Charlie Brown
"Solo gli imbecilli non hanno dubbi"
"Ne sei sicuro ?"
"Non ho alcun dubbio!"
(Luciano De Crescenzo)
Nel saggio Cecità morale. La perdita di sensibilità nella modernità liquida (Editore Laterza 2021) di Zygmunt Bauman il filosofo polacco scrive “il male non è solo guerra o ideologie totalitarie, e oggi si rivela soprattutto nella mancata reazione alle sofferenze altrui, nel rifiuto di capire gli altri, nell’insensibilità e nel gesto di distogliere gli occhi da uno sguardo etico che ci fissa in silenzio”.
Da cosa è data la perdita di sensibilità? È connaturata all’essere umano – un individuo può nascere più o meno sensibile o per niente sensibile – oppure è una virtù che può germogliare ed è possibile tenere allenata costantemente assieme alla crescita della persona?
Il precetto di Bauman è quanto di più attuale possa esistere al mondo, soprattutto nel tempo contemporaneo che stiamo vivendo.
Per comprendere il senso della massima occorre analizzarla parola per parola definendo i segmenti dell’enunciato.
Si parte dando una nozione del male, ma con un significato più esteso. Il male non è solo quello fisico (un calcio, una spinta, uno schiaffo, un’aggressione, una coltellata) o quello che manifestiamo col verbo (offesa, burla, imprecazione, maldicenza, insulto), ha un effetto ancora maggiore che tocca la sfera emotiva, quella più intima: i sentimenti.
Sensibilità e sentimenti hanno la stessa radice (sen) perché ambedue derivano dal verbo sentire (percepire, avvertire).
Se io, essere umano, sono in grado di provare un sentimento che mi porta a vivere uno stato d’animo, ugualmente il mio simile (individuo della stessa specie) proverà quello che provo anch’io perché è, appunto, simile a me.
A tutti – tralasciando gli avvenimenti di grossa portata – è capitato di vivere nella vita una situazione drammatica, quindi sappiamo cosa si prova in quella circostanza; succede spesso però che quando capita agli altri “ci dimentichiamo” degli effetti e delle conseguenze che abbiamo vissuto e che sono state determinate in virtù del sentimento che ha caratterizzato quel periodo della nostra vita. Il risultato qual è? L’indifferenza, la mancanza di sensibilità che improvvisamente si cancella nei riguardi del mio simile.
Se, altrimenti, il mio prossimo si troverà a vivere una situazione che gli regala una grandissima gioia e gli arreca soddisfazione e serenità, stessa cosa anche qui: invece di felicitarsi assieme a lui ci facciamo divorare dall’invidia e dalla rabbia. Il risultato? Il rifiuto di avere a che fare con l’altro perché si è trasformato nell’avversario da scavalcare.
Sono solo due esempi quelli appena descritti che conducono entrambi alle stesse conclusioni: il male. Nel primo caso causato dall’indifferenza, dall’allontanamento, dall’egocentrismo, dal non saper o voler porgere una mano a chi vive una situazione di difficoltà o disagio; nel secondo caso scaturente dal fatto di non aver avuto la stessa buona sorte del nostro vicino, e quindi di vivere il suo momento di felicità come “un tradimento” (perché a te e non a me?), un’ “usurpazione” dei miei desideri, un “approfittarsi” delle mie aspirazioni, pur avendo la consapevolezza che la fortuna piovutagli addosso possa anche non essere dipesa dalla sua volontà, ma è stata la fortuna a sorridergli.
Il male, ci dice Bauman, non è solo la guerra in nome di una ideologia, una religione, un credo, ma è una guerra data anche dalla “mancata reazione alle sofferenze altrui, nel rifiuto di capire gli altri”.
Rifiuto. È una parola di una gravità enorme.
Rifiuto. Chiusura. Disattenzione. Avversione. Disgusto. Distanza. Nullità. Inesistenza. Rinuncia. Abdicazione. Negazione. Disinteresse. Antipatia. Apatia.
Qualsiasi sinonimo che si allacci al termine «rifiuto» abbraccia un significato negativo, e quindi allude ad una condizione di isolamento dell’individuo, di solitudine e di caos originato dal narcisismo.
Come si produce il disordine? Con l’Anarchia. Se smettiamo di ascoltarci, se smettiamo di capirci, di supportarci, se ci rifiutiamo di provare dei sentimenti che sono affini a chi ci sta accanto e cominciamo a pensare solo al nostro benessere, alla posizione sociale da raggiungere, al potere, all’eccellenza, al podio, ad essere i Numeri Uno a discapito delle regole e di chi ci sta intorno, ebbene creiamo disordini, caos. Guerra.
Capire gli altri significa innanzitutto ascoltare gli altri.
