Charlie Brown
"Solo gli imbecilli non hanno dubbi"
"Ne sei sicuro ?"
"Non ho alcun dubbio!"
(Luciano De Crescenzo)
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Visto che abbiamo accennato alla menopausa, e tra qualche post parleremo anche di invecchiamento precoce e decadentismo, vorrei aggiungere ancora qualche parola sull’argomento.
È la settimana in cui cade la giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Ho sempre detto che è fondamentale insistere su determinati temi di attualità, stai a vedere che a furia di parlarne fino alla fine si riesce a sensibilizzare la gente (forse). Come si dice a Napoli dalli e dalli e si scassano pure i metalli (ci voglio sperare, per una volta tanto vorrei essere ottimista come il popolo napoletano).
Tuttavia mi preme fare un’osservazione. A me delle ricorrenze, degli anniversari, delle cerimonie, delle commemorazioni non è mai importato nulla perché le trovo completamente inutili. Potrei capire la loro importanza se alle parole seguissero i fatti.
Prendiamo come esempio la violenza sulle donne. Da quanti anni ormai non si fa altro che parlarne in televisione, sui social, per strada, alla radio, sui giornali, nelle scuole, nelle università, fino allo sfinimento? Quante volte ci siamo sentiti dire sempre le stesse cose, ci siamo fatti sempre lo stesso discorso, siamo giunti sempre alle stesse conclusioni (ma senza nulla di concreto in mano)?
Il Disegno di Legge governativo n. 1433/2025, approvato in Senato e in attesa di approvazione definitiva dalla Camera, inserisce il reato di femminicidio con l’art. 577bis nel codice penale, un reato che ad oggi viene inquadrato come un aggravante (art. 577 c.p.) al reato di omicidio (art. 575 c.p.).
L’interrogativo che vi pongo (e mi pongo) è questo: pensiamo di risolvere il problema – un problema gravissimo – con l’inserimento di una (ulteriore) norma nel codice penale?
Art. 575 c.p. (Fattispecie di reato): “Chiunque cagiona la morte di un uomo è punito con la reclusione non inferiore ad anni ventuno.”
(Bozza del testo proposto dalla Commissione Giustizia) Art. 577bis c.p. (Fattispecie di reato): “Chiunque cagiona la morte di una donna quando il fatto è commesso come atto di odio o di discriminazione o di prevaricazione o come atto di controllo o possesso o dominio in quanto donna, o in relazione al rifiuto della donna di instaurare o mantenere un rapporto affettivo o come atto di limitazione delle sue libertà individuali è punito con la pena dell’ergastolo. Fuori dei casi di cui al primo periodo si applica l’art. 575”.
La butto lì. A me questa nuova norma, questo nuovo reato di femminicidio – ancora non in vigore – mi puzza tanto di discriminatorio. E non c’è bisogno di essere laureati in giurisprudenza per accorgersene: basta leggere l’ultimo capoverso della bozza del testo dove dice “Fuori dei casi di cui al primo periodo si applica l’art. 575”.
Quindi come devo interpretare l’art. 575 del codice penale? Una norma che protegge solo la vita degli uomini? Le donne sono quindi escluse da questa regola? Sarebbe a dire che dall’entrata in vigore del codice Rocco (1°luglio 1931) sino ai giorni nostri le donne non erano considerate persone e che, allora come adesso, si poteva fare e si può fare di loro quello che si vuole, persino ucciderle?
Scusate l’ignoranza, e mi scuso pure con i miei professori universitari e i miei dominus nel percorso di praticantato legale: io credevo che il significato del termine “uomo”, sì come citato nella fattispecie di cui all’art. 575 c.p., lo si dovesse intendere in maniera estensiva (come è naturale che sia insomma eh! Scopo della norma, e quindi il bene giuridico che è tutelato, è quello di proteggere la vita umana. A me me pare che dispongo di tutte le funzioni vitali che ha un essere umano: respiro, mangio, dormo, vado in bagno, russo, scorreggio, rutto, bevo, sogno, faccio l’amore… nun me sento d’esse’ un pianoforte, un mestolo, una sedia, una penna, un vaso, una ringhiera, una campana, un ombrellone, un albero di Natale, uno scarpone, insomma robaccia che viene usata e poi buttata e che chiunque ne può disporre come e quando vuole. Del resto, se non fosse per la donna che genera la vita umana, da dove so’ usciti fuori ‘sti Fenomeni?).
