Il nuovo libro di Starnone, pubblicato a fine settembre dell’anno corrente per Einaudi, prende come spunto di partenza un messaggio whatsapp inviato alla persona sbagliata. Da qui il titolo Destinazione errata.
È un libro che si compone di appena 140 pagine, denso di contenuti, dettagli, significati. Denso di storia. Un testo su cui vale la pena soffermarsi e che sprona il lettore a rileggerlo ancora una volta, forse anche più di una volta.
La prosa di Starnone lo consente: essa invoglia, ammalia, suggestiona, suggerisce, consiglia, insegna. Il tocco di ironia non manca.
Ciò che colpisce di questo testo non è il tema (la seduzione del tradimento: cadere in tentazione sì o no?), ma le riflessioni sottese a tutto ciò che accade nel corso degli avvenimenti.
Ho letto alcune recensioni di questo libro (non stilate da giornalisti o collaboratori per testate online e cartacee, ma recensioni scritte direttamente dai lettori sui vari siti/blog preposti allo scopo), commenti che hanno lasciato i destinatari – per restare nell’ambito del discorso – insoddisfatti.
Trama piatta, personaggi non ben definiti, ci si aspettava qualcosa di più, stanchezza, lentezza nella lettura… roba così.
Non mi trovano d’accordo. Questo libro è tutto il contrario di quello che hanno scritto nelle loro recensioni.
Per ciò che concerne la trama la ripetizione di un “già visto”, “già raccontato”, “già affrontato”, può starci. Sui personaggi non ben definiti e sul non accade nulla di che, dissento. Accade di tutto.
Il problema, come ho sempre detto, sta proprio lì. Quello che accade sotto i nostri occhi non lo vediamo mai perché è la cosa a cui non prestiamo mai attenzione (dovremmo farlo più spesso invece).
Partendo proprio dal titolo Destinazione errata la domanda che vi pongo è questa: quanti destinatari erra(n)ti avete incontrato/conosciuto nella vostra vita? Sicuro non erano ciò che vi aspettavate, sia nel caso “tutto è bene quel che finisce bene” che nel caso “sarebbe stato meglio se non l’avessi mai incontrato/a” (“Perché certe cose non le capiamo mai subito, le capiamo appena dopo: la realtà è generosa, e ci lascia alcuni istanti per salvarci, prima di distruggerci” cit. di Letizia Pezzali, Un animale innocente Einaudi editore 2025).
A raccontare la storia è un uomo di trentotto anni, che di professione fa lo sceneggiatore. È un uomo sposato. Sua moglie, Livia, è una bellissima donna. Sagace e soddisfatta del proprio lavoro. La coppia ha tre bimbi piccoli con poca differenza di età l’uno dall’altra: Giulio, Sara, Nilde.
Succede che un fine settimana, mentre Livia è fuori per un convegno a Genova, sia proprio lui ad occuparsi dei figli. Tra strilla, lamentele, cambio di pannolini, gestione della casa e lavoro – la scadenza per la consegna è imminente – il nostro protagonista, nella frenesia di gestire più cose contemporaneamente, invia due messaggi whatsapp: uno destinato alla moglie e uno destinato alla collega Claudia, con cui lavora a stretto contatto per le sceneggiature per la televisione. L’errore consiste nell’inviare il messaggio alla persona sbagliata, quindi il testo destinato a Claudia viene inviato a Livia e il testo destinato a Livia viene inviato a Claudia. Un messaggio di poche lettere, tipico di una coppia, ma che cambia tutto. Ti amo. Dall’altra parte solo un nome, Tea (il personaggio di una fiction poliziesca).
Claudia coglie la palla al balzo e la sua risposta non si fa mancare “Finalmente ti sei deciso, anch’io ti amo”.
Il romanzo vero e proprio ha inizio qui, con lui che stenta a credere che la sua collega di lavoro nutra un sentimento d’amore nei suoi riguardi (scoprirà in seguito che è un sentimento che covava segretamente già da due anni e che lui non se ne era mai accorto, pur lavorando tutti i giorni con lei spalla a spalla). Anche perché Claudia è tutto l’opposto di Livia. Livia è aperta, socievole, ben disposta, esuberante, femminile, sensuale, bella, elegante, intelligente, con una notevole capacità di attirare l’attenzione su di sé, mentre Claudia è riservata, raggomitolata in sé stessa, veste in maniera sobria, non fa nulla per mettersi in mostra, sembra le interessi solo il lavoro e basta, frequenta una cerchia esigua di persone, insomma la tipica donna casa, lavoro e famiglia.
