Charlie Brown
"Solo gli imbecilli non hanno dubbi"
"Ne sei sicuro ?"
"Non ho alcun dubbio!"
(Luciano De Crescenzo)
Copertina dell'albo Un uomo violento disegnata da Sergio e Paolo Zaniboni
Nel maggio 2012 la Astorina pubblicava l’albo Un uomo violento, da un soggetto di Mario Gomboli e Tito Faraci e da un’idea di Roberto Altariva e Francesca Gammetta, per la sceneggiatura di Patricia Martinelli, ex direttrice responsabile del fumetto dal 1992 sino all’anno 2000.
Il 24 luglio 2025 il giudice Paolo Gallo del Tribunale Penale di Torino, con la sentenza n. 2356, assolve il marito di Lucia Regna dal reato di maltrattamenti condannandolo a un anno e sei mesi di reclusione per il solo reato di lesioni personali (art. 582 c.p.) – con attenuanti e condizionale – in luogo dei quattro anni e mezzo di carcere per aggressione alla vittima chiesti dal Pubblico Ministero, Barbara Badellino.
La motivazione? Lo sfogo del marito sarebbe riconducibile alla logica delle relazioni umane in quanto la Regna gli avrebbe comunicato la sua volontà di separarsi in maniera brutale (secondo la logica del giudice Gallo per “brutale” si intende la circostanza in cui si proietta il proprio sentimento verso un’altra persona privandolo, di fatto, al compagno con cui ci si giura amore eterno). In sostanza, l’uomo “va compreso” (puveriello!) perché la moglie gli aveva fatto un torto sfasciandogli il matrimonio che durava da venti anni. Ergo, siccome l’imputato aveva ancora bisogno della tettarella di mammina, il massacro alla moglie quarantaquattrenne (un incubo durato sette minuti) che le ha causato un nervo oculare lesionato in maniera permanente, oltre alla ricostruzione quasi totale del volto con 21 placche in titanio, sarebbe da ascriversi come reato ex art. 582 c.p. e non come reato di aggressioni e maltrattamenti (art. 572 c.p.).
Tralasciando la considerazione (personale, strettamente personale dato che non sono un giudice e, pertanto, la mia è solo un’osservazione) che il magistrato non abbia saputo ben inquadrare la fattispecie giuridica (che, sempre ad avviso della scrivente, si configura in più reati e non solo nel reato di lesioni ex art. 582 c.p.), la domanda è: qual è la ratio di questa sentenza? Il giudice estensore ha letto attentamente i documenti prodotti in giudizio? Ha esaminato bene le foto? Le dichiarazioni? I certificati medici che attestano il pestaggio subito dalla moglie? Ha “sentito” sulla propria pelle le percosse, il dolore, la paura, l’impotenza di questa donna di fronte a tanto odio? Oppure, ha esaminato la questione analizzandola da un punto di vista esclusivamente soggettivo facendo prevalere quella che è la sua ragione, la sua esperienza di vita intima o domestica?
Sta ancora facendo discutere la riforma costituzionale della magistratura (il cui vaglio è giunto a Palazzo Madama) che prevede la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti, due distinti Consigli Superiori della Magistratura (uno per carriera del magistrato) e una Corte disciplinare volta a regolamentare i provvedimenti da adottare per ambedue le carriere (giudicante e requirente). Non entro nel merito della questione perché non è il mio compito, non rientra nelle mie competenze, non sono un politico e non è il mio lavoro, quello che penso riguardo a qualsivoglia tipo di riforma – in particolar modo della giustizia – è che si stia facendo un gran caos che non porta a nessun tipo di snellimento dei processi, né rende più giusto un sistema che non è giusto (ma è marcio e putrescente) e che nulla ha dei criteri che dovrebbero caratterizzarlo.
Penso che per poter garantire l’efficienza di un paese, di uno Stato, di una comunità o di una nazione non è necessario “abbuffarla” di leggi (pena effetti avversi con successivi danni collaterali)¹, rabbocando oltre la misura codici, manuali, tomi, banche dati, quando invece basta “poco”. Credo che le leggi che abbiamo bastano e avanzano (bisogna solo applicarle invece che derogare) e che la giurisprudenza debba rifarsi il volto sul calco della medicina, pertanto, a voler usare una terminologia più semplice, debba prevenire invece che curare (la cura interviene successivamente quando la malattia si è manifestata, e non sempre la cura produce effetti con esiti positivi, anzi).
