Charlie Brown

"Solo gli imbecilli non hanno dubbi"
"Ne sei sicuro ?"
"Non ho alcun dubbio!"
(Luciano De Crescenzo)


Destinazione errata di Domenico Starnone



Il nuovo libro di Starnone, pubblicato a fine settembre dell’anno corrente per Einaudi, prende come spunto di partenza un messaggio whatsapp inviato alla persona sbagliata. Da qui il titolo Destinazione errata.

È un libro che si compone di appena 140 pagine, denso di contenuti, dettagli, significati. Denso di storia. Un testo su cui vale la pena soffermarsi e che sprona il lettore a rileggerlo ancora una volta, forse anche più di una volta.

La prosa di Starnone lo consente: essa invoglia, ammalia, suggestiona, suggerisce, consiglia, insegna. Il tocco di ironia non manca.

Ciò che colpisce di questo testo non è il tema (la seduzione del tradimento: cadere in tentazione sì o no?), ma le riflessioni sottese a tutto ciò che accade nel corso degli avvenimenti.

Ho letto alcune recensioni di questo libro (non stilate da giornalisti o collaboratori per testate online e cartacee, ma recensioni scritte direttamente dai lettori sui vari siti/blog preposti allo scopo), commenti che hanno lasciato i destinatari – per restare nell’ambito del discorso – insoddisfatti.

Trama piatta, personaggi non ben definiti, ci si aspettava qualcosa di più, stanchezza, lentezza nella lettura… roba così.

Non mi trovano d’accordo. Questo libro è tutto il contrario di quello che hanno scritto nelle loro recensioni.

Per ciò che concerne la trama la ripetizione di un “già visto”, “già raccontato”, “già affrontato”, può starci. Sui personaggi non ben definiti e sul non accade nulla di che, dissento. Accade di tutto.

Il problema, come ho sempre detto, sta proprio lì. Quello che accade sotto i nostri occhi non lo vediamo mai perché è la cosa a cui non prestiamo mai attenzione (dovremmo farlo più spesso invece).

Partendo proprio dal titolo Destinazione errata la domanda che vi pongo è questa: quanti destinatari erra(n)ti avete incontrato/conosciuto nella vostra vita? Sicuro non erano ciò che vi aspettavate, sia nel caso “tutto è bene quel che finisce bene” che nel caso “sarebbe stato meglio se non l’avessi mai incontrato/a” (“Perché certe cose non le capiamo mai subito, le capiamo appena dopo: la realtà è generosa, e ci lascia alcuni istanti per salvarci, prima di distruggerci” cit. di Letizia Pezzali, Un animale innocente Einaudi editore 2025).

A raccontare la storia è un uomo di trentotto anni, che di professione fa lo sceneggiatore. È un uomo sposato. Sua moglie, Livia, è una bellissima donna. Sagace e soddisfatta del proprio lavoro. La coppia ha tre bimbi piccoli con poca differenza di età l’uno dall’altra: Giulio, Sara, Nilde.

Succede che un fine settimana, mentre Livia è fuori per un convegno a Genova, sia proprio lui ad occuparsi dei figli. Tra strilla, lamentele, cambio di pannolini, gestione della casa e lavoro – la scadenza per la consegna è imminente – il nostro protagonista, nella frenesia di gestire più cose contemporaneamente, invia due messaggi whatsapp: uno destinato alla moglie e uno destinato alla collega Claudia, con cui lavora a stretto contatto per le sceneggiature per la televisione. L’errore consiste nell’inviare il messaggio alla persona sbagliata, quindi il testo destinato a Claudia viene inviato a Livia e il testo destinato a Livia viene inviato a Claudia. Un messaggio di poche lettere, tipico di una coppia, ma che cambia tutto. Ti amo. Dall’altra parte solo un nome, Tea (il personaggio di una fiction poliziesca).

Claudia coglie la palla al balzo e la sua risposta non si fa mancare “Finalmente ti sei deciso, anch’io ti amo”.

Il romanzo vero e proprio ha inizio qui, con lui che stenta a credere che la sua collega di lavoro nutra un sentimento d’amore nei suoi riguardi (scoprirà in seguito che è un sentimento che covava segretamente già da due anni e che lui non se ne era mai accorto, pur lavorando tutti i giorni con lei spalla a spalla). Anche perché Claudia è tutto l’opposto di Livia. Livia è aperta, socievole, ben disposta, esuberante, femminile, sensuale, bella, elegante, intelligente, con una notevole capacità di attirare l’attenzione su di sé, mentre Claudia è riservata, raggomitolata in sé stessa, veste in maniera sobria, non fa nulla per mettersi in mostra, sembra le interessi solo il lavoro e basta, frequenta una cerchia esigua di persone, insomma la tipica donna casa, lavoro e famiglia.

Il messaggio però cambia tutto e spinge il protagonista a vederla con occhi diversi. Solo sul finire della lettura – in realtà vi sono degli accorgimenti sparsi tra i vari capitoli che permettono al lettore di spiare dal buco della serratura che svelano, realmente, chi sono i personaggi del romanzo consentendogli di comprendere cosa c’è dietro – si scoprirà che il suo vedere era stato scambiato con l’immaginare; immaginare una donna più “confacente” a quelle che erano le sue aspettative e fare di tutto per “adattare” quel corpo alla sua immaginazione (“Che faccio, Carlo, ritorno a letto e mi addormento accanto a lei, oppure la sveglio, ricomincio a coprirla di baci, facciamo finalmente l’amore? Che spreco è questo corpo di donna agitato dai sogni e dagli incubi, il tempo è perso, che ora è” cit. dal libro Destinazione errata).

