16.03.2026
Charlie Brown
"Solo gli imbecilli non hanno dubbi"
"Ne sei sicuro ?"
"Non ho alcun dubbio!"
(Luciano De Crescenzo)
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16.03.2026
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12.03.2026
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Bene, bene, bene. Anzi. Male, male, male.
Ma… dico, ci mancava anche Sal Da Vinci nelle polemiche? A parte che erano assurde tutte le critiche mosse prima ancora a Laura Pausini per la veste canora (e personale) conferita dall’artista all’Inno di Mameli, adesso manco le canzoni d’amore vi stanno più bene? Ecchec…osa!
Ma allora è proprio vero che del bene, dell’affetto, della dolcezza e della tenerezza non vi importa nulla, che fate solo finta di essere dei buonisti e dei pacifisti e delle persone educate e perbene e che “io dei pregiudizi? Ma quando mai!”.
Okay, la canzone vincitrice del Festival di Sanremo – si sa – può piacere o non piacere, ma che ne deve seguire una scarica di insulti mi pare nu poco esagerato (per restare in territorio napoletano), o no?
Questo povero cristiano di Sal Da Vinci pensava di portare sul palco dell’Ariston un testo che parlasse d’amore, ora non dico che si aspettava applausi a cascate da parte del pubblico, della giuria e della “critica”, ma un minimo di riscontri benevolenti ce l’aveva (in fondo non offende nessuno, è una pura e semplice manifestazione del sentimento d’amore alla persona amata). Affermare che è una canzone che si ascolta solo ai matrimoni dei camorristi, e che “madonnamiasaichefigurachecifaremoallEurovisioncoquesto?” o, peggio ancora, che ha connotati patriarcali…mamma mia ragazzi!
Che dire? Abbiamo davvero oltrepassato ogni limite come società civile che si rispetti e come individui in quanto esseri umani dotati di un cervello pensante (ma mi sembra di capire che qui Qualcuno o chi per Lui si è scordato di darci un cervello)¹.
Ora, esaminiamo bene le parole contenute nella canzone di Sal Da Vinci. Se ad un primo ascolto il tenore possa risultare “patriarcale”, con il testo alla mano si scopre che non è così.
Quando due persone si vogliono bene – ripetiamo: si vogliono bene significa che vogliono l’uno il bene dell’altro, e non l’uno il bene e l’altro il male – non esiste ostacolo che non si possa superare insieme (insieme = volontà da ambedue le parti); diversamente se l’ostacolo comincia a diventare un problema dovuto alla cocciutaggine di uno dei due soggetti (tanto maschile quanto femminile), allora vuol dire che l’amore è finito. Stop. Chiuso. Terminato. Esaurito (non nel senso mentale ma in senso quantitativo). Inutile quindi incaponirsi. L’amore non è un credito telefonico che puoi ricaricare quanto e quando vuoi, né il serbatoio di una macchina di lusso con cui scorrazzare per le strade per fare gli strafighi.
Altra perifrasi “so bene che è una grande incognita il futuro/ ma insieme a te non mi spaventerà perché/costruiremo tutto ma non alzeremo un muro”.
Ci sono tre parole su cui è essenziale soffermarsi: futuro, incognita e muro. Sulle prime due soprassiedo perché non c’è bisogno di spiegazioni, sull’ultima – muro – vorrei ragionarci.
Muro come sostantivo è una parola brutta perché evoca qualcosa che separa, divide, isola e che non permette di raggiungere l’altra persona, né di vederla o di sentirla. Ma Sal Da Vinci afferma proprio l’esatto contrario, parla di costruire (voglio far notare che il verbo è declinato al plurale): costruire tutto partendo da zero e, sempre al plurale, prosegue dicendo che “non alzeremo un muro” (c’è una negazione).
Ora, se il muro è un sostantivo che ha un’accezione negativa ed è seguito a sua volta da un’altra negazione, se non ricordo male – per una regola matematica – meno per meno fa più. E se il prodotto è positivo, dove si nasconde il significato maligno della canzone?
Un’esemplificazione? Delle più banali, mi sento di aggiungere.
Se mi apro ad una persona, ci parlo, ci discuto, ciò vuol dire che sto comunicando con quella persona, cerco un contatto. Se mi chiudo a riccio, la taglio fuori da qualsiasi decisione, accordo, scelta o altro, non la rendo partecipe di quel che sta accadendo, ergo sto “alzando un muro”.
E se non c’è comunicazione, né ascolto, esiste solo un hikikomori che s’accompagna col nulla. Da questo momento in poi l’amore si polverizza, svanisce ed entra in gioco la solitudine.