Anvedi aho’, dopo…quanti? Venti? Trent’anni di studi oggi ho scoperto che delle discipline legali, in fondo, non ho mai capito una m…… mezzo concetto (allora è proprio vero quando dicono che studiare non serve a niente. Cretini si è e cretini si rimane).
Altro problema, altra domanda. Siccome non ci arrivo con la testa perché, appunto, essendo cretina il mio cervello (e di conseguenza il mio bagaglio di conoscenza) è molto limitato vorrei sapere se e quanti omicidi si è riusciti a contenere dall’introduzione della norma (anno 1931, repetita iuvant) ad oggi (2025 col 2026 alle calcagna), escludendo le donne dal calcolo.
Ehhhh… l’elenco dei morti ammazzati è lungo vero? Molto più lungo dei processi che si sono svolti innanzi ai Tribunali d’Italia, parecchi responsabili sono stati astuti o fortunati a sfuggire al controllo della Legge.
Qual è la deduzione? Ve la dico subito. C’era bisogno di un’altra norma (discriminatoria, ribadisco) per sottolineare un imperativo già disciplinato novantaquattro anni fa e far capire una volta per tutte alle persone che togliere la vita ad un essere umano è un delitto, e che si viene puniti per questo?
Ma soprattutto in tutti questi anni, nonostante il reato di omicidio – rubricato all’art. 575 c.p. –, si è riusciti a debellare questa grande piaga umana o, quantomeno, a ridurre il carico degli assassinii? Le condanne (se sempre ce ne sono state) hanno funzionato sì o no? Le pene sono state applicate correttamente? Sono state rispettate le disposizioni del codice al momento di estendere le sentenze?
Non voglio tenere una lezione di giurisprudenza o crogiolarmi in una dissertazione sul libro secondo, titolo dodicesimo del codice penale riguardante i delitti contro la persona. Non ne sarei in grado, e comunque sia non dopo aver scoperto di essere una deficiente in materia ut supra¹, ma vorrei informare gli (altrettanto) ignoranti che nell’ambito del diritto, così come in tutti i campi, la teoria è qualcosa di molto lontano dalla pratica. Un conto è apprendere i concetti, un conto è applicarli, costruire, modellare, fare le leggi in itinere.
Non avete idea delle controversie che vengono analizzate e sottoposte innanzi ai Tribunali ogni giorno che generano fattispecie² sempre nuove e che necessitano di norme apposite, da applicarsi al singolo caso concreto. Un po’ come se voi giraste tutti i negozi di abbigliamento e non riusciste a trovare l’abito che fa per voi, c’è sempre un dettaglio che stona (taglia, colore, accessorio, foggia); l’unica alternativa possibile è quello di farvelo cucire da un sarto che confezionerà l’abito adatto a voi. E così sono i procedimenti in Tribunale, che sembrano tutti uguali – così preferiscono farvi credere – ma differiscono sempre per qualche minuzia.
C’è di più. La Legge è esegesi³ (concetto già espresso ed esplicato in un post precedente). Ciò significa che il legale di una parte a processo si batterà per portare avanti la sua difesa impostata su esame e studio della giurisprudenza e dottrina per quel determinato caso. Il legale di parte avversa, di contro, si batterà affinché il giudice accolga la sua tesi smontando quella di parte avversa.
Occhio: il caso è sempre lo stesso, con l’unica differenza che al medesimo sono state date due interpretazioni diverse. Il giudice, a fine processo, potrà essere a favore di una o dell’altra tesi altrimenti (Carramba che sorpresa!) dare un’altra interpretazione che accoglie e demolisce ambedue le tesi.
Adesso immaginate tutte le interpretazioni possibili che possono scaturire dal nuovo art. 577bis (in un’aula di Tribunale si prende come riferimento la norma base, ma non ci sarà mai certezza della sua applicazione perché alla norma, con gli anni, succederanno sentenze della Cassazione che ne esamineranno, smonteranno e aggiungeranno interpretazioni cambiandone la “fisionomia”). Prendiamo come esempio la parte dove dice “… quando il fatto è commesso come atto di odio o di discriminazione […] o possesso o dominio in quanto donna”; questa dicitura “in quanto donna” reca numerosissime insidie. Ne riporto solo una come esemplificazione.
