Betty di Georges Simenon e Atti osceni in luogo privato di Marco Missiroli sono state le letture che mi hanno accompagnata nell’ultima settimana del mese più pazzerello dell’anno.
Le massime attorno a cui ruotano i due romanzi – che mi hanno segnata – sono queste:
“Per tutta la vita ho rincorso la mia ferita” (Simenon).
“C’è qualcosa che conta più della bellezza, della sensualità e del potere. È la purezza. Nessun uomo, e nessuna donna, riuscirebbe a desistere davanti alla possibilità di far proprio un candore” (Missiroli).
Betty e Atti osceni in luogo privato sono due romanzi che possiamo definire complementari, la faccia di una stessa medaglia. Il primo racconta il percorso di vita e di crescita esistenziale dal punto di vista di una donna, il secondo dal punto di vista di un uomo. Forse non è un caso che mi siano piovuti in mano nello stesso momento, come dico sempre: non sono io a scegliere i libri, sono loro che scelgono me.
Betty solleva il sipario mostrandoci una donna ubriaca, seduta in un bar mentre, preda dei fumi dell’alcool, farfuglia un discorso con uno sconosciuto. Bastano poche frasi per far intendere al lettore che la protagonista è una donna di larghe vedute, le piace sedurre e ama essere sedotta lambendo lo scandalo.
Di Betty non sappiamo nulla, solo verso la metà del libro comincia a raccontarci la sua storia – chi è, perché è e chi (o cosa) è diventata – affidando le sue confessioni a Laure, un personaggio all’apparenza subdolo e inquietante.
È un giallo molto particolare di Simenon che solo nelle ultimissime battute del romanzo svela il suo mistero. Non posso aggiungere altro per non rovinarvi la sorpresa qualora voleste leggerlo, ad eccezione che il testo mi è stato “suggerito” da Andrea Camilleri.
Atti osceni in luogo privato ha inizio con “un trauma”, una ferita – o uno spiraglio come lo definirà in seguito il protagonista – che ha molte similitudini con la “ferita” di Betty. Sia quest’ultima che Libero Marsell cominciano ad annusare la vita attraverso questa spaccatura, come se essa si affacciasse davanti a loro per la prima volta procrastinando il loro venire alla luce (che filtra da uno spiraglio dietro una porta quando sono due adolescenti in piena pubertà). La ferita dietro la porta rimanda per certi versi alla ferita del parto, momento esatto in cui il feto viene espulso dall’utero materno. Questa parola, utero, è la prima parola che incontriamo nel libro e farà capolino più volte nel romanzo, simboleggiata con un’allegoria degna di una penna d’autore. L’allegoria è L’Origine du monde di Gustave Courbet.
Libero Marsell esprime con l’osceno la propria libertà, il suo desiderio di amare, di essere amato e quindi di esistere. Sarà attraverso le varie esperienze sessuali che imparerà a conoscere il proprio corpo e a plasmare la propria identità spinto anche dalle letture di Albert Camus, Bernard Malamud, Dino Buzzati, Somerset Maugham e William Faulkner.
C’è chi ha definito Atti osceni in luogo privato un libro maturo, chi un libro di formazione, chi un libro che non si nasconde dietro a moralismi o falsi pregiudizi, chi il migliore della carriera di Missiroli. Mi trovo d’accordo su ogni cosa che è stata appena elencata, ma quello su cui voglio concentrarmi è altro (che poi è il tutto del libro).
Sono stata molto colpita dalla massima sul candore.
Il romanzo ha una prosa che cattura, riesce nell’intento di far rimanere invischiati nel plot narrativo incitando il lettore ad andare avanti senza soffermarsi molto sulle descrizioni e sulle parole adoperate, tuttavia trovo che sia un testo molto denso, carico di tantissime riflessioni e immagini da cui difficilmente si riesce a starne alla larga, e non per il titolo: chiunque sarà, o è, incuriosito non si faccia abbindolare dalla copertina o dal nome del romanzo compiendo lo stesso errore di chi scrive.
Atti osceni in luogo privato uscì per la prima volta per Feltrinelli nel 2015. Rammento ancora oggi la mia reticenza nei confronti di questo testo, basculante se acquistarlo o no. Dopo dieci anni ho vinto le mie resistenze e mi sono decisa a leggerlo, consigliata anche da un’amica fidatissima.
È un libro che prende subito, che capovolge qualsiasi stereotipo e che smonta ogni sorta di pregiudizio non solo sessuale ma anche religioso ed etico. Di fronte a questo romanzo la nudità non fa più paura, non si prova ribrezzo né vergogna, né si scorge traccia di misoginia (tutt’altro) o di perversione.