Il messaggio però cambia tutto e spinge il protagonista a vederla con occhi diversi. Solo sul finire della lettura – in realtà vi sono degli accorgimenti sparsi tra i vari capitoli che permettono al lettore di spiare dal buco della serratura che svelano, realmente, chi sono i personaggi del romanzo consentendogli di comprendere cosa c’è dietro – si scoprirà che il suo vedere era stato scambiato con l’immaginare; immaginare una donna più “confacente” a quelle che erano le sue aspettative e fare di tutto per “adattare” quel corpo alla sua immaginazione (“Che faccio, Carlo, ritorno a letto e mi addormento accanto a lei, oppure la sveglio, ricomincio a coprirla di baci, facciamo finalmente l’amore? Che spreco è questo corpo di donna agitato dai sogni e dagli incubi, il tempo è perso, che ora è” cit. dal libro Destinazione errata).
A dirla tutta il tizio (il lui del romanzo di cui non si sa il nome) ha tutta l’aria di essere un fessacchiotto. Non vorrei proferire sciocchezze ma è come se anche Starnone si fosse divertito a descriverlo così stupido e a prenderlo in giro per la sua ingenuità. È un bambino troppo cresciuto, che fatica a stare dietro ad ogni cosa (i figli, il lavoro, la gestione del rapporto con gli altri), che si sente un inetto al confronto con la moglie, seppur ne è innamorato pazzamente, e al contempo non sa di preciso cosa vuole. Lascia fare tutto al caso, agli eventi, non smentisce il messaggio che ha inviato a Claudia curioso di assistere a quel che succede.
Questa sua “inadeguatezza”, questo suo “non essere ben definito perché non sa neanche lui cosa aspettarsi dalla vita nonostante ha tutto quel che desidera” trapela anche in alcuni episodi del suo passato. È sempre alla ricerca di qualcosa o qualcuno che lo sollevi (o lo tenga fuori) dai guai. Vuole prendere, “godere” del momento e delle cose senza tante responsabilità o sensi di colpa. In questo contesto si colloca molto bene il personaggio di Carlo, uno scrittore di successo avanti con l’età, amico comune di Claudia e il marito di lei, Alberto, nonché di lui e di Livia.
Carlo è la saggezza fatta persona, sa sempre cosa dire e cosa fare e ha la risposta per ogni cosa. Di diverso avviso è Clelia, la madre di Alberto e suocera di Claudia (per la quale ha una venerazione assoluta) che così tuona nei riguardi dell’autorevole scrittore: «Quel vecchiaccio è la prova che fare lo scrittore non implica essere intelligenti».
È una frase che mi ha molto colpita per la verità che racchiude, ed il romanzo stesso, la storia che si svolge nel romanzo, ne è la conferma. Il lui del racconto pare proprio un imbecille, nel senso che nonostante si occupi di scrivere sceneggiature – e quindi abbia l’occhio dello scrittore attento a tutto quanto lo circonda, ai dettagli, alle frasi, alle espressioni della gente, alle emozioni, alle azioni ecc. (o almeno è quanto dovrebbe essere in teoria) – non si accorge e non si è mai accorto di quel che succedeva e succede (ancora!) sotto il suo naso. Dà quasi fastidio, perché sembra la classica persona egoista concentrata solo su sé stessa e sulle sue esigenze, sebbene finga di interessarsi alla gente (chissà, magari è anche vero che si interessa ma solo in secondo piano, o perché è il suo lavoro che lo induce a prestare un minimo di attenzione al mondo circostante). Pressappoco è un po’ come questa vignetta che, tutte le volte che la guardo, mi fa venire in mente una situazione tipo il mondo intorno a te sta crollando; è da mesi, se non anni, che si professa il disastro e tu ti giri intorno chiedendoti cosa succede
Per carità, ad alcuni può suscitare tenerezza, ilarità, e ad altri antipatia/disprezzo per i motivi testé accennati. A tal proposito mi viene in mente un’altra frase presente nel testo che richiama quanto enunciato dal personaggio di Clelia, inserita in un dialogo tra lui e Claudia quando “decidono” (coniugazione sbagliata perché il verbo così coniugato si riferisce alla terza persona plurale quando, al contrario, è la terza persona singolare da adottare) di stare da soli per la prima volta insieme e consumare un rapporto, invece che ridursi ad incontri occasionali e a qualche bacio furtivo.
