Se trovo questo genio ci esco a cena
Charlie Brown
"Solo gli imbecilli non hanno dubbi"
"Ne sei sicuro ?"
"Non ho alcun dubbio!"
(Luciano De Crescenzo)
Se trovo questo genio ci esco a cena
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E ci sei tu.
Nelle foto, nel tempo,
nelle pagine di un libro
in una poesia
in una parola che ancora non ho detto
che è ancora tutta da scoprire.
E ci sei tu
nel ricordo, in un sogno,
in una carezza
in quelle che non ti ho dato e che forse non ti darò mai
in tutte quelle che conservo
e che sogno di darti in un futuro neanche troppo lontano.
Ci sei tu
nella mia vita
nel mio dolore
al centro del mio sentimento,
nel sale delle lacrime
in un pensiero sconcio
in una favola sconclusionata.
E ci sei tu
nel sangue come una malattia,
nelle mani
nel corpo
nella mia ferita –
nel cibo, nel dolce, nel caffè
ci sei sempre tu
nel mare, nei monti
nelle vallate
e nelle preghiere
(anche se non sono credente).
Nelle mie paure
nella mia solitudine
nelle lettere
ci sei sempre e solo tu
sei nell’aria che mi intossichi,
nelle canzoni d’amore, dimenticate, reinventate al momento davanti a un falò
in una pellicola d’autore
nei baci e nelle carezza rubate di due amanti clandestini che non siamo noi.
Sei dove non dovresti essere
in un tremore,
in un segno sul cuscino
nel memoriale, in un’opera d’arte,
nello stupore di un bambino –
sei dove non immagini di stare
perché ci sei tu,
sì, sei proprio tu
l’uomo che mi ha fatto innamorare.
(Charlie)
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Ricordati il tempo fra le vignette, è lì che succedono le cose importanti. (Gianrico Carofiglio)
Un libro. Le pagine. La scrittura, i paragrafi, la punteggiatura. L’armonia dello spazio bianco e lo spazio scuro.
E poi c’è il titolo, il sottotitolo e una fotografia in copertina. Una donna, in primo piano, e un uomo al suo fianco che la osserva ma non la tocca. Lo spazio. Il tempo. In bianco e in nero.
Ora immaginate la storia di questi due personaggi, a cominciare dal titolo. La carezza, una storia perfetta.
Non è una storia, ma una carezza. Non è (soltanto) carezza, ma (anche) storia.
La carezza è Pietro Pontani, un professore di filologia il cui sguardo incontra per caso quello di Lea Levi, ricercatrice universitaria di paleografia, durante un convegno a Rossano, in Calabria, dedicato al Codex Purpureus Rossanensis, un manoscritto bizantino. Sia Pietro che Lea sono ambedue sposati, ma subito scatta un’attrazione reciproca che li porta a trascorrere una notte d’amore, che non sarà l’unica. Da lì sino ad un tempo infinito, o “in un infinito altrove” come preferisce definirlo l’autrice, continueranno ad amarsi sino oltre l’eternità, oltre il tempo, oltre ogni sospensione e stupore. Il sentimento non divampa all’istante, cresce negli anni e nella distanza che li separa sino al nuovo incontro stabilito dalle coincidenze e dal destino. La prima volta succede nel 1999, la seconda volta nel 2019. C’è un prima, e c’è un dopo. In mezzo il tempo non esiste. Perché in mezzo ci sono Pietro e Lea.
Quella che sembra una notte di passione, in realtà, è una storia d’amore che si scrive da sola, e a scriverla sono i corpi, i baci, i sospiri, lo stupore, le carezze. Negli abbracci, nel gesto di toccarsi, Lea e Pietro annullano il tempo, lo spazio, persino quello che occupa i propri corpi stando incollati l’una all’altro, questo stare “dentro di te e fuori di me”. È una storia senza le virgole, i punti interrogativi, i punti esclamativi, le parentesi, i paragrafi, il virgolettato, le postille, i capitoli; è un unicum nero, clandestino, una scrittura priva di spazi, di respiro, di pensieri, legata a poche parole che si ripetono come i gesti, ma non per questo noiosi e incapaci di sorprendere.
