere a me il finale della storia. Tu (autore) sei il tramite, lo strumento, l’ “occhio” che mi consente di osservare (badate bene: osservare, non guardare) la scena che si sta svolgendo davanti a me e di darne un’interpretazione (è la magia del teatro).
Ne discende che quella storia, o quel libro, non sarà «il romanzo di» ma «un romanzo» che reca con sé più mondi possibili e infiniti.
Chiudiamo parentesi e facciamo un passo indietro. Torniamo al testo in cui non accade nulla.
Il racconto si chiamava “Prosit”. Un gruppo di gente si recava ad una cerimonia e, al di là dei brindisi e dei festeggiamenti accompagnati dai dialoghi, non succedeva appunto nulla.
Il primo a far notare questa cosa all'autore fu S., l'artefice del racconto gli disse ciò che ho scritto poc’anzi. Non per forza nella vita di alcune persone accade qualcosa.
Tralascio la lunga discussione che ne seguì soffermandomi, invece, sul pensiero dell’allora nostro compagno di laboratorio (che si stava allineando, come tutti i discepoli, su quello di S.).
Se la letteratura è (ed era, come stavamo imparando a concepirla) un insieme di esperienze individuali con cui è dato interfacciarsi per comprendere meglio se stessi e gli altri attraverso il proprio vissuto, considerata la molteplicità degli individui nel mondo e sempre tenendo bene a mente che ogni essere è unico, come è unica la sua esistenza e la direzione che essa imbocca, è allora possibile che taluni frammenti non abbiano il loro baluginio o non subiscano scossoni. La letteratura è un vasto bacino che comprende migliaia di “utenze”, il numero dei suoi abitanti è pari a quello che c’è sulla Terra; ora, se essa (letteratura) rispecchia in toto la realtà (perché racconta di esseri viventi che mangiano, bevono, fanno l’amore, coltivano degli hobby, si recano a lavoro o a scuola ecc.), altrimenti fittizia, perché dovremmo mai scandalizzarci se nella vita di alcune persone non succede niente di niente?
Rimasi rapita dal ragionamento (che non faceva una piega).
Al di là di alcuni (esigui) generi letterari – come i gialli e le favole – dove per forza deve accadere qualcosa, in tutti gli altri casi è possibile – se non doveroso – derogare alla regola.
La letteratura parla, e ci parla di noi. Siamo tanti, c’è chi è romanzo e chi è racconto. Non siamo tutti lo stesso libro.
Ho letto testi dove non capitava nulla, e testi opulenti di colpi di scena. I secondi, è retorico dirlo, sono quelli che rispetto ai primi riscuotono più successo.
Cos’è la letteratura?
¹ In un mio precedente post avevo parlato di laboratorio di scrittura creativa. In realtà si trattava solamente di un laboratorio di scrittura che non aveva nulla a che fare con la creazione di una storia, in quanto ci si limitava a riprodurre la realtà restando fedeli quanto più possibile ad essa.
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"Benvenuti a teatro,
dove tutto è finto
ma niente è falso."
(Gigi Proietti)
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Voglio fare una cosa che non ho mai fatto. Pubblicherò un racconto a puntate.
Ad essere sinceri, questo racconto è già stato pubblicato nel 2010 su un altro blog - poi chiuso - ma, per dovere di correttezza, sono tenuta ad informare quanti di voi vorranno leggerlo che non è un testo inedito. D'altra parte, non può essere altrimenti. È stato pubblicato nel 2010, pertanto fu scritto pressappoco i primi mesi di quell'anno o, forse, l'anno che lo precedeva. Non ricordo bene.
Come la maggior parte delle persone a cui piace tenere una penna in mano - solo il gesto di impugnare una biro, di per sé, è un piacere - frequentavo un laboratorio di scrittura creativa; e quali compiti ci venivano assegnati se non quelli di scrivere dei racconti?
Premetto: non è dei migliori ma all'epoca, su quel blog, raccolse un notevole riscontro di pubblico (sia maschietti, sia femminucce) che lasciarono commenti entusiasmanti.