Capire presuppone che bisogna dapprima predisporsi all’apertura (ad un testo, ad una conversazione, ad un discorso, ad una presentazione, ad un programma, ad un film, ad una canzone, alla dimostrazione di una lezione di ballo e così via), assorbire quanto ci viene detto, illustrato o spiegato, e applicare l’insegnamento che ci è pervenuto da quell’esperienza.
Possiamo allora concludere affermando che: capire = aprire.
Nel momento in cui ci apriamo agli altri – e quindi dedichiamo concentrazione, attenzione, cura – impariamo anche a raccogliere quanto ci viene offerto dall’altro (ascolto). I frutti (rac)colti da chi ci sta di fronte non solo ci renderanno più pasciuti sì come ci si nutre riempiendoci lo stomaco (in questo caso ad ingrossare non sarà l’intestino ma un organo ben più importante della pancia che è il cuore, pertanto la ricchezza a cui ci si riferisce è quella umana e spirituale non quella materiale) ma, a loro volta, fungeranno da esperienza per l’approccio col prossimo.
Se tutti quanti ci sforzassimo di avere questo tipo di atteggiamento con chiunque incontriamo sulla nostra strada, non faremmo altro che erodere a poco a poco il germe dell’odio e della guerra che si è accampato come un parassita sulle nostre coscienze, tanto da non riuscire più a debellarlo.
I social, la tecnologia, le innovazioni, le evoluzioni, la spinta di accelerazione che subisce ogni aspetto della nostra vita non hanno aiutato e non aiutano l’individuo in questo processo di “umanizzazione”, tutt’al più lo disumanizzano.
I social – annessi agli smartphone – sono diventati lo specchio che abbiamo in bagno. È avere un’intera casa tappezzata completamente di specchi invece che di carta da parati, di quadri, di mobili o di librerie. Siamo perennemente esposti al riflesso di noi stessi tanto da non renderci più conto che fuori dalle mura c’è il mondo (quello vero e tangibile).
Il nostro pianeta è diventato il nostro ego. Esistiamo solo in quanto noi stessi, e nessun altro. E se l’altro c’è, c’è per soddisfare i miei istinti, le mie vanità, i miei bisogni, i miei desideri. Terminata la sua funzione è terminata la sua utilità.
L’altro è diventato il mezzo per raggiungere il successo, il pretesto per fare soldi, avere in cambio dei favori, sfruttarlo, sopraffarlo, annullarlo, eliminarlo (fisicamente e psichicamente), manipolarlo, ingannarlo, spolpandolo. Trattandolo come cosa e non come persona lo spoglio della sua umanità, dei suoi sentimenti, della sua identità; quest’ultimo, non riconoscendosi più come soggetto ma come oggetto, smette di pensare e agire come essere dotato di intelletto e sentimenti e diventa il Mostro, la Violenza, l’Odio, la Rabbia, il Caos, la Morte. La Fine di tutto.
Da tantissimi mesi faccio molta difficoltà a comunicare con le persone, tanto da essere assalita dal dubbio di non essere più in grado di saper parlare (eppure parlo italiano, né turco né cinese o giapponese). Ad un certo punto ho cominciato davvero ad aver paura di non riuscire più ad esprimermi a parole, a non saper più comunicare. Chi mi sta di fronte sembra di capirmi, salvo poi accorgermi che ha recepito un messaggio del tutto diverso da quello su cui l’ho ragguagliato (e che sono costretta a ripetergli più e più volte).
Si badi bene che non mi riferisco ai messaggi whatsapp o ai vocali (odiosissimi!), ma alle conversazioni vis-à-vis di tutti i giorni, finanche quelle banali. Mi sembra che qualsiasi cosa dica offenda la sensibilità di chi mi sta di fronte.
E poiché prima di aprir bocca sono una di quelle che pensa prima di dare corpo ai suoi pensieri (soprattutto quando mi viene chiesto un parere, oppure se devo esprimermi su certi argomenti in cui bisogna usare delicatezza, o dirla tutta su Tiziana o Silvia stando attenta a non offendere, oppure riferire fatti e avvenimenti evitando di mettere in cattiva luce qualcuno anche se quest’ultimo non mi va a genio o ha avuto una condotta poco corretta) sono arrivata persino a pensare che i miei pensieri siano sbagliati, che sono io quella ad essere sbagliata.
Col passare delle settimane mi sono resa conto che questo “sentirsi presi di mira” non era circoscritto a due/tre persone, ma è una faccenda generale: tutti si sentono in dovere di far notare che sono perfetti, che è impossibile che commettano errori.
Questo è un guaio.
Per tutti coloro che hanno l’inclinazione all’ascolto, che provano empatia col loro vicino, che sono dei filantropi, che fanno dell’altruismo e dell’onestà la missione della loro vita, tutto quanto questo si trasforma in un boomerang.