È uno spazio essenziale. Lea e Pietro nel prima, nel dopo e nella distanza che è solo distanza fisica dei vent’anni, impareranno ad amarsi senza saperlo e senza mai dirselo a voce. “Ti voglio bene” è tutto quello che sa Lea quando si rivolge a Pietro, dopo l’amore. Di lui non conosce nulla, è un estraneo per lei, come lei per lui. Non sanno niente e sanno tutto Pietro e Lea dell’uno e dell’altra. Perché non è la parola che conta, le abitudini, i gusti, ma il sentimento che solo i loro corpi sanno esprimere quando sono insieme, quando sono l’una nelle braccia dell’altro, quando uno è dentro l’altra. “Fermati, aspetta”, le dice Pietro. C’è tempo. Qui, in questa stanza d’albergo, in questo spazio, c’è tutto il tempo del mondo. Non sono più me perché sono fuori da me, non sono più me e lo sono più che mai quando sono con te.
La mia lacuna sei tu, adesso.
Il mio spazio bianco.
E tu?
Non c’è una storia fuori da Pietro e Lea. I vent’anni che trascorrono senza riuscire a vedersi – per una serie di impedimenti sfortunati – sono la “lacuna”, “lo spazio bianco”. La storia inizia, si interrompe e riprende. Il sentimento rimane uguale (lo stupore, la perfezione sta nel fatto che riesca a rimanere intatto nel tempo e nella distanza, come un romanzo che si inizia a scrivere e lo si riprende dopo anni, ma è come se lo si riprendesse dopo mezz’ora), i corpi si riconoscono anche con le strie del tempo perché hanno imparato a parlarsi da soli. I baci non sono il prologo della storia, ma l’epilogo. I preliminari non aprono, chiudono. Tutto avviene al contrario, in maniera spontanea. Con urgenza.
La carezza, una storia perfetta è il romanzo con la R maiuscola. Quello che ognuno aspetta di vivere, non di scrivere (o di leggere). È una carezza che accompagna il lettore, dall’incipit sino alla fine. È una storia che appassiona per come è scritta, per come rende pulsante l’anima tra le pagine che si susseguono, per ciò che permette di vivere e immaginare. Pochissimi libri riescono a trasmettere emozioni così forti e potenti tanto da lasciare tramortiti e affamati di passione (intesa come sofferenza e desiderio).
Nella massima in esergo si fa riferimento al tempo nelle vignette (l’autore si riferisce alle vignette dei fumetti), l’ho scelta apposta perché non c’è niente di più vero di quanto riportato nell’aforisma. Come nei fumetti, anche nei romanzi è importate “lo spazio bianco” che intercorre tra un capitolo e un altro; non è uno spazio vuoto, fermo, che “separa”, è uno spazio che segna un tempo, lo spazio dove scorre il tempo e, di conseguenza, la vita.
È una regola comune a tutti i romanzi, i fumetti e le storie in generale. Se ci pensate l’intera esistenza è composta di tanti spazi bianchi, dove talvolta i respiri si fanno più lunghi, altre volte più corti.
In questo romanzo lo spazio bianco si affaccia ovunque, ed è necessario per comprendere l’importanza del tempo, dell’amore, e di tutto quello che non si può spiegare.
Perché esistono cose nella vita che non si possono spiegare, perché è la vita stessa a non sapersi spiegare. E come la vita, alcune storie, alcuni romanzi, alcuni libri, per quanto ci si sforzi, restano e resteranno impossibili da recensire.
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Leonardo Di Caprio e Kate Winslet dietro le quinte di Titanic, pellicola di James Cameron del 1997
Si tu vales bene est, ego valeo.
C’è bisogno di calma. Bisogna stare molto calmi.
Devi stare molto calmo, devi stare molto calmo… Devi stare molto calmo, devi stare molto calmo… Quando il treno se ne va, quando il tempo se ne va, quando tutto se ne va… (ok Neffa, stiamo calmi. Nun te sta a preoccupa’. Mo’ vediamo di risolvere).