Se ci troviamo di fronte ad un omosessuale vittima di violenza o prevaricazione eccetera eccetera, la prima domanda che verrà posta in un’aula di giustizia sarà: ma questo soggetto dobbiamo considerarlo donna nel suo sentirsi e percepirsi donna (oppure perché ha cambiato i connotati) o lo dobbiamo considerare uomo perché, di fatto e biologicamente, è un uomo? (in altre parole, che significa “in quanto donna”? Come devo leggerla e interpretarla questa norma? È o non è discriminatoria?).
Il problema sta a monte. Chi fa le leggi non sempre ha cognizione della materia, né è un esperto perché non è mai sceso e né scenderà in campo. Non è sul posto, non sa quel che accade intorno a lui, non legge la realtà, non si interessa delle sfaccettature dell’essere umano e delle sue mutazioni. L’individuo è un essere in continua evoluzione, cercare di riportare ogni cosa sotto un controllo o un ordine predefinito non sempre si rivela la cosa giusta.
La violenza non si combatte (solo) con la repressione. Genera molto più disordine e odio. È un boomerang, torna tutto indietro con molta più forza e aggressività. Abbiamo numerosi episodi in passato di repressione: il fascismo e il nazismo sono il piedistallo dell’odio e della violenza.
E pure qui sotto con le celebrazioni “mai più guerre”, “mai più odio”, “mai più eccidio”, “mai più orrore” per ritrovarci al solito punto di partenza come è successo con la Palestina e come sta accadendo ancora con quei due Io-so-Dio del Presidente russo e americano (avete capito perché non ci credo in queste ricorrenze?).
Lo dico ancora una volta e lo dirò ancora fino a stancarmi e a stancarvi: bisogna prevenire invece di curare. Bisogna istruire, educare, prestare amore, attenzione, pazienza.
Sì allora con l’introduzione sessuo affettiva nelle scuole, sì con l’introduzione del teatro, sì alle attività di letture miste ad attività ludiche, sì alla danza, sì ad una riforma “di approccio” con le materie che sappiano avvicinare di più i ragazzi alla realtà e alle persone.
L’ultimo appello lo rivolgo ai genitori: le radici dei vostri figli siete voi. Dopo aver piantato i semi nella terra c’è bisogno che ve ne prendiate cura, non dovete delegare agli altri un compito che è vostro o lasciarlo fare a YouTube, TikTok, WhatsApp e ad altre applicazioni virtuali e similari.
Una società civile si costruisce partendo da voi. Se non sapete fare il genitore, se non lo volete fare, se non ci riuscite, se non potete farlo, non lo fate. Se siete delle persone egoiste, l’egoismo tenetelo per voi, non lo moltiplicate (e soprattutto se avete problemi, fatevi psicanalizzare. Ma da uno bravo).
Vi lascio con una canzone di Pino Daniele. Mi raccomando: ascoltatela. Usate bene le orecchie.
¹ E chest’è
² Casi
³ Interpretazione
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Nella foto: Maddalena Corvaglia per il calendario GQ 2002, Kartika Luyet per il calendario Max 2002 e Belén Rodriguez
Vorrei tanto capire una cosa perché davvero non so più cosa pensare: ma perché sui social vedo solo gente nuda? Perché tutta questa necessità di mostrarvi come mamma vi ha fatto? Vi dà fastidio la stoffa dei vestiti? L’elastico delle mutande? Il merletto del reggiseno vi pizzica la pelle? Non lo so… vi sono venute le emorroidi la scorsa notte mentre eravate a letto e non sopportate il filo interdentale del perizoma? Avete un attacco di menopausa precoce che soffrite di vampate?
Perdonate l’irriverenza delle domande ma è da un bel po’ che non riesco più a capire se vi siete messe a fare tutte le spogliarelliste. Esistono ancora le cantanti, le presentatrici, le soubrette…? Insomma le Donne vere?
Fermi tutti! Non pensate che sia una di quelle che rosica d’invidia nei confronti di Belén, Elodie, Annalisa, Elisabetta Canalis, Elisabetta Gregoraci, Andrea Delogu, Taylor Mega, Wanda Nara, Diletta Leotta, Michelle Hunziker, Clara Soccini e tutte le femmine sensual della televisione perché mentirei se vi dicessi che, se fosse per me, potrebbero buttarsi tutte in un pozzo artesiano. No affatto, anzi. Le trovo tutte bellissime (anche se alcune di loro hanno più plastica di quanta se ne può trovare nei cassonetti della differenziata).