Sono ancora convinta che seminando il Bene non possiamo che raccogliere del Bene, di contro se spargiamo sul terreno il Male non può che ritornarci indietro il Male.
L’egoismo è una scorza dura: occorre tempo, disciplina e pazienza per scrollarcela di dosso. Si dice che un po’ di sano egoismo bisogna averlo, ma che sia buono e di quello che non guasta perché se è guasto finirà col guastare anche noi.
Non facciamoci assoggettare dalla diavoleria della tecnologia o dalla velocità della vita che ci vuole tutti più belli, tutti più bravi, tutti più perfetti, tutti più ricchi, tutti più furbi, tutti più potenti. Intelligenti non vuol dire “ci so fare meglio di te” o “ne so più di te” oppure “ho più followers di te”, sonotuttopiùdite. È il contrario: è saper riconoscere i propri limiti, la finitezza del proprio Io.
Siamo miliardi e miliardi di individui su questo mondo, è naturale che ognuno di noi la pensi diversamente dall’altro; pertanto se ci sono da fare dei commenti, se abbiamo voglia di dare un’opinione o di fare un’osservazione è bene dire quello che si pensa senza usare toni aspri e parole al veleno solo per il piacere di attaccare o di sminuire l’altro (ma che vi torna nelle tasche? Vi pagano per insultare? C’è un quiz a premi che più offendi e più guadagni?).
Quello dei social (soprattutto dei social dei media) è un meccanismo perverso. Funziona in questo modo: lancio della notizia sulla testata online e di rimando la pubblicazione sui relativi profili (Facebook, Instangram, Twitter, TikTok e passa).
È prassi, ormai, che il titolo della notizia contenga una provocazione sì che possa servire come pretesto per ottenere più visualizzazioni, più commenti, più seguaci della pagina, più notorietà. La news quindi passa in secondo piano perché diventa il mezzo per ottenere un riscontro personale (in questo caso della testata oppure della firma dell’articolo) che, in primis, rimuove l’efficacia della notizia, e in secondo luogo sposta la concentrazione sul “gossip” (commenti, insulti, discussioni, opinioni, osservazioni) mutandosi in scoop che diventa l’argomento del giorno (la “notizia”).
Man mano si mette in moto un circolo vizioso perché quello che fa notizia non è più la notizia principale (che è stata surclassata per non dire dimenticata) ma è la querelle che è sorta dopo il lancio della news. Gira che ti rigira insomma colui che domina la macchina del fango è sempre lui: il social. Il manipolatore sottomette per primo alla sua conquista la penna dell’articolo (l’autore è soggiogato dal potere del social di acquisire maggiore visibilità) e, a seguire, le masse (che si lasciano sedurre dal fascino dell’odio).
Se invece ci fermassimo a riflettere e a ribellarci alla subordinazione dei social che ci rendono sempre più schiavi e più stupidi, l’uso intelligente di questi ultimi consentirebbe di partorire un confronto civile, uno scambio proficuo e pacifico di idee, di opinioni, una rigenerazione di pensieri, una crescita umana e culturale, col risultato di portare avanti critiche costruttive e necessarie per cambiare ciò che non funziona e che (ci) è nocivo.
Pertanto se non ci piace quello che ha da dire Caio solo perché non la pensa come Sempronio, come me o come voi non comprendo la ragione per cui debba essere bandito, esiliato da un gruppo o debba togliergli il saluto (e magari Caio è anche un individuo educatissimo).
Impariamo a non distogliere gli occhi da quello “sguardo etico che ci fissa in silenzio”, ma a prestare più attenzione.
Impariamo a rallentare, ad usare lo specchio che abbiamo di fronte non per bearci della nostra vanità, ma come strumento per correggere i nostri difetti (ce ne sono tanti e li abbiamo tutti) e interrogare le nostre coscienze.
Se a me dà fastidio una cosa, un atteggiamento, una risposta mai giunta; se sono triste per qualcosa, se sono arrabbiata, nervosa, ho la luna storta; se sto attraversando un periodo un po’ così o non me la sto passando bene… possibile che tutti questi momenti possano non capitare anche agli altri? Ed essi non possano provare quello che provo io? Possibile che non importi niente a nessuno delle cose che ci toccano e ci attraversano tutti i giorni? Come si fa a vivere accartocciati su sé stessi? Qual è il fine di questo gioco al massacro?
Homo sum, humani nihil a me alienum puto¹ affermava Terenzio, commediografo romano vissuto nel II secolo a.C. (nascita presunta: 190-183 a.C.; morte: pressappoco nel 159 a.C.).
Perdonate l’ingenuità delle domande, ma sono quesiti che mi frullano in testa da parecchio tempo.
2.02.2026
¹ Trad.: “Sono un uomo, nulla di ciò che è umano lo ritengo a me estraneo” (massima tratta dall’Heautontimorùmenos)