Capita di sbroccare in mezzo a certe situazioni. Tipo quando rimani chiuso in ascensore.
Dovete sapere che la sottoscritta vive da sola, e accade spesso che mia madre mi faccia le sue improvvisate, come quella di piombarmi in casa senza preavviso, telegramma, notifica, fax o raccomandata. PS per i miei amanti: se dobbiamo vederci, vediamoci al solito posto, in albergo ché mammà sta già a fa’ ‘e valigie per spostarsi dal suo sofà al mio sofà (poltrone Sofà, solo divani di qualità!).
Non solo. Poiché nel condominio dove vivo hanno rammodernato da poco l’ascensore affidandosi ad una ditta così così (sempre per non utilizzare altra terminologia poco carina), è consuetudine che la scatola magica che ti porta su e giù per i piani si blocchi, oppure non parta (o traballi), oppure ti fa salire e scendere al buio, spezzato solo dalla sottilissima luce rossa del cerchio del pulsante dove sono incisi i numeri dei relativi piani.
Allora, mamma arriva. Sempre col suo solito giubbottino blu, che poi non è un giubbottino ma un piumino invernale di quelli lunghi, che coprono fin sotto al ginocchio, ma siccome è piccoletta – più “tappa” della sottoscritta – sembra che indossi un giubbottino invece che un piumino. Ah, dimenticavo: i capelli sempre ben acconciati che pare uscita mo’ mo’ dal parrucchiere con relativo trucco allegato (mia mamma è così, ci tiene all’ordine e ha un grandissimo senso estetico delle cose. Infatti è stata sarta per una vita e ha cucito abiti, giacche, tailler, vestiti di Carnevale, vestiti per comunione per tantissime persone e, infine, l’abito da sposa di mia sorella). Altra cosa: va sempre “de prescia”, quindi quando tu parli non ti ascolta perché già pensa a cosa deve cucinare, a cosa comprare al supermercato, a come deve intrattenere i nipoti e altri mille impegni vari che manco Confalonieri. Ciò comporta che quando l’avverto che è meglio che non prenda l’ascensore perché è la settimana dei “problemi tecnici dell’ascensore” borbotta un “va bene” ma che non viene ben recepito.
Usciamo. Io a lavoro, lei per cavoli suoi. Passa la mattina e arriva l’ora di pranzo. Arrivo prima io a casa e due, tre minuti dopo di me, lei (è un segugio, l’ho detto). Cosa fa? Prende l’ascensore. E resta bloccata.
Panico totale.
Comincia a urlare da dentro il budello maledetto che la sente tutto il condominio ed, ovviamente, la prima cosa che fa è chiamarmi al telefono per dirmi “sono rimasta chiusa in ascensore!!!!” (ma guarda un po’ ma’, non me n’ero accorta!).
Calmati, le dico.
In tutti gli ascensori è attaccato un adesivo in cui è annotata la ditta che si occupa dell’impianto e il numero di emergenza da contattare in caso di blocco o anomalie. Le consiglio di chiamare quel numero e di aspettare buona buona lì dentro (stai al sicuro, il lupo cattivo non entra, stai ‘nda ‘na botte de fero, siamo noi quelli a contatto con la bestia perché semo fuori dal recinto) che in pochi minuti la vengono a recuperare.
È una parola. Più facile a dirsi che a farsi. (Come fai a tenere a freno il panico di un’altra persona che non sei tu? Paaaanico, non farti prendere dal paaaanico. Ehi mi raccomando niente panico, niente panico. Chiudi gli occhi e tienimi la mano, sorridi e respira piano…).
Sono sul pianerottolo del piano di casa, di fronte all’ascensore e, nel mentre che aspetta i soccorritori (che la vengano a salvare) le parlo per farla stare calma. Oh, mo’ non è che fosse sospesa tra un piano e l’altro, era solo rimasta a piano terra perché le porte si erano chiuse e non partiva l’ascensore. Ora, oltre ad essermi assunta – come sempre – io il compito di chiamare la ditta per segnalare “il problema” (che stava diventando ingestibile), nel mentre facevo su e giù per le scale per cercare una soluzione più sbrigativa per tirarla fuori di lì.