Sono contro la chirurgia estetica, il mio apprezzamento pertanto è riferito al nudo in sé, alla bellezza e alla perfezione scolpita nei loro corpi. È bello vederle nude (ahò, e mo’ l’ho detto!).
La questione centrale sta nel fatto che, appunto, sono sempre nude come se a casa loro non avessero indumenti nei cassetti e negli armadi (vogliamo fare una colletta per comprar loro du’ stracci, che dite?). Eppure pensavo si guadagnasse bene nel mondo dello spettacolo… guarda te, tante volte!
Comunque ridendo e scherzando, non è che sono le prime e manco saranno le ultime: qui siamo pieni di gente che gira per strada senza mutande (sia in senso figurato che in senso materiale perché non c’hanno manco i soldi per comprarsi il pane, figuriamoci pe’ mettese le pezze ar popò), e c’è tanta gente comune, gente che conosco, che non ha altro da fare che perdere tempo sui social per postare l’ultima foto con l’ultimo bikini/completo intimo acquistato ed esibirlo al pubblico dei suoi followers, oppure cimentarsi in divaricate, prese di pole dance o posizioni (presumo) di yoga e pilates (voglio sperarci, evitando di pensare che sia altro).
Ma ci sono anche quelle che si divertono a fare le “sensual-pork”(e qui non mi riferisco alla gente di spettacolo) con sguardi ammiccanti e provocatori e quelle che si sentono davvero Belén se non anche migliori di Belén.
Uno spettacolo osceno, veramente osceno, fatemelo dire.
E fatemi dire pure che io non ho nulla contro le femmine che amano spogliarsi (“Anto’, fa caldo!”). Primo: perché non siamo tutte uguali, ognuno deve fare quello che si sente di fare senza però nuocere agli altri, quindi se sentono il bisogno o il desiderio di vestire in maniera succinta che lo facessero pure; secondo: perché, come affermavo poco fa, il nudo femminile è molto bello a vedersi, anche quando a mostrare le curve sono le ragazze curvy.
Il nodo centrale del discorso ha a che fare con la misura delle cose (qualsiasi tipo di cosa in ogni aspetto della vita).
Prima ho detto che ognuno deve fare quello che si sente di fare senza arrecare nocumento o offesa all’altro, e qui l’argomento comincia ad assumere connotati diversi perché bisogna capire cosa si intende per nocumento.
Nella sua accezione più stretta il nocumento (dal latino nocumentum, che deriva a sua volta dal verbo nocēre) significa “nuocere”, “fare danno”. Ordunque, se uno si spoglia che danno può fare? Mica si mette a sparare le persone con un kalashnikov? Per caso sgancia delle bombe sulla folla o prende d’assalto una città, un territorio, una nazione? Accoltella qualcuno?
Nella definizione “essenziale” del termine quindi, il danno non è connaturato.
Se invece per nocumento intendiamo l’offesa, l’insulto rivolto al pudore, al senso comune di pudicizia, castità, morigeratezza, in alcune circostanze (soggettività) il danno è configurabile.
Personalmente ritengo che tutto ciò dipenda molto dalla attitudine di un soggetto riguardo alla sua concezione di moralità/immoralità, decenza o indecenza.
Tizio potrebbe considerare tutto lecito, così tutto ciò che è vietato dalla morale e perfino dalla legge perché è un fervido sostenitore del libero arbitrio, perché è di ampie vedute, perché in un popò messo in primo piano in tutta la sua natura non ci vede niente di male o di volgare.
Caio, al contrario, potrebbe considerare volgare anche un rigonfiamento del seno che sporge appena dalla scollatura di una camicetta.
Sempronio, da parte sua, sta all’incrocio della strada: va bene scoprirsi – non mi scandalizzo se si vede metà di una ciapet o riesco ben ad intravvedere la rotondità di un décolleté o altro – l’importante è non esagerare e lasciarmi un margine di immaginazione.
Sono solo tre esempi che ho riportato ma si desume perfettamente ciò che intendo quando mi riferisco ad “alcune circostanze”, indi alla “soggettività”.
Siccome è regola – è regola ragazzi! RE-GO-LA, vi piace o non vi piace dovete accettarla – che non esiste una verità oggettiva (e se esiste lo scopriremo solo vivendo, come cantava Lucio Battisti ne Con il nastro rosa¹), concludo dicendo che tutte e tre gli esempi non hanno nulla di sbagliato, stonato o ingiusto.