Oggi che ho acquisito più consapevolezza dei miei limiti e maggior senso critico delle mie capacità, mi sento di dire che è un testo immaturo. In alcuni passaggi i dialoghi sono deboli, mancano di contenuto, e anche le descrizioni dei luoghi e dei personaggi sono confuse e creano disordine mentale a chi legge.
Alla fine ho deciso di lasciarlo così come era stato messo nero su bianco. Acerbo.
Se lo avessi modificato, mi sarebbe sembrato di "manometterlo", cambiargli aspetto. Gli avrei fatto un torto. Non lo avrei rispettato.
È nato così. Sbagliato. Con tutti i suoi errori, e i suoi difetti.
Pensandoci adesso, credo sia per questo che piacque in quel dì del 2010. A prescindere dalla storia e dai suoi personaggi.
La macchina si fermò accostando al marciapiede con l’indicatore di direzione che lampeggiava con la luce arancione sotto la pioggia.
Dall’auto nero blu scese un uomo con giacca e pantaloni in gessato, cravatta al collo e scarpe nere ben lucidate. Dopo aver messo il piede sull’asfalto bagnato la prima cosa che fece fu quella di abbottonarsi la giacca. Tenne la portiera posteriore aperta ma solo per riferire all’autista di non aspettarlo. Quando la richiuse si avviò con passo sicuro al locale tenendo ambedue le mani nelle tasche dei pantaloni, la testa alta e gli occhi fissi sull’insegna blu accesa.
Blue Valentine.
Quando spinse la porta per entrare udì un campanellino suonare. Trovò una donna dietro al bancone intenta a parlare con altri due uomini che erano entrati prima di lui. Alzò un dito verso una tenda rossa di velluto dove sotto era nascosta una porta e indicò loro di entrare.
« Prego » disse non appena l’uomo si avvicinò.
Era una signora coi capelli ricci, raccolti in una specie di coda, naso prominente, bocca sottile segnata da una matita e con due braccia grosse e flaccide.
Diego non riuscì bene a distinguerla in volto. Le uniche luci accese erano quelle blu al neon che la facevano sembrare ancora più brutta di quanto fosse e la peggiore donna truccata che avesse mai visto sino a quel momento. I suoi occhi non erano altro che due cerchi neri scavati in quella faccia avvizzita e rugosa.
« Quant’è l’ingresso? »
« Ha la tessera? »
« No. È la prima volta che vengo »
« Vuole farla? »
« A cosa serve? »
« Il costo per la serata è di centocinquanta euro. Sono cinquanta l’ingresso e cento la consumazione al bar compreso lo spettacolo. Può ordinare quello che vuole. Se poi vuol passare la notte con una delle ragazze il prezzo varia a seconda di quella che sceglie. Se invece decide di fare la tessera sono settecento euro rinnovabili al mese tutto compreso escluso la notte »
« Le pago l’ingresso e la serata. Almeno per questa sera »
« Sono centocinquanta »
« Assegno o contanti? »
« Contanti ».
Mentre Diego tirava fuori il portafoglio per pagare la donna ne approfittò per prendere una gomma da masticare dal pacchetto di chewing gum che aveva di fronte e buttarsela in bocca ciancicando rumorosamente. La donna fece con lui come aveva fatto con i due uomini che lo avevano preceduto indicandogli la porta dove entrare.
All’interno vi era una sala grande con numerosi tavolini di forma rotonda che riempivano l’ambiente. Alla destra vi era il bancone del bar con degli sgabelli dove era possibile stazionare per la consumazione e di fronte, al centro della sala, un palco dove si esibivano le ragazze.
Quando Diego entrò una di esse stava cantando una versione lenta e modificata di un pezzo dei Nirvana. La ragazza indossava un vestito lungo e trasparente con paillettes argentate che puntellavano la veste ai bordi, sul seno e all’altezza del pube. Sotto era nuda.
Il locale era pieno per la metà dei tavoli. Diego si guardò intorno. Scelse un tavolino isolato tra le file centrali, quelle avanti erano già state tutte occupate. Alcuni clienti erano già sbronzi, altri guardavano colei che era sul palco senza mai staccarle gli occhi di dosso.