Una tavola tratta dall'albo Un uomo violento
E come si previene l’odio, la violenza, l’orrore, la superbia, la tirannia? Leggendo. Studiando. Facendo teatro. Frequentando laboratori di scrittura, lettura, corsi di danza, recitazione, favorendo l’incontro con l’altro, il tuo simile, la tua emozione, la tua anima.
Quello di cui non ci si rende conto – e che si sta perdendo di vista in maniera repentina visti i tempi che corrono – è che chi ci sta di fronte corrisponde esattamente alla persona che ci guarda dallo specchio tutte le mattine quando ci laviamo la faccia e i denti dopo aver fatto colazione.
Non c’è bisogno che i magistrati vengano sottoposti a test psicoattudinali (quelli toccano a tutti, tutti quanti ci dovremmo fare una bella lavata di capa) o a provvedimenti disciplinari per esercitare la professione, perché se un individuo si mostra curioso, aperto verso tutto ciò che lo circonda e il mondo alimenta il suo desiderio di sapere, neanche c’è bisogno che si dia una disciplina perché la disciplina te la dai da solo con l’esperienza e l’apprendimento (e sempre ammesso che l’impegno resti costante nel tempo).
Stare con gli altri è faticoso è vero, vi do ragione, ma proprio perché stare con sé stessi non è mica una passeggiata.
Lancio un’idea che può sembrare provocatoria oppure sciocca (dipende da chi legge le righe successive e dal suo modo di vedere le cose): nel corso di studi per accedere alla carriera di magistrato perché non inserire pure il teatro come materia? (corso pratico intendo, cioè i futuri giudici, prima dell’esame di abilitazione, devono fare teatro, recitare sul palcoscenico, calarsi nella parte). Inutile dire che amplierei i testi di studio inserendo la letteratura classica e contemporanea e, come contorno, ci aggiungerei anche tanto, tanto, tanto sport.²
È pazza come proposta? Stupida? Inusuale? Eccentrica? Moralista? Buonista? Di sinistra?
E qui passiamo al succo della storia Un uomo violento.
Michele Volker è un facoltoso uomo d’affari che vive nella città di Renflid, poco distante da Ghenf, con la bellissima moglie Sara. Sotto l’apparente figura di imprenditore perbene, devotissimo alla compagna e con un matrimonio tranquillo, si cela un uomo spietato e manesco, dedito all’illegalità e che non perde mai occasione per maltrattare e insultare la moglie, picchiandola fino a causarle trauma cranico, ematomi, deliquio, anche per cose futili e inesistenti.
Eva e Diabolik vengono casualmente a conoscenza di questo segreto mai confessato da Sara (la donna non ha mai sporto denuncia contro il marito per paura di sue ritorsioni e minacce come successe una volta con relative conseguenze a suo danno) in quanto Diabolik, nel mettere a segno un colpo ai danni di Volker, diventa obiettivo della donna che gli lancia un appello durante un’intervista televisiva, dove racconta – occhiali da sole e trucco a coprirle il volto tumefatto per le botte ricevute dal marito – la sua esperienza come “moglie” di Diabolik per quei brevi giorni in cui il Re del Terrore ha preso il posto del suo consorte. Il messaggio di Sara nasconde un S.O.S. che Eva e il suo compagno colgono al balzo, e cioè nel momento in cui la donna si volta in direzione della parete destra del salotto della dimora dei Volker (ambiente dove si sta svolgendo l’intervista) lasciandosi “sfuggire” una considerazione riguardo ad una presunta disattenzione del criminale, un gesto che fa intendere che le informazioni che ha raccolto sul marito sono incomplete perché esiste un bottino ben più ricco di quello che si è impadronito dove poter mettere le mani.