Esitai, poi dissi quasi a fior di labbro:
- Ti amo.
Rise cattiva:
- A scrivere sceneggiature te la cavi, ma per il resto usi parole a vanvera.
Segue un altro abstract del romanzo volto a delineare un pensiero critico di Starnone rivolto al panorama letterario.
[…] Poi mi portò nel suo studio, mi aveva sempre ricevuto lì. Notai subito che sulla scrivania c’erano tre o quattro libri aperti e il computer acceso. Dissi: stai lavorando, sono venuto a disturbarti, mi dispiace. Ironizzò al suo modo benevolo sulla parola lavorare. Disse che per me e per Claudia scrivere era sicuramente un lavoro, ma per lui – rise, una via di mezzo tra la risata e il colpo di tosse – era ormai ingannare il tempo sgualcendo ideuzze con parole insoddisfacenti. Una volta sì, da giovane, aveva scritto pieno di piacere. Osservava parenti, conoscenti o anche solo passanti, deduceva dalla loro vita palese quella segreta, e via a scrivere cercando di essere fedele alla loro realtà. Poi si era reso conto di aver imparato – maluccio, tra l’altro – solo un po’ di vecchi giochi di prestigio buoni per dare l’impressione che un raccontino fosse la vita vera. Non solo. Si era piano piano convinto che quei giochi meravigliosi – utili in tempi andati per scrivere capolavori – si erano ridotti ormai a un bel po’ di scherzetti abusati che a rifarli per l’ennesima volta, o anche per l’ennesima volta a sabotarli, non facevano avanzare nemmeno di un millimetro la letteratura.
Come è dato vedere, il romanzo non è un semplice raccontino “che narra la vita vera” per usare le parole dell’autore. È molto più di una storia. Sono tanti strati di storia indossati da ciascun personaggio a partire da Carlo seguito da Clelia, Alberto, Claudia, Livia, il protagonista del libro. Gli unici a restare “nudi” sono i bambini (Giulio, Sara, Nilde e Abigal, la figlia di Alberto e Claudia).
Sono tante ambiguità, tante fragilità, tanti segreti che hanno un inizio e una fine. Dove la parola fine non vuol dire necessariamente il compimento di un racconto.
Forse siamo solo all’inizio.
Autrice : Carla Iannacone |
Categoria : Recensioni
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12/11/25
Non amo il genere rap e per questo motivo non mi piacciono neanche i rapper, fatta eccezione per quei due o tre artisti che si contano sulle dita di una mano (sono proprio due/tre, non uno di meno e non uno di più).
Il rap come io l’intendo è quello che fece conoscere al pubblico e portò al successo Lorenzo Cherubini, alias Jovanotti; dagli anni 2000 si è trasformato diventando un genere ad personam dove ciascun cantante lo interpreta e lo reinventa come meglio crede.
Il primo a mettere in atto questa metamorfosi fu senza dubbio (oddio, proprio senza dubbio no, il dubbio c’è sempre) Fabrizio Tarducci (Fabri Fibra) emulato¹ da Fabio Bartolo Rizzo (Marracash), Cosimo Fini (Guè Pequeno), Emiliano Rudolf Giambelli (Emis Killa), Gionata Boschetti (Sfera Ebbasta), Jacopo Lazzarini (Lazza) e via dicendo, fino a giungere a Geolier e ad altri “artisti” partoriti dai talent, da YouTube e da TikTok.
Fin quando a scendere in campo erano Jovanotti, gli Articolo 31, i 99 Posse, Neffa, I Sottotono il rap non aveva ancora subìto quella dolorosa mutazione che gli ha fatto assumere quelle caratteristiche per cui lo conosciamo oggi, da qui la mia scelta di spostare l’attenzione su un tipo di musica più musicale e con più sostanza.
