Charlie Brown

"Solo gli imbecilli non hanno dubbi"
"Ne sei sicuro ?"
"Non ho alcun dubbio!"
(Luciano De Crescenzo)


Una pistola carica di fiori



Che confusiooone! Sarà perché ti amo! È un’emooozione, che cresce piano piano… stringimi fooorte e stammi più vicino… se ci sto beeene, sarà perché ti amo! E vola vola si sa/ sempre più in alto si va/ e vola vola con me/ il mondo è matto perché/ e se l’amore non c’è, basta una sola canzooone/ per far confusiooone fuori e dentro di te! ¹

Ho una tale confusione nella testa che non so proprio cosa scrivere oggi (allora perché scrivi?).

La nebbia è tale che non so di che parlare. Sì, beh… in questi casi sarebbe meglio non parlare se non si ha nulla da dire, se non altro per evitare di fare figure di ca@@a sia qualora in cui non si è a conoscenza dell’argomento e sia nel caso in cui, pur di dover intavolare un discorso e non avercelo, si finisce con lo sparare cavolate.

E oggi mi pare proprio la giornata delle cavolate (allora perché parli? Boh! Così, tanto per aprir bocca e darle fiato; tanto ormai lo fanno un po’ tutti no? Solo che invece di tenere in mano una pistola per sparare m****, mi piace pensare di averla carica di fiori).

Allora, vediamo di dare un po’ di senso a questo post che già non è partito nel migliore dei modi.

Circa un mese fa concludevo la lettura di Ti telefono stasera di Lorenzo Marone edito da Feltrinelli. Brevemente: la storia è quella di Giobatta Coppola detto Giò di professione meteorologo impiegato presso la RAI. Giò ha cinquant’anni, è divorziato, e quando non lavora scandisce le sue giornate con brevi avventure (più di sesso che d’amore) con donne che hanno meno di quindici anni in confronto a lui. Un giorno la sua ex moglie lo chiama per riferirgli che dovrà stare via un anno in Brasile per lavoro e che toccherà a lui, per quel lasso di tempo, occuparsi del figlio Duccio di anni nove. Prima reazione: panico. Giobatta Coppola detto Giò, essendo maschio (incapace persino di prepararsi un panino o infilarsi i calzoni sopra le mutande) non sa da dove cominciare. Con sua grande sorpresa sarà il figlio a insegnargli tante, tantissime cose della vita (in casa e fuori di casa). La presenza di Duccio sarà una presenza fondamentale per comprendere cosa significa essere padre, per mettere in discussione il suo stesso rapporto col suo di padre, e per comprendere a fondo le dinamiche dei rapporti affettivi, ovvero che non esiste un manuale per essere il migliore genitore, il migliore amico, il miglior amante, il miglior marito, il miglior fratello eccetera, restando immuni dal dolore e delle conseguenze di un sentimento partorito dal cuore.

È un romanzo molto molto bello, con una scrittura chiara, fruibile, schietta, che scorre senza intoppi e senza tanti giri di parole: se c’è una cosa da dire, Marone la dice senza alcuna reticenza e senza nascondersi dietro a metafore o allusioni.

Il libro si compone di quasi duecentocinquanta pagine diviso in capitoli in cui si ride tanto e capitoli in cui ci si commuove tanto.

Da dove nasce, dunque, la mia confusione?

Mi sento di dire che non tutti i libri si possono recensire. Dico questo per via di un effetto strano che essi hanno su di me, di quello che mi scatenano nella testa al termine della lettura.

Se la loro sostanza è così densa, ricca, se mi smuovono un turbine di emozioni – anche quelle che non sapevo di avere o di saper provare – ebbene, confesso di non essere in grado di mettere nero su bianco una recensione.

Non sono brava a scrivere di emozioni. La scrittura poi è un gioco complesso in cui subentrano diversi fattori: innanzitutto ci vuole una grande padronanza della parola, una sapienza culturale smisurata (che abbraccia la letteratura, la poesia, la filosofia, la musica, la storia, la psicologia, l’arte e poi tanto, tanto, tanto altro), disciplina, attitudine e concentrazione.