L’ambiente era insonorizzato. Ad ogni parete erano appesi drappi di velluto rosso, serpenti di pellicce filanti argentate e dorate, alcune foto che ritraevano Marylin Monroe e schizzi di disegni astratti di nudo femminile. Ai due lati del palco due uomini robusti e forzuti facevano la guardia.
Quando la ragazza ebbe finito di cantare si avvicinò al limitare del palco in direzione del pubblico, fece un inchino, mandò loro dei baci avvicinando le mani alle labbra e fintanto che i clienti applaudivano e fischiavano esultanti – altri alzandosi per guardarla meglio – ne approfittò per presentare il prossimo numero. Al termine si voltò per regalare loro una perfetta visione del fondoschiena tondo e sodo sotto le trasparenze del vestito prima di sparire dalle scene dietro il sipario. Dalla platea si levarono commenti e qualcuno urlò frasi oscene.
Il numero successivo non tardò a venire. Dietro le tende apparve una brunetta con indosso un corpetto di pelle, una minigonna striminzita e scarpe col tacco alto che si esibì in una lap dance.
Una cameriera si avvicinò al tavolo di Diego. Anche questa indossava un corpetto di pelle, una minigonna dello stesso tessuto con un grembiule sopra ed un papillon al collo.
« Cosa prendi? »
« Whisky liscio. Con ghiaccio »
Diego tornò a guardare la ballerina sul palcoscenico e il gruppo di uomini che si divertiva a lanciare i propri commenti mentre la cameriera si allontanava.
La ragazza si tolse il corpetto restando a seno scoperto. Qualcuno gemette. Un altro si asciugò il sudore dalla fronte e sulla nuca con un fazzoletto.
La cameriera tornò per servirgli quello che aveva ordinato. Nel gesto di prendere il bicchiere dal vassoio e di posarlo sul tavolo Diego notò le unghie lunghe della donna con lo smalto nero.
« Grazie » le disse prendendo il bicchiere e portandoselo alle labbra.
« Prego » gli sorrise la cameriere facendogli l’occhiolino.
La sala cominciò a riempirsi. La maggior parte degli uomini che entravano indossavano pantaloni e giacca di ottimo taglio mischiati ad altri che indossavano jeans o pantaloni sgualciti con giubbotti infradiciati dalla pioggia.
Diego finì il suo whisky. Appena ebbe finito la sua consumazione vide avvicinarsi la cameriera che lo aveva servito chiedendogli se volesse ordinare qualcos’altro. Le rispose di no. Tirò fuori il pacco di sigarette dal taschino interno della giacca insieme con l’accendino, ne prese una e l’accese tirando una lunga boccata. Buttò un occhio al bancone del bar. Quattro uomini erano seduti sugli sgabelli. Due di essi si stavano intrattenendo con due ballerine, il primo alitando sul collo della ragazza riferendole qualcosa all’orecchio mentre lei rideva maliziosa, il secondo circondava la vita della donna con un braccio che si divertiva a muovere su e giù.
Fissò ad uno ad uno i presenti seduti ai tavoli. Erano tutti concentrati sullo spettacolo, a bere whisky, scotch e sambuca e a fumare. Qualcuno lo guardò distratto. Qualcun altro chiamò una ragazza al bancone per ordinare.
Poi le luci si spensero. Diego pensò ad un black out quando sentì partire una musica. Venne illuminato solo il palcoscenico. Dapprincipio attraverso dei fanali che emettevano una luce tenue lasciando intravvedere un gruppo di donne avvolte in guepiere che se ne stavano immobili come statue. Poi quelle figure a poco a poco si mossero in un sottofondo di luci rosse.
I movimenti erano lenti, i corpi disegnavano delle curve sinuose nell’aria centellinando i secondi scanditi dal ritmo della musica sulle note di Xama, My heart. Le mani si muovevano armoniose e ben sincronizzate. Scivolavano sulla pelle del volto delle ragazze, sulle labbra, sul collo, sul tessuto dei corpetti, sulle cosce. Si buttavano a terra, strisciando sul pavimento mentre il palco si illuminava. La luce rifletté su una parete bianca dove altre due donne si strusciavano facendo roteare il bacino e scorrendo le mani sul fondo bianco. Tutte indossavano occhiali da sole.