(Quindi spogliatevi, alèèèèèèèèè!!!!! E datevi alle orge e a qualsiasi tipo di perversione, alèèèèè!!!!! Ma, soprattutto, datevi!)²
Tratte queste conclusioni, mi rendo conto che potreste domandarvi perché allora abbia provato così tanto fastidio di fronte alle immagini e alle foto di nudo in cui mi sono imbattuta e mi imbatto tutti i giorni sui social (in particolare su Instagram).
Perché faccio parte della categoria di Sempronio, ecco perché. A me il nudo non scandalizza, sia chiaro, come ho detto in precedenza mi piace. Pur essendo una femmina, guardo con piacere un’altra femmina nuda (anche se ha qualche chilo in più).
Non è perversione: ci vedo Bellezza, Arte, Eleganza, Musicalità (i puritani ora mi denunceranno alle Autorità oppure mi banneranno dai social, o semplicemente mi toglieranno il saluto o l’amicizia).
È necessario tuttavia tenere in conto – la mia è sempre una considerazione soggettiva – il mio prototipo di nudo. Anche io sono contro la volgarità. Va bene provocare, vellicare, stimolare l’immaginazione, ma senza mai eccedere (Adoro l’eccesso solo nel sesso³, questa è vera ed è mia coniata da me medesima). Può andar bene anche un nudo integrale, è bene però che non diventi consuetudine.
Esempio banalissimo. Durante i primi anni della sua carriera Madonna, al secolo Miss Ciccone ad oggi Lady Veronica (da non confondere con Lady Oscar il cartone animato anni Ottanta), raggiunse l’apice del successo con un libro, Sex, contenente foto di nudo integrale (anche spinto) e con la pubblicazione dell’album Erotica (correva l’anno 1992). Il lavoro discografico non rientrò tra i capolavori dell’artista, ma tutto ciò che accompagnò il progetto (pubblicità, interviste, uscite, dichiarazioni, clip musicali) procurò alla cantante l’epiteto de “La Regina dello Scandalo”.
Eravamo negli anni Novanta (niente social, niente smartphone, niente tablet, niente internet, niente digitale), epoca in cui certe tematiche ancora non venivano affrontate o non erano ancora in voga (omosessualità, femminicidi, coppie di fatto, eutanasia, fecondazione assistita, aborto ecc.), per cui una presa di posizione su un tema come il sesso e tutte le sue forme di espressione o di pensiero venivano bollate come “immorali”, “scandalose”, e “contrarie a qualsiasi religione, etica o buon costume”. La stessa cantante venne tacciata come soggetto “pericoloso”, che inneggiava a qualsiasi forma di perversione o inclinazione alla pornografia. Nessuno avrebbe mai pensato che, trent’anni più tardi, tutto ciò che era stato pensato e messo in atto da Miss Ciccone sarebbe entrato a far parte della prassi quotidiana, col risultato che Lady Veronica lo fece quella volta e basta, mentre gli “artisti” o se preferite, le “pop star” di oggi lo fanno tutti i giorni. Anzi, lo fanno apposta, perché se non lo facessero non farebbero più notizia e quindi la loro notorietà verrebbe meno.
Lady Veronica a 29 anni a sinistra (1987), Lady Veronica a 67 anni a destra (2025): trova le differenze
Il risultato qual è? Che verranno ricordate non per il loro talento o per le loro canzoni, ma perché si spogliavano tutti i giorni davanti alla televisione, sulle riviste, sui social o ai loro concerti. E quel che peggio è perché lo facevano “in nome del femminismo” e per “usare il corpo come espressione di libertà” (quale libertà? Per sentirsi libere adesso c’è bisogno di spogliarsi?).
Una domanda (o provocazione, anche qui la si intenda come si vuole). Ma Maria Montessori, Rita Levi Montalcini, Margherita Hack, Marie Curie, Amelia Earhart, Oriana Fallaci, Nilde Iotti o, se vogliamo citare le Donne del tempo contemporaneo, Paola Cortellesi, Luisa Ranieri, Laura Pausini, Lorella Cuccarini, Raffaella Carrà, Dacia Maraini, Michela Murgia… si sono mai denudate per il riconoscimento e la conquista del proprio diritto di essere Donna o per la loro libertà sessuale? Come hanno dimostrato (quelle che non ci sono più) e dimostrano (quelle che ancora ci sono) di essere anche loro degli Esseri Umani con pari diritti e dignità degli uomini, dotate anch’esse di un cervello e in grado di fare tutto ciò che sono in grado di fare gli uomini (pure di più)? Perché ce le ricordiamo ancora e hanno un nome e una visibilità che conta? Per aver scoperto una tetta o una chiappa?