Poiché le emozioni fanno da sfondo alla gran parte dei libri, vieppiù ne costituiscono le fondamenta, diventa difficile analizzarle e dar loro una classificazione. Pensateci: come si fa a recensire un’emozione?

Se dovessi fare ora ora una recensione di Ti telefono stasera, la mia analisi del testo non sarà mai come l’analisi di Andrea o Cristina. Può darsi che nella stesura mi vengano a mancare dei passaggi fondamentali rispetto ad Andrea, dei dettagli che lui ha colto nella storia e io no; oppure che io e Cristina diamo un’interpretazione diversa di quanto è descritto in un capitolo (immaginate i restanti). Può essere persino possibile che io trovi un significato più sottile, più nascosto in un capitolo dove non vengono riportate nient’altro che scene di puro umorismo (dove veramente non c’è altro da fare se non ridere) scevre di considerazioni personali o riflessive dell’autore riguardo all’infanzia, alle reunion con gli amici del liceo, allo stereotipo che vuole che la donna cerchi in un uomo la figura paterna e viceversa, o al rapporto genitori-figli.

Una cosa però la posso e la voglio dire: ho notato che gli autori che hanno i natali partenopei hanno un occhio più attento e più critico rispetto a tanti altri loro colleghi; mentre lo affermo immagino la loro capacità di osservare la realtà come se fosse l’occhio di una telecamera (o anche macchina fotografica se vogliamo) in grado di mettere a fuoco ogni minuzia del panorama che si estende loro avanti². La “minuzia” a cui mi riferisco non afferisce alla cosa in sé, ma a tutto l’insieme di sensazioni e significati di cui viene caricata quella determinata cosa (ad esempio una lampada invece di un’altra o la forma di una foglia) o quel paesaggio (che cambia colore e “umore” attraverso le condizioni meteo).

Tutto quello che andiamo a leggere, quindi, non è solo mera descrizione (essere, nozione) ma perché (la causa dell’essere, l’essenza). Attraverso questa ricerca – compiuta dall’autore e, a sua volta, dal lettore che lo accompagna nel viaggio – si scopre il senso dello stare al mondo, nonché il senso della vita.

Ti telefono stasera non è solo una storia che racconta della famiglia dell’era moderna con le sue contraddizioni, le sue gioie e i suoi difetti, ma un saggio su come affrontare le vicissitudini che ci attraversano, ci formano e ci deformano; è un’esplorazione dei sentimenti umani relativi alla coppia, ai parenti o agli amici, un itinerario dei propri errori, un continuo provare, cadere, alzarsi e ricominciare.

Ed eccolo l’errore, ci sono cascata di nuovo. Benché sapessi che non è possibile fare una recensione di questo libro in qualche modo ne ho parlato, ma attenzione: si tratta solo di piccoli accenni, assaggi qua e là di questo millefoglie alle fragoline di bosco (ora dovrei spiegare perché ho scelto il millefoglie come similitudine al libro di Marone ma meglio che la chiuda qui sennò poi mi venite a dire che sono pedante, mi basta avervi fatto venire l’acquolina in bocca).

Una massima del Maestro³ recita così: «Il Napoletano non si limita a vivere la propria vita: la osserva mentre la vive, e nel momento in cui la osserva, la giudica, e nel momento in cui la giudica, se ne fa una filosofia». Quanto precede per riprendere quello che ci siamo detti poco fa in merito alle penne partenopee.

Una massima che il buon Lorenzo è riuscito a rievocarmi grazie alla lettura del suo splendido romanzo.


19.02.2026




¹ Sarà perché ti amo, brano di Ricchi e Poveri del 1981

² Che si traduce in una descrizione fisica e semantica, che annega a sua volta nella filosofia.

³ Luciano De Crescenzo.

Autrice : Carla Iannacone | Categoria : Recensioni