“Dove potrai mai avere sbagliato?” lo canzona bonariamente Eva, divertita da quanto ha appena ascoltato dalla Volker. Diabolik non condivide lo spirito ilare della compagna, sembra anzi esserne infastidito (mettere in dubbio le sue abilità e la sua capacità di osservazione? Vogliamo scherzare? Stiamo parlando pur sempre del criminale number One di tutta Clerville!) e siccome lui ed Eva sono abituati a registrare tutte le interviste in tv dove compaiono le loro vittime di turno, quando le chiede di far partire la registrazione per visionare attentamente l’intervista con annesse immagini si accorgono che, con quel leggero movimento del capo, Sara ha voluto indicar loro qualcosa.
La curiosità, come si dice, è femmina ma oltre ad essere femmina è soprattutto diabolika, così, mentre una sera Sara e Michele sono fuori a cena, i due complici penetrano nella villa per scoprire cosa porta la pista di Sara.
Giunti di fronte alla parete che la donna aveva indicato loro, Eva e Diabolik scoprono che dietro al quadro che vi è appeso si nasconde una lettera scritta di pugno da Sara stessa, in cui la donna confessa il martirio che da anni subisce dal marito oltre ad una mappa che consente di conoscere il nascondiglio per impadronirsi di un favoloso tesoro, custodito in uno stanzino inaccessibile, situato in un condominio dove Michele Volker si reca raramente, sede di uno studio di sua proprietà.
Mentre Diabolik, sulle prime, stenta a credere a quanto c’è scritto nella lettera ritenendo che la donna abbia esagerato nel descrivere il marito come un despota e che abbia fatto trovare loro quella missiva al solo scopo di vendicarsi (un punto di vista anche qui, siamo sinceri, molto maschilista da parte di Diabolik), Eva è di tutt’altro parere; si fida del suo intuito, sorretto da uno strano presentimento, crede alle parole di Sara e vuole aiutarla. Sara infatti assicura loro che quel che scrive corrisponde a verità, e che ne avranno presto dimostrazione.
Prova che non tarda ad arrivare appena la donna, di ritorno dalla cena, si ritaglia un’occasione per allontanarsi dal marito e accertarsi che la lettera è giunta nelle mani dei due criminali. Il giorno seguente infatti, sempre in televisione, Eva e Diabolik apprendono che Sara Volker si è tolta la vita. A questo punto Eva è sempre più decisa a fare il colpo per rovinare Michele Volker e spogliarlo di tutti i suoi possedimenti ma, da un primo studio della mappa e delle istruzioni lasciate da Sara, il furto parrebbe impossibile da mettere in atto.
Lo stanzino/cassaforte è stato costruito alle spalle della libreria dello studio, tale da rendere ignota a chiunque l’esistenza del nascondiglio. Solo Volker e i suoi uomini di fiducia (oltre a Sara)³ sanno ciò che vi è custodito, e quel che è peggio è che le pareti che rivestono lo studio sono in cemento, la lega del portellone che apre la stanza/caveau è in titanio e per aprirla bisogna digitare una combinazione su una tastiera che solo Volker conosce (sottoponendosi anche ad un trattamento anti pentothal) che funziona come un bancomat: se si sbaglia a digitare tre volte il codice, il portello si blocca; per sbloccarlo, serve una combinazione che deve digitare Michele Volker assieme al costruttore della stanza blindata.
Diabolik tuttavia riesce a raggirare l’ostacolo provocando una infiltrazione condominiale tale che possa permettere di far aprire la stanza direttamente da Volker.
Il vigliacco (e scusate se è poco perché è un vero vigliacco, e nell’episodio ne viene dato sfoggio diverse volte), al cospetto di Diabolik ed Eva Kant travestiti da idraulici accorsi nel condominio per riparare il “guasto”, diventa un agnellino. Solo, tremante e terrorizzato, e con i bodyguards messi fuori gioco dagli aghetti al cianuro di Eva, si piega sulle ginocchia e implora i due criminali di risparmiargli la vita, in cambio potranno prendere tutto ciò che si trova dentro la stanza blindata. Eva gli risponde che è quanto faranno, e intanto che Diabolik sottrae il patrimonio a Mister Muscolo4 Lady Kant con aria sprezzante gli domanda: "Hai paura adesso vero? Brutta cosa la paura... non si può vivere con la paura..."
