Charlie Brown
"Solo gli imbecilli non hanno dubbi"
"Ne sei sicuro ?"
"Non ho alcun dubbio!"
(Luciano De Crescenzo)
Due giorni fa si è concluso il referendum e sull’argomento vorrei spendere alcune parole.
Prima cosa (la più importante): non mi è piaciuto per niente la maniera in cui si è svolta questa campagna referendaria, mai tanto aggressiva, esacerbata e violenta come questa volta rispetto ai referendum del passato che l’hanno preceduta. E questa vale tanto per il fronte del no quanto quello per il sì.
Vedere persone di una certa autorevolezza – o quantomeno che rivestono un ruolo autorevole nelle Istituzioni – menarsela e darsela di santa ragione (a parole, s’intende, anche se penso che l’espressione più corretta sia “a suon di insulti, minacce e tracotanza”) esclusivamente per fame di potere, credetemi, per chi scrive è stato uno spettacolo orribile e raccapricciante.
Premesso che il tema di questo referendum (Giustizia e non Magistrati e non Costituzione) non era di facile comprensione, me ne rendo conto: era ed è un argomento molto tecnico e complesso. Lo era finanche per gli “addetti ai lavori”, figuriamoci per i cittadini (che non sono tutti Avvocati, Magistrati, Pubblici Ministeri, Poliziotti, Ufficiali Giudiziari ecc.).
Qual era allora il metodo per approcciarsi con libertà e serenità al voto? Spegnere la televisione e “congelare” – per il tempo necessario alle riflessioni e alla valutazione finale – qualsiasi notizia fatta circolare sui social, sui canali youtube ma – possiamo affermare in generale – su internet; dopodiché sedersi dietro una scrivania e studiare. Il da farsi era acquistare un testo di diritto costituzionale, gravoso come studio okay ma conoscere il Pilastro dove nascono e si poggiano le Leggi che ci governano e ci tutelano non fa mai male, anzi. È una cosa utile e necessaria, oltre ad essere un dovere di ogni cittadino.
Una soluzione più rapida? Carta Costituzionale alla mano e testo della riforma all’altra mano. Leggere, sottolineare le parole (il tenore è quello che è: letterale. Una cosa è chiara nel nostro ordinamento che non lascia spazio a dubbi e interpretazioni rispetto ad altre norme: la Costituzione), comprenderle, assimilarle e confrontarle con quelle che sarebbero state il nuovo testo che avrebbe sostituito il precedente. Tirate le somme, si arriva al risultato che ci accompagnerà sino al giorno X (la croce è d’obbligo, permettete, simbolo di tanti significati).
Solo a quel punto al termine dello studio, e sempre se si vuole, si può ritornare ad accendere la tv, i computer e i cellulari (magari anche riaffacciarsi in edicola per comprare i quotidiani per chi non ha le app scaricate sui telefoni personali) e seguire dirette, partite di boxe, duelli, film horror, commedie e pagliacciate.¹
Quello che mi ha dato molto, molto, molto ma molto fastidio è stata infatti la continua, vessatoria e vomitevole ingerenza da parte di tutt’e due le fazioni (SÌ e NO) finalizzata a coartare la mia volontà di pensiero e di espressione. A mio avviso la propaganda politica non dovrebbe esistere quando si sceglie di affidarsi allo strumento di DEMOCRAZIA diretta (referendum), perché un conto sono le Elezioni (dove si è chiamati a votare i rappresentanti del proprio Paese al Parlamento, alias Chi) e un altro è il Referendum (dove il popolo è chiamato ad esprimersi su determinati temi quali il divorzio, l’eutanasia, la procreazione assistita, l’aborto, la giustizia, alias Cosa).
Se nella prima ipotesi – Elezioni – posso accettare (con riserva) slogan e pubblicità becere per le lotte al potere, nella seconda ipotesi – Referendum – la strumentalizzazione politica su temi importanti che vanno ad incidere profondamente sulla mia vita come individuo e come componente di una aggregazione sociale non mi sta affatto bene. Siamo o non siamo un Paese democratico? Che fine fa allora la Democrazia se tutti mi vogliono convincere delle loro prese di pozioni che non coincidono con le mie considerazioni personali?
Ma restiamo in ambito di considerazioni visto che le ho tirate in ballo, considerazioni che hanno origine da un Dubbio che mi ha assillato per tutto l’arco di tempo di questa campagna referendaria.
Se la Giustizia è un Ordine Autonomo e Indipendente sì come regolato dalla nostra Carta Costituzionale, slegato dal Potere Esecutivo (Governo) e Legislativo (Parlamento)… perché allora ci si infila la politica con tutte le scarpe? (zozzissime, per giunta!).