Data, quindi, la mia idiosincrasia avverso questa pessima chirurgia facciale del rap ho trovato incredibile – per non dire assurdo – che fossi riuscita ad apprezzare in maniera viscerale – e dalla prima nota – il singolo del lancio del nuovo album di Ernia, Per te (che è il singolo, e non l’album dal titolo Per soldi e per amore).
Tralasciamo i trascorsi musicali di Matteo Professione (certo sulle scene con questo nome non si poteva presenta’, non avrebbe sortito l’effetto desiderato di riconoscibilità come con lo pseudonimo di Ernia, per quanto pure Ernia non è che faccia pensare chissà cosa di buono… a parte una sciatica) e concentriamoci sul fatto che Ernia è uno di quei rapper che fanno parte dell’ultima generazione (o ultimo cambiamento/”riforma”) del genere a cui mi riferivo poche righe fa.
La cosa strana (e che mi ha molto stupita) è che, prima di tutto, sia riuscito a tirar fuori un pezzo che non ha nulla a che vedere col genere di oggi e di ieri, ma soprattutto che abbia avuto l’umiltà di fermarsi e riflettere non tanto sul suo percorso professionale (c’entra anche quello ma in parte) ma molto su sé stesso. In pratica si è “spogliato” di tutti gli orpelli, di tutti i riflettori, di tutte le apparenze, di tutta la fama e di quelle cose inutili che si trascina dietro il “palcoscenico” per mettere in luce le sue fragilità e i suoi dubbi, per porsi delle domande cercando di darsi delle risposte, e interrogandosi su chi è realmente facendo un raffronto sulla persona che si fa vedere sicuro e spavaldo in pubblico al contrario del bambino insicuro e bisognoso di conforto in privato.
Il video riesce molto bene a dare corpo alle parole del testo sullo schermo, le scene viaggiano in sequenza e in sintonia con le strofe della canzone come, ad esempio, nel passaggio in cui si rimprovera di essere un egoista e lo si vede sdraiato sul tavolo al centro della stanza mentre pensa con le mani incrociate dietro la testa. Altro momento che trovo molto bello è quando lo vediamo mangiare solo alla tavola un pasto (tristissimo) di quelli take away e viene distratto da un’ombra dietro il velo di plastica della porta di ingresso: in questo frame è guardingo, si avvicina cauto con una pistola in mano (la agguanta solo per una questione di sicurezza) pronto a sparare per difendersi, salvo scoprire poi che è solo il postino o qualcun altro che gli consegna la posta e la butta sul pavimento. La tensione si avverte tutta, anche qui fa tanto lo spaccone ma in realtà ha paura; è un cecchino, ma al contempo è un killer che è terrorizzato da tutto ciò che lo circonda, non si fida di niente, di nessuno, nemmeno delle sue sensazioni; si sente minacciato da tutto (un controsenso se si pensa che stiamo parlando di un cecchino e quindi l’ombra, il pericolo è lui), ad essere braccato sembra più questo assassino anziché l’uomo che osserva nella villa di fronte.
Il posto in cui studia le abitudini della sua vittima è un luogo abbandonato, buio, isolato, forse fa anche abbastanza freddo, che sente addosso ancora di più quando indossa il giubbotto per prepararsi a sparargli/spararsi. In teoria dovrebbe essere un giubbotto antiproiettile, ma ho ragione di ritenere che in questo contesto assume tutt’altro significato.
Sempre a proposito di buio, avete notato che il “cecchino”/giustiziere² è sempre in ombra e invece la vittima viene inquadrata alla luce del sole (mentre è seduto sulla panchina, mentre è al telefono, mentre passeggia per strada, oppure baciato dalle lussuose luci della imponente dimora dove abita)?
Non è una chiara metafora di quel che Ernia racconta nel testo? Il sé sotto i riflettori e il sé che non lascia mai che trapeli al mondo di fuori, che nessuno conosce, che nessuno vede, che nessuno sente e che nessuno immagina (almeno fino ad oggi).