Eva in Un uomo violento, disegni di Sergio Zaniboni, Giorgio Montorio e Luigi Merati
Il finale è un finale che ci piacerebbe vedere tutte le volte in cui assistiamo o veniamo a conoscenza dell'ennesimo fenomeno di femminicidio o di violenza tra le mura domestiche e non per mano di un uomo.
Giustizia viene fatta.
Eva e Diabolik non solo privano Michele Volker delle sue "ricchezze", ma lo sottopongono ad uno stillicidio di angoscia, panico, vuoto, impotenza, buio e terrore, seppelledolo vivo nella stanza blindata dove nessuno potrà mai cercarlo. A furto concluso, Eva si premura di chiudere il portello e di bloccarlo definitivamente digitando numeri a caso per tre tentativi consecutivi.
Per questa volta ho spoilerato il finale dell’episodio altrimenti non si comprende la ragione della mia provocazione a cui faccio cenno qualche paragrafo più sopra. L’idea di proporre un corso di teatro come materia di studio anche per i magistrati mi è venuta rileggendo Un uomo violento, soprattutto nel passaggio in cui Eva fa notare a Michele Volker che non è vita uno stato di terrore e di cattività costante. Un’ iniziativa suggerita già in passato da Elio Germano che, in una intervista di Fabio Fazio a Che tempo che fa, esprimeva il proprio consenso a introdurre il teatro nelle scuole “perché l’esercizio di mettersi nei panni degli altri ci può far diventare una società migliore” (cit. Elio Germano, l’intervista è del 24 aprile 2017).
Come già ho citato più volte negli articoli di questo blog, ritengo che la giurisprudenza sia una filosofia in quanto è frutto dell’interpretazione di una norma o di una legge. Una sentenza si può leggerla in mille modi diversi perché ogni individuo dà la sua osservazione, il suo parere, il suo pensiero, il suo punto di vista, che non è mai immune da condizionamenti politici, religiosi, culturali, sentimentali, caratteriali, ecc.
Il giudice (uomo o donna che sia) è un essere umano col suo bagaglio di esperienze, dolori, traumi, gioie, e, in quanto essere umano, nel suo lavoro ha a che fare con la vita di altri esseri umani.
Ci sono infiniti mondi nelle persone, ogni individuo è un essere a sé stante, ragion per cui le vicende che un giudice si trova a giudicare sono infinite, e le storie, con tutte le loro implicazioni, richiedono massima attenzione, cautela e imparzialità.
Ma come si può pretendere l’imparzialità da un individuo che è uguale e imperfetto come te? Come può colui che giudica non essere influenzato da quanto gli è accaduto nel corso della sua esistenza? Il suo giudizio non potrà mai essere neutrale perché ogni opinione, parere, giudizio è una visione carica di storia personale (che si riversa su altre storie prendendo tutt’altra forma e piega).
Per questo è necessario fare teatro, leggere, parlare, stare insieme ed ascoltare le persone: per capire. Capire la loro storia e, di rimando, la nostra storia.
Per aggiustarsi, correggere, cambiare quello che non funziona.
Per (ri)costruire una società migliore.
Lucrezia di Silvia Ziche
¹ La repressione genera violenza, ribellione, sopraffazione, disordine.
² Sarebbe opportuno la prosecuzione dello studio delle materie inserite anche dopo e durante l’investitura della carica di magistrato (togato e onorario).
³ Nell’osservare la copertina dell’albo ho notato che Sara, diversamente dalle altre donne di Zaniboni, ha un’ombra sulla parte destra del viso. Le donne di Sergio Zaniboni sono sempre donne dai tratti molto forti, con un carattere risoluto, fiere, sicure di sé, qualcuna procace, delle vere leonesse. Sara al contrario si presenta pudica, con una maglia che non lascia intravvedere nulla, un’espressione triste, provata, arresa, e con i capelli che le nascondono parte del volto e delle orecchie.
4 Chiedo scusa per il sarcasmo usato nell'epiteto che la dice tutta sul soggetto in questione.