Guardate che questa mia considerazione – ripeto, sottolineo con forza e ribadisco – del tutto personale è rivolta non soltanto al fronte del SÌ, ma anche al fronte del NO (pensavate di farla franca eh?).
È un dato di fatto, e lo dimostra la miserabile e feroce propaganda che ha preceduto questo referendum: avete fatto pena dall’inizio alla fine. Davanti agli occhi non ho visto altro che una nidiata di bambini petulanti e capricciosi che non facevano altro che giocare a Monopoli e tirarsi a capelli facendo a gara a chi acquistava maggiore potere e consenso su un tema quale la Giustizia (signori miei!), Potere giudiziario che nulla dovrebbe c’entrare – almeno sulla Carta ma, in realtà, almeno in teoria – con la politica (che, a quanto pare, c’entra).
Ero arrivata al punto che non sapevo più se mi trovavo allo stadio, al mercato del pesce, in un’assemblea di condominio, in un circuito di Formula Uno oppure sotto il tendone di un Circo… (un incubo! Non vedevo l’ora che finisse, n.d.a.)
Se non fosse così drammatica la situazione la butterei sul ridere, ma per la prima volta non ho nessuna voglia di scherzare, e la faccenda assume contorni ancora più inquietanti, drammatici e grotteschi se pensiamo che Queste Persone sono state le prime a buttarla in “farsa”; quelli del SÌ prendendo a prestito come slogan Per sempre sì di Sal da Vinci, e quelli del NO arruolando Vasco Rossi con C’è chi dice no.
Ditemi se tutto questo non è imbarazzante, ridicolo e volgare (no comment poi sui messaggi propagandistici inviati via whatsapp e sit-in negli Atenei).
Il fatto è che, volenti o nolenti, la politica ci si mette sempre di mezzo, e quando ciò avviene è davvero difficile restare neutrali o indifferenti.
Ebbene, a seggi chiusi, dopo aver preso coscienza del Prima adesso quello che temo sarà il Dopo. E, badate bene, questo lo penso anche nel caso avesse vinto il fronte del SÌ.
La campagna referendaria è stata molto accesa e, aggiungo, sono cadute anche molte maschere (sintomo che si è dato davvero il peggio di sé, senza alcun rispetto per il prossimo e per la Libertà altrui).
Dai dati emersi – 53% NO contro il 46% SÌ – quello che ho sotto gli occhi è un Paese spaccato.
Se davvero si è guardato al merito della riforma, e non al Partito come molti pensano, ciò significa che esiste una fetta degli italiani (quasi la metà) che spingeva verso questa riforma.
È ovvio che quando c’è di mezzo una Fede, una Ideologia, un Credo (chiamatelo come vi pare) che dibattono e si scontrano tra loro, una delle parti è destinata a soccombere… ma come soccomberà nel tempo? Sarà in grado di guardare avanti lasciandosi l’odio, la rabbia e la frustrazione alle spalle? Potrei dirvi che la risposta si cela nella Democrazia (ma non ne sono sicura).
In queste settimane sono tornata a rileggere le opere del mio Mentore, Luciano De Crescenzo, e proprio iersera ho terminato la lettura di Panta Rei (tutto scorre)² un testo in cui l’intellettuale partenopeo illustra e spiega il pensiero del filosofo di Efeso, Eraclito.
C’è un passaggio del libro che recita così “La tracotanza è necessario spegnerla ancor più del divampare di un incendio”, massima a sua volta ripresa dall’autore da Vite dei filosofi di Diogene Laerzio. Come a dire che quel che è da temere non è tanto l’eccesso in sé, ma il modo o il mezzo in cui si eccede. Ho fatto questa riflessione: la tracotanza è sinonimo di Superbia, e quindi di Odio verso gli altri, e quindi di Egoismo, distacco.
Da mesi abbiamo assistito a queste battaglie di arroganza e di presunzione che hanno preso ancora più corpo con l’avvento del referendum sulla giustizia. Vi chiedo, con uno sguardo al dato riportato sopra: pensate che la questione sia davvero conclusa?
Luciano diceva anche che sulla carta di identità di ognuno sarebbe meglio annotare, assieme al colore degli occhi, dei capelli, all’altezza e allo stato civile, se si è presepisti oppure alberisti. Se me lo avesse chiesto qualche mese fa gli avrei risposto che questa sua proposta mi garbava, anzi gli avrei addirittura avanzato una controproposta: perché non annotare pure se si è eraclitei o parmenidei sul documento di identità?
Alla luce di quanto accade – e stando ad alcune voci di corridoio – non sono più sicura che ambedue le proposte siano una buona idea.
Ah dimenticavo… nonostante tutto, ho votato.
Ho dato 0.
25.03.2026
¹ Si consiglia la diretta solo per gente dotata di stomaco forte.
² Consiglio la lettura del testo.