Ad ogni pausa della canzone corrispondeva un loro intervallo.
Le luci si spegnevano. Si riaccendevano.
Le ragazze avevano le labbra truccate di rosso. Indossavano parrucche, toupet. I loro capelli finti brillavano come quelle delle bambole sotto le luci e i riflettori. Ad ogni interruzione si udivano i fischi e i gemiti del pubblico ormai impazzito.
Le ballerine si mischiarono tra loro assumendo la forma e l’aspetto di tarantole saffiche. Il pallore della loro pelle strideva col nero dei loro indumenti.
Tra di esse vi era una donna con una parrucca nera a caschetto, che sembrava guardare in direzione di Diego. Era quella che aveva la corporatura più piccola e un viso da ragazzina. Ma era anche quella che aizzava gli spiriti bollenti della clientela. Ballava come se facesse l’amore alternando un’espressione trasognata ad un’altra più voluttuosa.
Diego allentò il nodo della cravatta e ne approfittò per sbottonare i primi due bottoni della camicia. Teneva gli occhi fissi su quella ragazza che sembrava volesse provocare una sua reazione. Schiuse appena le labbra mentre si passava le dita tra i capelli facendole scivolare di nuovo sulla bocca, sul collo e sul seno.
Diego si accarezzò le labbra sottili col pollice destro velate appena da un sorriso. Sentì il sudore colargli lungo la schiena e incollarsi sulla camicia bianca sotto il tessuto della giacca.
Quando l’esibizione terminò tutte levarono gli occhiali e salutarono il pubblico. Diego aspettò che lei si voltasse dalla sua parte. Dopo aver salutato abbassò lo sguardo e tornò dietro al sipario insieme alle altre ragazze. Le restanti scesero per raggiungere gli uomini in sala e sedersi accanto a loro ai tavolini. Diego s’alzò.
Raggiunse il bancone del bar e chiese alla donna che serviva i clienti se era possibile avvicinarsi dietro le quinte.
« Chi sta cercando? »
« Una delle ballerine che era sul palco »
« Chi? »
« Non la conosco »
« È la prima volta che viene qui? »
Diego annuì.
La donna si asciugò le mani bagnate sul grembiule. Era una donna sui quarant’anni, mora, riccia, né grassa né magra e truccata in maniera vistosa con matita agli occhi e alle labbra. Chiamò la ragazza che aveva servito Diego al tavolo e le disse di sostituirla per un po’ al bancone. La ragazza fece quanto le venne chiesto continuando a guardare Diego anche dopo che si fu allontanato con Rosa.
Questa lo condusse ai camerini dove vi era un via vai di ragazze mezze nude e mezze vestite, chi con una vestaglia addosso, chi con un paio di jeans attillati, chi frugava dietro agli appendiabiti scorrevoli e chi si dava un’occhiata allo specchio all’angolo di una parete. C’erano altri due uomini che aspettavano seduti su una panca e un altro dietro la porta di una stanza. Diego notò che dietro ogni porta del camerino vi era appesa una targhetta con sopra riportato un nome.
« La riconosce tra queste? » domandò Rosa mentre lo accompagnava in quella galleria pervasa di profumi di ciprie, rossetti e altre fragranze usate da quelle diavolesse.
« No. Non è in mezzo a loro » rispose Diego guardandole ad una ad una « era più piccola di statura e aveva una parrucca coi capelli a caschetto »
« Ah. Mi segua allora »
Rosa lo condusse verso l’ala sinistra del locale attraversando un altro corridoio dove vi erano altre porte. Alla fine di quel tunnel salirono per delle scale. Davanti a loro vi era un balcone che, a prima vista, sembrava un piccolo terrazzo con gli infissi chiusi. Un drappo di velluto rosso lo circondava. Sempre sulla sinistra vi era un singolo camerino con due energumeni che facevano la posta. Si scansarono quando videro Rosa avvicinarsi e bussare alla porta.
Diego lesse il nome sulla targhetta. Eva.