Pertanto mi viene naturale confessarvi che, al termine della lettura dell’apoftegma sopra espresso, sono rimasta molto perplessa. Ero appena riaffiorata da un insieme di scene che vedevano in primo piano la masturbazione, la polluzione, i pompini, l’eiaculazione ed altre fantasie erotiche legate all’autoerotismo e alla sodomia, quando improvvisamente mi ritrovo con questo spasmodico “desiderio del candore” in mezzo all’alchimia delle carni, per usare un’espressione dello stesso autore.
Il punto è questo. C’è Libero, il protagonista del romanzo, che resta vergine fino all’età dei vent’anni consumandosi solo a colpi di seghe. Perde la testa per Lunette da lui ritenuta inavvicinabile, affascinante e misteriosa. Quando è la ragazza a prendere l’iniziativa Libero è spaventato e al contempo eccitato. Non vede l’ora di perdere la sua purezza, ma allo stesso tempo è consapevole che non potrà più ritornare al suo status quo.
Conatus sese conservandi ricorda a sé stesso, recitando a mente il principio di autoconservazione di Spinoza incalzato al riguardo anche dalla onnipresente amica bibliotecaria Marie. La massima cui mi riferisco ut supra – un precetto che Libero trae da Il filo del rasoio di Somerset Maugham e, non da ultimo, dal filosofo olandese – arriva un secondo prima che l’atto sessuale si compia, ed è questo “frame” ad avermi tratto in inganno. Lunette si prende il candore di Libero, se ne appropria; quindi nel momento in cui mi appare sotto gli occhi questa frase l’attenzione della scrivente è completamente proiettata alla sfera sessuale. Dalla postazione in cui mi trovo (unico punto di osservazione della realtà preso a riferimento, con esclusione di qualsiasi altro aspetto) faccio fatica a comprendere come un uomo e una donna possano anelare al candore nel sesso dopo aver superato la linea di non ritorno, ed essere passati attraverso la carne, il sudore, gli umori, il sapore e gli odori. Detto in termini più terra terra, dopo che ci si è sporcati non si vuol far altro che continuare a sporcarsi (la parola sporco è il termine che, come l’utero in Missiroli, ritroviamo a più riprese in Betty di Simenon).
Il precetto assume tutt’altro significato se provo ad osservarlo sotto un’altra prospettiva che si estende al generale (invece di considerare esclusivamente il particolare), ed è quello che riguarda i rapporti sociali.
Quando possiamo definire che una cosa o una persona è pura? Quando preserva uno stato di immacolatezza o di integrità.
Un soggetto è puro quando si mostra per quello che è senza ricorrere a maschere, filtri o menzogne. Ad esempio, in questo istante, se dovessi pensare a qualcosa di chiaro, trasparente, pulito, mi viene in mente l’immagine di un bambino. A voler essere più precisi, l’immagine di un bambino nei primi mesi di vita. A questa immagine io associo la purezza.
Se pensiamo al candore in questi termini – e quindi al di fuori dell’ambito sessuale – riusciremo a cogliere il significato della citazione. Qualcuno potrebbe associare il candore alla giovinezza (forse non è una coincidenza se parecchie persone fanno uso di filler o si sottopongono ad interventi di chirurgia estetica per riappropriarsi dell’età dell’incoscienza), qualcun altro ad un individuo ligio alle leggi e alla parola data, oppure ad un soggetto che non si discosti di molto dalla sua linea di pensiero restando fedele alla sua ideologia, qualcun altro ancora vedrebbe bene il binomio purezza = ingenuità, ovvero incapacità di fare del male a qualcuno o anche solo pensarlo.
Anche un pensiero può essere puro: è il pensiero inedito, non plagiato, preso in prestito o assemblato (no A.I.)¹.
Dopo il periodo turbolento che abbiamo vissuto mi è venuto naturale fare questa riflessione. Devo dirla tutta: è una cosa che pensavo anche prima, ma che si è rafforzata con altre letture che si sono susseguite e che ancora si susseguono nel corso della mia vita e, ancor più, con quello che è successo e con cui mi viene più facile prendere ad esempio.
Questo benedetto – o maledetto – referendum ha cambiato del tutto il nostro modo di vedere il mondo e le persone, soprattutto le persone. Quelle che prima consideravamo amiche, ora non lo sono più. Quelle di cui avevamo stima, adesso non più.
Ho percepito molto questo distacco nelle relazioni sociali, e la consapevolezza del cambiamento mi ha lasciato un profondo senso di smarrimento, di rammarico e di vuoto. I media non aiutano. I social non aiutano. Internet non aiuta. Tutto si è allentato.