A dirla tutta il tizio (il lui del romanzo di cui non si sa il nome) ha tutta l’aria di essere un fessacchiotto. Non vorrei proferire sciocchezze ma è come se anche Starnone si fosse divertito a descriverlo così stupido e a prenderlo in giro per la sua ingenuità. È un bambino troppo cresciuto, che fatica a stare dietro ad ogni cosa (i figli, il lavoro, la gestione del rapporto con gli altri), che si sente un inetto al confronto con la moglie, seppur ne è innamorato pazzamente, e al contempo non sa di preciso cosa vuole. Lascia fare tutto al caso, agli eventi, non smentisce il messaggio che ha inviato a Claudia curioso di assistere a quel che succede.

Questa sua “inadeguatezza”, questo suo “non essere ben definito perché non sa neanche lui cosa aspettarsi dalla vita nonostante ha tutto quel che desidera” trapela anche in alcuni episodi del suo passato. È sempre alla ricerca di qualcosa o qualcuno che lo sollevi (o lo tenga fuori) dai guai. Vuole prendere, “godere” del momento e delle cose senza tante responsabilità o sensi di colpa. In questo contesto si colloca molto bene il personaggio di Carlo, uno scrittore di successo avanti con l’età, amico comune di Claudia e il marito di lei, Alberto, nonché di lui e di Livia.

Carlo è la saggezza fatta persona, sa sempre cosa dire e cosa fare e ha la risposta per ogni cosa. Di diverso avviso è Clelia, la madre di Alberto e suocera di Claudia (per la quale ha una venerazione assoluta) che così tuona nei riguardi dell’autorevole scrittore: «Quel vecchiaccio è la prova che fare lo scrittore non implica essere intelligenti».

È una frase che mi ha molto colpita per la verità che racchiude, ed il romanzo stesso, la storia che si svolge nel romanzo, ne è la conferma. Il lui del racconto pare proprio un imbecille, nel senso che nonostante si occupi di scrivere sceneggiature – e quindi abbia l’occhio dello scrittore attento a tutto quanto lo circonda, ai dettagli, alle frasi, alle espressioni della gente, alle emozioni, alle azioni ecc. (o almeno è quanto dovrebbe essere in teoria) – non si accorge e non si è mai accorto di quel che succedeva e succede (ancora!) sotto il suo naso. Dà quasi fastidio, perché sembra la classica persona egoista concentrata solo su sé stessa e sulle sue esigenze, sebbene finga di interessarsi alla gente (chissà, magari è anche vero che si interessa ma solo in secondo piano, o perché è il suo lavoro che lo induce a prestare un minimo di attenzione al mondo circostante). Pressappoco è un po’ come questa vignetta che, tutte le volte che la guardo, mi fa venire in mente una situazione tipo il mondo intorno a te sta crollando; è da mesi, se non anni, che si professa il disastro e tu ti giri intorno chiedendoti cosa succede



Per carità, ad alcuni può suscitare tenerezza, ilarità, e ad altri antipatia/disprezzo per i motivi testé accennati. A tal proposito mi viene in mente un’altra frase presente nel testo che richiama quanto enunciato dal personaggio di Clelia, inserita in un dialogo tra lui e Claudia quando “decidono” (coniugazione sbagliata perché il verbo così coniugato si riferisce alla terza persona plurale quando, al contrario, è la terza persona singolare da adottare) di stare da soli per la prima volta insieme e consumare un rapporto, invece che ridursi ad incontri occasionali e a qualche bacio furtivo.


Esitai, poi dissi quasi a fior di labbro:

-          Ti amo.

Rise cattiva:

-          A scrivere sceneggiature te la cavi, ma per il resto usi parole a vanvera.



Segue un altro abstract del romanzo volto a delineare un pensiero critico di Starnone rivolto al panorama letterario.

[…] Poi mi portò nel suo studio, mi aveva sempre ricevuto lì. Notai subito che sulla scrivania c’erano tre o quattro libri aperti e il computer acceso. Dissi: stai lavorando, sono venuto a disturbarti, mi dispiace. Ironizzò al suo modo benevolo sulla parola lavorare. Disse che per me e per Claudia scrivere era sicuramente un lavoro, ma per lui – rise, una via di mezzo tra la risata e il colpo di tosse – era ormai ingannare il tempo sgualcendo ideuzze con parole insoddisfacenti. Una volta sì, da giovane, aveva scritto pieno di piacere. Osservava parenti, conoscenti o anche solo passanti, deduceva dalla loro vita palese quella segreta, e via a scrivere cercando di essere fedele alla loro realtà. Poi si era reso conto di aver imparato – maluccio, tra l’altro – solo un po’ di vecchi giochi di prestigio buoni per dare l’impressione che un raccontino fosse la vita vera. Non solo. Si era piano piano convinto che quei giochi meravigliosi – utili in tempi andati per scrivere capolavori – si erano ridotti ormai a un bel po’ di scherzetti abusati che a rifarli per l’ennesima volta, o anche per l’ennesima volta a sabotarli, non facevano avanzare nemmeno di un millimetro la letteratura.

Come è dato vedere, il romanzo non è un semplice raccontino “che narra la vita vera” per usare le parole dell’autore. È molto più di una storia. Sono tanti strati di storia indossati da ciascun personaggio a partire da Carlo seguito da Clelia, Alberto, Claudia, Livia, il protagonista del libro. Gli unici a restare “nudi” sono i bambini (Giulio, Sara, Nilde e Abigal, la figlia di Alberto e Claudia).

Sono tante ambiguità, tante fragilità, tanti segreti che hanno un inizio e una fine. Dove la parola fine non vuol dire necessariamente il compimento di un racconto.

Forse siamo solo all’inizio.

Autrice : Carla Iannacone | Categoria : Recensioni