Mi rendo conto che, all’occhio, il titolo del brano possa indurre in errore. Per sempre sì sottintende un legame sempiterno, ma lasciate che dica una cosa: ci sono tantissime canzoni che, negli anni passati come ancora oggi, hanno espresso, esaltato ed omaggiato l’amore come un sentimento eterno, esclusivo e duraturo tra due persone. Di pari passo ci sono tantissimi libri (e tantissime favole) che dirottano il finale verso il classico “e vissero per sempre felici e contenti”; pertanto, la domanda che mi pongo è: perché stamo a fa’ tutta ‘sta caciara soltanto ora? E perché solo con Sal Da Vinci e non anche con Adriano Celentano o Riccardo Cocciante?² Niente niente vi dà fastidio che abbia vinto una canzone che abbia colori e sfumature “popolari” (e pertanto non proprio conforme allo stile di Sanremo)?³
No, perché mi sembra che qui qualsiasi cosa si dica, si faccia, si canti, si scriva o si pensi è diventata una grandissima camurria. E non importa se il soggetto in questione sia Sal Da Vinci, Laura Pausini, Andrea Pucci o un piddino o un meloniano.
Si deve offendere perché l’offesa e l’insulto è diventato il passatempo, nonché il costume dell’Italia (Paese democratico!), a prescindere se la questione sia giusta o sbagliata (nun ce ne frega niente, vabbè?). Può essere anche onesta e corretta ma… no! Non va bene! Devi stare attento a come parli, a come ti muovi, a come pensi e persino a come ti vesti e ti spogli! Non si fa.
Non si fa, non si fa e non-si-fa.
(Ma allora che famo?)
Sono addirittura arrivata a pensare che quest’anno, proprio perché non c’era niente su cui sparlare in tema Sanremo (un anno che potevamo starcene tranquilli, ma pensa te), qualcosa alla fine dovevamo inventarcela per accendere un po’ gli animi, e cosa c’era di meglio che buttare un po’ di benzina sul fuoco con la canzone vincitrice del Festival?
Questa volta è toccato a Sal Da Vinci (perdonaci Sal, perdonaci. Non tenevamo, come al solito, niente a che fare) ma – torno a ripetere – non è, non è stato e nemmeno sarà l’ultimo ad essere tacciato di patriarcato. Ci sono tantissimi film (si veda la scena di Johnny Stecchino quando lui, Benigni, e Maria, Nicoletta Braschi, sono seduti a teatro e il primo spettatore - seduto in platea - ad alzarsi per andare via, dopo aver riconosciuto Johnny, ordina alla moglie di seguirlo fuori senza neanche fiatare), tantissime opere teatrali (si legga l’Alcesti di Euripide), tantissimi testi di letteratura, ma anche componimenti lirici (La donna è mobile di Rigoletto, tanto per citarne uno), opere d’arte (Apollo e Dafne di Gian Lorenzo Bernini) che, seppur nel loro piccolo, hanno un quid di “patriarcato”.
Cosa dobbiamo fare allora? Aborrire tutto solo perché rimandano ad una certa supremazia maschile? A questo punto anche le favole sono da abolire, anzi: sono la prima cosa da abolire. Cresciamo con le favole, ci nutrono di favole, ci fanno vivere di favole, ci fanno sognare le favole e ci fanno morire con le favole. È un seme che ti ficcano in testa sin dalla nascita per farlo meglio attecchire.
Lasciate che ve lo dica (l’ho già detto in precedenza): le favole sono pericolose (non Magica favola⁴ di Arisa che, a parere di chi scrive, meritava la vittoria a Sanremo). Non vanno lette e non vanno nemmeno scritte. Narrano di Principi Azzurri ma i principi azzurri non esistono. Le Principesse si salvano da sole, manco le Forze dell’ordine o la Legge le salvano.
È questo che andrebbe inculcato nel cervello: non dipendere da nessuno. E non solo economicamente, ma anche sentimentalmente. Meglio un possibilista “Fino a quando ti amerò lo farò con tutta me stessa, ma potrebbe anche finire domani” invece di un “Ti amerò per sempre” (ma quando mai? Mamma e che uaj!⁵ E tu questa croce mi vuoi mettere addosso?).
Che poi ci siano persone più o meno romantiche, più o meno appassionate, più o meno sensibili, più o meno innamorate oppure più o meno esagerate è un altro discorso. È una questione di prospettive.
Gino Cecchettin ha ravvisato nel brano di Sal Da Vinci dei contenuti maschilisti, e ci sta. È una persona che è stata attraversata dal dolore, ci convive tutti i giorni col dolore perché gli è stato strappato il bene più prezioso che aveva al mondo, come volete che interpreti questa canzone? Una “tarantella” come l’ha interpretata Cazzullo?
Ecco, alle orecchie di Aldo Cazzullo arriva altro. La canzone è la stessa, il ritmo è lo stesso, gli accordi musicali sono gli stessi, eppure queste due persone – Cecchettin e Cazzullo – hanno ascoltato una canzone diversa. Come è possibile? (È possibile).
Non vediamo le cose come sono, le vediamo come siamo ci insegna Isabel Allende.
E a proposito di come siamo ritengo che debba cambiare il mio orientamento sessuale il prima possibile. Tenterò di spiegare a breve il perché.
12.03.2026
¹ E persino un cuore dato che pure la sensibilità è partita per un lunghissimo viaggio, lontano lontano
² Ricordate il brano Margherita del 1976 e la chiusa finale?
³ E che dire allora de L’italiano di Toto Cutugno?
⁴ Il significato del brano viaggia verso tutt’altra direzione: sveglia dalla favola.
⁵ Trad.: guaio.