Mammà però non ne voleva sapere di aspettare. Schiacciava tutti i pulsanti dell’ascensore, mi chiamava al telefono, gridava (e io avoglia a dirle “stai calma!”), mi bombardava di messaggini sul telefono… per fortuna che dopo dieci minuti ‘ste benedette porte dell’ascensore decidevano di aprirsi di loro spontanea volontà e lei poteva sgusciar fuori (non voglio immaginare cos’altro sarebbe potuto succedere in caso doveva ‘sta ad aspetta’ un’ora).
“Lo vedi che vuol dire quando non mi ascolti?”
“L’ascensore funzionava stamattina! L’ho preso e andava bene”
“E se si bloccava pure stamattina?”
“Non si bloccava! Lo prendevano tutti!”
“E mo’ com’è che si è bloccato? L’ascensore non funziona correttamente, tu lo hai voluto prendere e io ti ho consigliato di non farlo perché lo so come sei quando ti fai prendere dal panico”
“Non lo so perché si è bloccato, si è bloccato. Io ho solo schiacciato il pulsante, non ho fatto niente. Si sono chiuse le porte e non partiva, ti ho persino chiamata per vedere se si aprivano da fuori”
“Ma se io non c’ero, tu come avresti fatto?”
“Eeeeh, un modo lo avrei trovato”
“Urlando?”
“Qualcuno nel palazzo m’avrebbe sentita e mi avrebbe tirata fuori”.
Ma che bella soluzione! Quando il pericolo è ormai superato e la brutta esperienza è solo un ricordo, è bravissima a trovare soluzioni semplici e intelligenti. Improvvisamente riacquista tutto il suo savoir- faire, solo fino a qualche minuto fa sembrava una pazza appena uscita dal manicomio.
Vabbè.
La differenza tra me e mia madre (ce ne sono tante di differenze) è che io anche nelle circostanze più toste riesco a mantenere la calma (terremoti, blocco in ascensore, incidenti, uscire senza chiavi di casa, malattie impreviste) e cerco di trovare una soluzione per risolvere la questione; però comprendo anche che le situazioni descritte in parentesi istintivamente conducono al terrore e tolgono lucidità, se non hai sangue freddo per poterle gestire.
Una volta so’ rimasta bloccata io in ascensore, anzi due. La prima volta era ripartito subito, da solo. La seconda volta era una situazione veramente da panico. Era il 14 agosto e in città non c’era nessuno, stile Così parlò Bellavista, pellicola di e con Luciano De Crescenzo dove lui, nei panni del Professor Bellavista, rimane bloccato in ascensore col Dottor Cazzaniga, interpretato da Renato Scarpa. Certo, in quell’occasione non si era alla vigilia di Ferragosto, il condominio era pieno de gente e la città pullulava di vita, al contrario del mese di agosto dove sono tutti a mare (e loro avevano pure il panettone che se so’ magnati, io non avevo nulla da mettere sotto i denti; in compenso non ero al buio, la luce c’era. Almeno quella).
Il mio ascensore, a differenza di quello di mia madre, era partito e non era rimasto a pianterreno. Si era bloccato al primo piano. Prima di chiamare il numero delle emergenze mi ero ingegnata per trovare un escamotage, senza scomodare nessuno (ma nessuno chi? Non c’era nessuno nel palazzo! Manco il portiere, mannaggia!). Nei vari tentativi che sono seguiti (schiaccio il pulsante per tornare al pianoterra, di nuovo quello del piano, chissà risale, forse è meglio se schiaccio quello dell’allarme…?) accade che sento salire qualcuno su per le scale. Il tizio (sia lodato e santificato in ogni momento il santissimo e divinissimo osservatore!), accortosi che una deficiente era rimasta chiusa in ascensore prova a far aprire le porte chiamandolo dall’esterno (e quindi sul pianerottolo del primo piano). Miracolo: le porte si aprono e io non sono più in cattività (non c’era verso di aprirlo stando dentro, ci voleva qualcuno che mi tirasse fuori dall’esterno).