Non voglio essere impertinente o maleducata, ma quando ascolto o vedo certe “artiste” che si atteggiano a donne di mondo o si mettono a cucire discorsi sul femminismo facendosi passare per “quella che si spende in prima persona e ci mette la faccia per la battaglia contro la violenza sulle donne” mi verrebbe solo da strigliarle e dire loro di smetterla di prendere in giro le Donne, perché non è spogliandosi che dimostrano la loro “intelligenza” o il loro “essere superiori” o combattono la dura guerra – perché in guerra siamo – del femminicidio. Al contrario, per il loro desiderio di essere sé stesse noi Donne veniamo ancora più denigrate, insultate e sbeffeggiate stante la percezione da parte di quell’insieme di maschi di un certo livello di considerarci come oggetto invece che come persona o, tutt’al più, delle oche selvatiche che si divertono a starnazzare nel cortile.
Ti piace stare nuda? Va bene.
Tolto il pannolino, tolto tutto (almeno fino a quando non dovrai rimetterlo per l’incontinenza a settanta/ottanta anni)? Benissimo, il riciclo dell’aria là sotto fa sempre bene.
Vai in estasi quando scopri che un maschio sbava quando ti vede senza nulla addosso e gli sale la fregola? Perfetto.
Hai voglia di provocare anche solo per il gusto di avere gli occhi puntati addosso, o perché ti senti bella solo quando sei tutta ignuda, perché libera dagli indumenti ti senti bene e in pace coi sensi e/o per altre ragioni che prescindono da questioni morali o da battaglie per il riconoscimento dei diritti? A posto.
Stai nuda quanto ti pare, sei una bella ragazza, te lo puoi permettere, è bello vederti e ci sai anche fare. Fosse per me, potreste stare tutte nude dalla mattina alla sera: quando andate da Mara Venier, quando cantate, quando presentate, quando partecipate alle manifestazioni, quando passeggiate sui red carpet, quando andate al mare o quando andate a fare shopping, quando cucinate, quando mangiate e pure quando andate a fare la spesa.
Non mi offendete, come ho già detto mi piace guardarvi (e vi difendo pure – in maniera accanita – dagli attacchi belluini sui social).
Ma, per favore, non siate ipocrite. Non dite che lo fate perché state dalla parte delle donne, perché volete combattere i femminicidi, perché vi sentite delle eroine, perché sono una donna di qua e una donna di là, perché ci tenete alla libertà di pensiero e di espressione, perché anche una donna ha i suoi desideri e non deve essere sottomessa o soppressa e tutte quelle altre sciocchezze che vi passano per la testa.
Vi spogliate perché vi piace spogliarvi. Punto. E non perché dovete portare avanti le battaglie per il riconoscimento dei vostri diritti o vi sentite libere di esprimere la vostra femminilità con il corpo.
Pure a me piace spogliarmi, ma la mia categoria è quella di Sempronio (“Ottima è la misura”cit. Cleobulo, filosofo greco vissuto nel VI secolo a.C.) e, comunque, non prendo in giro nessuno. Anche quando c’è da guadagnarci.
Detto questo, ragazze – tutte le ragazze, vip e non – datevi una regolata: tutto questo esibizionismo (specie sui social) non va bene. Rischiate di diventare ridicole.
E di dare ragione a quella razza di poveri stupidi che si credono intelligenti e che possono fare di voi tutto quello che vogliono. Persino di eliminarvi dalla faccia della Terra.
¹ Brano del 1980 di Lucio Battisti e Mogol
² Oh, non ci credete! Hai visto mai che andate a pensare che sono una ninfomane
³ “Alla faccia del bicarbonato di sodio! E questo perché non ami la volgarità” vi ho ascoltati eh… che credete? Non amo la volgarità ma manco sono una Santa o una puritana (o finta puritana)
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"È facile ottenere approvazione:
basta dire ciò che gli altri vogliono sentirsi dire.
Ma prova ad ottenere approvazione dicendo ciò che pensi.
Avrai un brutto carattere per molti".
(Anonimo)