È rimasto il fango, la melma, la puzza.
Addio purezza, addio innocenza, addio meraviglia e scoperta.
Viva l’isolamento.
Cos’è questa? Malvagità o stupidità? Propenderei più per la seconda² perché l’essere umano, l’ho già detto una volta e lo ripeto, non nasce cattivo.
Ho anche pensato che l’ingenuità possa travestirsi da stupidità: si traveste, quindi non è. Rimane lei, quello che è: ingenuità.
Spesso l’ingenuità viene vista come un insulto. Il vocabolario Treccani dà questa definizione: “ingenuità: l’essere ingenuo, nel senso comune e moderno della parola, quindi sincerità, innocenza, candore d’animo, semplicità e anche dabbenaggine, eccessiva fiducia negli uomini e nelle cose per inesperienza del mondo”.
Presa nella sua accezione, mi viene da pensare che quando si dà dell’ingenuo o dell’ingenua ad un’altra persona quel che suscita irritazione è il suo essere puro, una qualità diventata rarissima al giorno d’oggi quasi impossibile da stanare.
Quando diciamo: “Sei veramente un ingenuo”, oppure “Quella tipa è veramente un’ingenua” in realtà ci stiamo prendendo in giro perché non facciamo altro che invidiare la perla racchiusa nella sua ostrica (che noi non abbiamo più o abbiamo perduto). Puntare il dito contro l’incontaminato equivale a toglierci di dosso un po’ di sporco per macchiare il bianco di chi ci sta di fronte, a mo’ di battaglia esistenziale: “ti respingo per nasconderti che ti desidero, perché hai qualcosa che io ho perso”.
Non avendo gli strumenti per rientrare in possesso di quel candore scomparso, l’unico escamotage diventa quello di deprezzare (e disprezzare) questa virtù per rendere un essere umano scarso agli occhi degli altri (da qui l’offesa). L’unica strada che resta percorribile – per riappropriarci dell’illibatezza, sia chiaro – è quella di rubarla ad un altro o ad un’altra tramite l’atto sessuale, l’apogeo del possesso (è lì che tocco il corpo dell’altro, che assaporo e prendo con mano la sua carne³). Tuttavia, affinché ciò avvenga, occorre che l’altro sia illibato; fino a che si rimane nel cerchio della verginità il soggetto vergine non avrà ancora alcuna esperienza del mondo e della vita adulta, solo dopo aver compiuto il “salto” che lo condurrà fuori dal cerchio entrerà in un’altra dimensione che lo porterà ad essere non più quello che era o che è stato.
È quello che avviene a Libero Marsell (e anche a tutti noi, per la verità), protagonista di Atti osceni in luogo privato dopo aver scavalcato la soglia della giovinezza per fare ingresso nel mondo dell’adultità (il romanzo è diviso in fasi: infanzia, adolescenza, giovinezza, adultità e nascita).
Gli atti osceni, in conclusione, non sono atti di cui vergognarsi o sentirsi sbagliati, ma diventano il passaggio necessario e fondamentale per prendere consapevolezza di sé stessi, per imparare a comprendere i nostri desideri e ad essere veramente liberi.
Il candore di cui parla Missiroli e la ferita di Betty nel romanzo di Simenon sono solo delle metafore, due punti chiave da cui partire per arrivare a comprendere la costruzione del sé.
Ho amato molto questi due romanzi, e nonostante Betty non sia considerato uno dei capolavori dello scrittore belga, trovo che non sia un testo da sottovalutare. La psiche femminile non è un qualcosa che si riesce a spiegare, è un’opera molto complessa. Sfugge a qualsiasi controllo, a qualsiasi dominio, a qualsiasi penna.
Georges Simenon, che nel corso della sua vita ha sempre rincorso lo spirito femminile nel tentativo di farlo proprio, è uno dei pochi autori della Letteratura ad averlo compreso.
20.04.2026
¹ Intelligenza Artificiale.
² Vedi Panta Rei di Luciano De Crescenzo, Mondadori Editore 1994.
³ “In una storia d’amore ci si appropria dell’altro e l’altro si appropria di noi. Le mani, gli occhi, il volto, la pelle, i sessi, e più il tempo di legame dura e più l’identità singola si dissolve. Diventa due. L’abbandono la frantuma e apre il bivio: ritrovarci in un nuovo legame dopo qualche tempo o diventare sé stessi nella brutalità” (cit. tratta da Atti osceni in luogo privato ed. Feltrinelli).