Morale della storia: se non era per il buon uomo avrei (forse) trascorso il Ferragosto in ascensore (“in un giardino di una scuola, ad agosto, d’inverno, al mare, in un chiosco, fa buio presto, ma non esco, non esco – ovvio che non esco, come faccio a usci’???? Sto bloccata in ascensore! – e se esco – appunto, se esco! – mi perdo nei… posti vuoti, e ti vengo a cercare nei posti vuoti…).
Altra circostanza, altro momento, altro tempo.
Siamo al cimitero (eh beh, che ci volete fa’, ce stanno pure le cose brutte sulla Terra, mica esiste solo la vita?). Commemorazione dei defunti (giorno de festa pure questo, per quanto… la morte possa definirsi “festa”). Io e mia madre (sempre lei) facciamo la nostra consueta visita ai parenti. Intorno a noi un botto de gente. In una cappella c’è una signora, circondata da altre due/tre parenti/compagne, che piange la scomparsa del figlio morto giovane in un incidente.
Improvvisamente sentiamo ballare il pavimento. Scoppia il subbuglio e la paura tra la gente.
Il terremoto (ed è pure forte).
Cominciamo col dire che francamente non capisco il perché di tutta questa agitazione. Siamo comunque fuori, all’aperto (certo ti cascano in testa numerosi loculi se proprio ti ci trovi sotto oppure se sei dentro in cappella, ma comunque spazio a disposizione per fuggire ce l’hai eccome, al massimo vieni colpito da un cipresso), e poi, metti pure caso che muori stai già sul posto, basta solo apparecchiarsi. Via le spese, la funzione religiosa, il prete, il carro funebre, i fiori, i memoriali, le poesie, le dediche, l’estrema unzione eccetera. Tutto a gratis. Non fate altro che lamentarvi che vivete in un mondo di cacca, che siete (siamo!) disoccupati, che non arrivate (arriviamo!) a fine mese con lo stipendio, che c’avete (c’amo!) problemi, che siete (semo!) stanchi, che nun c'avete (nun c'amo!) sòrdi, che ce so un sacco de spese e cose da fa’, che non succede mai niente de’ bello, che non fate (famo!) più l’amore, che siete (semo!) insoddisfatti di tutto… e poi quando capita l’occasione de levasse dar monno, fate un putiferio della Madonna???? O vedi che c’ho raggione che siete ‘na banda di ipocriti e disonesti?
La prima a buttasse fori dalla cappella fu proprio la madre del ragazzo morto giovane che stava a piagne come ‘na fontana, s’era messa pure a urla’ “il terremoto! Il terremoto!”. A momenti se sentiva solo lei nel camposanto, tanto che mia madre se ne era subito uscita con una delle sue: “ti piangi tuo figlio però… cavolo! C’hai paura di morire” (che è brutta come osservazione, ma ha il suo fondo di verità).
In tutto ‘sto popò di avvenimenti chi scrive è sempre rimasta calma (Relax! Take it eaaaasy! For there is nothing that we can do! Relax! Take it eaaasy…), sia con la mamma bloccata in ascensore e, soprattutto, nel corso del terremoto. Ora, non chiedetemi perché questo mi succede ma avviene sistematicamente ogniqualvolta capitano queste occasioni.
Una volta il terremoto avvenne quando frequentavo il terzo liceo. Tutti i miei amici si alzarono per darsela a gambe e io rimasi seduta dietro al banco a ripassare la lezione di storia come se niente fosse (chissà, forse ho davvero un disturbo). Fu la mia compagna di banco a tirarmi di peso col braccio per poi scappare fuori dalla classe. Se non era per lei a quest’ora stavo ancora lì a ripercorrere le orme della dinastia dei Borboni.
Ma ci sono tanti altri avvenimenti connessi al terremoto (materiale).
Gli altri terremoti lasciamoli stare.