Persino l’inflessione delle strofe si diversifica a seconda di quello che sta dicendo in quel preciso istante. Nel complesso è un testo sussurrato – in fondo è una confessione, un diario, una lettera – ma in alcuni punti le strofe diventano veloci quasi a voler marcare la rabbia (mi hai promesso di cambiare, ma non rispetti i patti/vedi buio pesto, non vedi il progresso/ti fasci la testa prima che la sbatti, ti odio anche per questo) e ancora (ancora che ti annoi, compra quel che vuoi/tanto poi lo sai non basterà), di contro nella strofa che introduce il ritornello si percepiscono due tipi di sfumature: la prima parte è triste e malinconica, la seconda parte esprime felicità, liberazione, soddisfazione, si ha come una sensazione di “apertura” (tu ti senti solo, e a volte un po’ lo sei/ma quando prendi il volo, diventi come vorrei).
È un brano molto molto bello, ed è bello perché è sincero, pulito, trasparente, accompagnato da una melodia altrettanto pura e delicata. Da far piangere e commuovere come scemi.
Perché ho pianto e mi commuovo sempre come una scema quando ascolto questa canzone. Ed è la prima volta che succede e mai mi è successo in tutta la mia vita, soprattutto con un rapper. Succede anche che mi metta a cantarla tutte le volte che la ascolto con una nota un po’ più alta di Ernia e, caso più unico che raro, mi viene pure bene perché la polifonia a due voci crea un’armonia perfetta e piacevole a sentirsi (non canto mai, nemmeno quando sto da sola o sotto la doccia perché sono stonata e non mi piace il suono della mia voce).
Alla luce di quanto esposto sino ad ora con particolare riferimento alla mia considerazione sui rapper di oggi, mi sono domandata se un grande artista sarebbe in grado di emozionarmi alla stessa maniera di come ci è riuscito Ernia (stiamo parlando di Ernia ragazzi, Ernia! Vi rendete conto? Mado’… mi vergogno! Con tutto il rispetto per Ernia).
È bene precisare che quando parlo di grandi artisti mi riferisco a gente del calibro di Renato Zero, Zucchero, Franco Battiato, Riccardo Cocciante, Fiorella Mannoia, Laura Pausini, Luciano Ligabue, Pino Daniele, Mina, Lucio Dalla, Mia Martini… l’elenco non è esaustivo ma è per farvi capire cosa intendo quando parlo di Musica, di Cantanti e di Arte.
Ora, non posso non dire che i Cantanti citati e quelli non citati sia in passato che nel presente mi abbiano provocato e mi provochino sempre delle grandi emozioni quando li ascolto, ma se mi abbiano fatto piangere o commuovere fino alle lacrime non ricordo che sia mai accaduto; nel senso che sì, d’accordo, mi viene la pelle d’oca quando li ascolto, sento un “friccico” nel core, mi vedono compartecipe al sentimento che cantano ed esprimono ma nessuno è riuscito a smuovermi così tanto il cuore come Ernia (ribadisco: Ernia!).
Attenzione: Per te non è una canzone d’amore, almeno non come si intendono le comuni canzoni d’amore, anche se di amore parla (eccome se ne parla!) anzi, è la Canzone d’Amore per eccellenza (quello VERO e proprio).
Per questa sua semplicità e verità, è universale. Riguarda tutti.
Le classiche canzoni d’amore possono piacere o non piacere, dipende. Se sei single e stai bene così non te ne frega niente di decantare o esaltare l’amore; se sei un soggetto molto sensibile, molto appassionato, molto innamorato, molto romantico, ascolti solo canzoni d’amore che abbiano come protagonista un lui e una lei, o due lui e due lei. In ogni caso c’è una coppia.
Il testo di Ernia non ha al centro una coppia, ha al centro unicamente sé stesso. Qualcuno potrà vederci dell’egoismo, qualcun altro invece il vero amore (che non significa assolutamente anima gemella).
Poiché siamo tutti persona va da sé che, un minimo, di amor proprio dovremmo avercelo. C’è chi ne ha in maniera eccessiva, chi si pone nella giusta misura e chi non ce l’ha neppure un po’ o il minimo indispensabile che serve pe’ campa’.
Ernia si rivolge a questi ultimi: quelli che non si amano, non dico metà del pianeta ma una buona parte. E siccome questa fetta di torta ha il suo bel pubblico e il suo bel peso che fa da componente al pezzo di torta, il testo diventa un messaggio diretto a tutti quei partecipanti che determinano quell’un terzo di torta.
Non è una canzone fine a sé stessa, Per te non mette a nudo solo la voce di chi la canta, mette a nudo la voce di quella “massa” della torta che se ne sta ripiegata su sé stessa a giudicarsi e recriminare sui suoi “difetti” per tutta la vita. Per te diventa quindi la “sua” canzone. È la canzone di Tizio, Caio, Sempronio, Mevio, Filano, Calpurnio… e siccome la fila della compagnia bella è lunga, possiamo concludere affermando che questo modo di sentire/sentirci, di vedere e percepire le cose è universale.
Il video è denso di allegorie: ogni scena, ogni espressione, ogni abito, ogni azione, ogni inquadratura. È un romanzo perfetto in cui ogni dettaglio, ogni emozione è risaltata e viene descritta in maniera perfetta (e bravo ad Ernia, oh stai a vede’ che mi devo ricredere pure su Ernia) e restituisce allo spettatore in maniera efficacissima la sostanza del brano (fantastica l’ultima scena del proiettile con su inciso “per te” sparato in fronte al sé stesso, pure qui il gesto ha duplici significati).
Un accorgimento che voglio far notare ai lettori. Sto tanto a fa’ la brava pure io, a predicare bene quando invero razzolo malissimo senza rendermi conto che la prima che deve imparare a svellere i pregiudizi è proprio colei che scrive. Sono partita molto prevenuta nei confronti dei rapper, per lo meno di quelli dell’era contemporanea; è vero, c’è chi fa della cattiva musica immettendo nel mercato discografico della monnezza a servizio del Dio denaro (e in questo Manuel Agnelli mi trova d’accordo con lui) ma è anche vero che non bisogna fare di tutta l’erba un fascio, perché non è detto che un rapper non possa lavorare su dei testi che abbiano un certo spessore.
Affermare che ce l’abbia coi rapper non corrisponde del tutto al vero. Al contrario, penso che siano delle persone estremamente sensibili ma che, nell’esprimersi attraverso la musica, non lo facciano con la dovuta moderazione. Esempio: sono sempre tutti inc****ti e questa rabbia si sente ed esplode in maniera violenta nei testi e nel sound. Quello che viene recepito dall’orecchio di chi sta dall’altra parte è odio, razzismo (in senso largo), ribellione, sopraffazione, quando invece è tantissima frustrazione, tantissima sofferenza, tantissimo disagio, tantissima solitudine e tantissima delusione. Ecco, è come se tutto questo tantissimo non riuscissero ben a gestirlo e a conferirgli la giusta dimensione attraverso la musica (che è anche Arte, in quanto forma espressiva).
Il prodotto è una bomba atomica, con un effetto distruttivo. Nelle intenzioni c’è del buono (voglio fare una cosa che mi faccia stare bene, che butti fuori tutto il mio sfogo, che sorprenda il pubblico e che, in particolar modo, gli faccia apprezzare il mio lavoro, gli faccia dire “Wow!”), solo che nel momento in cui si “costruisce” il prodotto si è più concentrati sull’effetto e non sulle conseguenze che derivano da quell’effetto (è come dire essere concentrati sulla sorpresa ma non sulla sorpresa in sé e per sé). Il risultato diventa, per l’appunto, un disastro. Qualcosa di molto bello ha preso le sembianze di qualcosa di molto brutto, ha perso tutta la sua magia e la sua carica emotiva perché gronda collera.
Con questo brano, all’opposto, si dimostra che le cose si possono dire con la giusta dose di umiltà, di generosità, di apertura verso gli altri, finendo col riconoscersi in quella solitudine, in quella inadeguatezza e in quello sconforto di cui parla il rapper milanese, non riducendosi ad essere dei meri spettatori, fan o followers (è questo, in fin dei conti, il senso dell’Arte).
Avrei ancora tante altre cose da dire, lo farò nel prossimo post che – anticipo – riguarda una recensione.
¹ Riferito al tipo di musica e ai contenuti dei testi delle canzoni, non all’identità.
² Inteso come il “soggetto giudicante”, che giudica sé stesso e che precede l’esecutore.
Autrice : Carla Iannacone |
Categoria : Riflessioni
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10/11/25