Charlie Brown
"Solo gli imbecilli non hanno dubbi"
"Ne sei sicuro ?"
"Non ho alcun dubbio!"
(Luciano De Crescenzo)
Le favole sono bellissime, ed è proprio perché sono belle che ho deciso di raccontarvi una bella favola.
Vi starete sicuramente chiedendo: «Ma come? Non eri quella che non credeva alle favole e le aborriva?». Sì, e tuttora le scanso, ma quella che vi propongo oggi è una favola diversa da quella che siete (e siamo) abituati a sentirci narrare.
Anche qui c’è un Principe Azzurro. Purtroppo – sorpresa! sorpresa! – non c’è la Principessa bensì… una strega. Ahhhhhhhhhh- ah ah ah!!!!!!! (l’esclamazione sta per una risata, n.d.a.)
La strega è la sottoscritta, il Principe è un Principe Azzurro che più azzurro non si può (vi sfido a trovarne uno uguale).
La favola ha inizio tanti anni fa e … va bene, raccontiamola come si deve.
C’era una volta una strega che aveva otto anni che iniziò a sfogliare e a conoscere i libri perché un giorno suo padre decise così. Ora, siccome era piccola, non aveva ancora la capacità di discernimento in merito agli autori e alle storie che poteva/doveva/voleva leggere, ragion per cui fu (appunto) il padre ad occuparsi della sua educazione alla lettura.
Le prime storie che le capitarono sotto gli occhi avevano come tema centrale la povertà, la solitudine, la carità, l’accoglienza, l’amicizia, la famiglia, il rispetto verso il prossimo… insomma tutta la letteratura che si rivolgeva ai giovani lettori (Cuore di Edmondo De Amicis, Oliver Twist di Charles Dickens, Incompreso di Florence Montgomery, La capanna dello zio Tom di Harriet Beecher Stowe, Il giardino segreto di Frances Hodgson Burnett, Piccole donne di Louisa May Alcott e così via), a mano a mano che la piccola strega cresceva variavano anche le letture e così il genere. A dodici anni ci fu una svolta, ovvero la predilezione del genere crime (i gialli di Agatha Christie) e la virata sul genere horror (e quindi Stephen King a colazione, a pranzo e a cena). A quell’età cominciò a leggere anche molti romanzi rosa, tanto da ridursi ad avere solo due scelte: o il romance o l’horror.
Ebbene, se sulle storie d’amore il padre chiudeva un occhio, stessa sorte non potevano avere i romanzi di Stephen King (secondo la sua concezione, non erano letture adatte agli adolescenti perché influivano in maniera negativa nell’approccio alla vita e nelle relazioni tra persone, e soprattutto condizionavano il pensiero). In linea generale, il padre le lasciava ampia scelta riguardo ai libri da acquistare, ma quando si accorgeva che tra questi c’era sempre qualcuno di Stephen King la ramanzina non tardava ad arrivare.
«Ti ho detto un sacco di volte che questi libri non li devi comprare».
Oggi non so se i libri del Re dell’horror ricalcano le stesse atmosfere di allora, non li leggo da un po’, ma ricordo che all’epoca erano davvero tremendi e spaventosi. E non so dire neanche se la convinzione di mio padre fosse giusta. Pensandoci, propenderei col dire sì.
I libri ti formano, ti educano, ti costruiscono, ti plasmano. Il carattere è quello che hai dalla nascita, ma lo puoi affinare – o imbarbarire – con i testi che ti prepari a maneggiare.
Oggi sono quella che sono grazie ai libri che ho cullato tra le mani, ho tenuto stretti tra le braccia e ho assorbito nei neuroni e nei pori della pelle. Oggi ho una forma mentis che si è modellata grazie ai princìpi di un autore, che è il Principe Azzurro di questa storia e il Principe di tutti i principi e i princìpi. Per farla breve: è il con-sorte che mio padre scelse per me.
Sì, era arrivato il momento di combinare un matrimonio per quella figlia disubbidiente e sfuggente, assegnarle una persona ad hoc che l’avrebbe messa in riga e riportata sulla buona strada prima che quella ragazzina gli crescesse tutta storta e con disturbi psicosociali.
I tempi si “sposarono” alla perfezione al quindicesimo anno di età (anno più anno meno), quando la streghetta dovette iniziare a fare i conti con una materia del tutto nuova da studiare: la filosofia.
Diversi sono i fattori che contribuirono alla riuscita del matrimonio imposto dal capofamiglia: il primo fu la professoressa che insegnava la materia di studio, una persona preparata, colta, amante del suo lavoro, della disciplina, elegante, impeccabile ed eccellente nell’insegnamento e nel savoir-faire. Il secondo fu l’improvviso e inspiegabile desiderio della strega di fare bella figura con la prof (nonostante le voci di corridoio dell’Istituto sussurrassero che fosse una tipa inflessibile e tosta, alla ragazzina garbava quella donna), il terzo fu il bisogno di avere una mano in più per meglio apprendere la lezione e ottenere minimo minimo otto all’interrogazione (ma sarebbe stato meglio se i voti si mantenessero sulla media del nove/nove e mezzo), infine il nome di una persona, che la strega sentiva spesso sulla bocca del padre, che la spronava a conoscere e a leggere quanto prima.
Ed è qui che ha inizio la favola vera e propria.
Il nome di questo Gran Signore, ai tempi, era molto in voga nella società che contava.
Siamo in un feuilleton, ok? Avete appena cominciato a leggere un libro ambientato nell’Ottocento. Al centro della vicenda c’è un padre chiamato a decidere il futuro della propria figlia, che poi è anche la primogenita. Una bimbetta un po’ ribelle che non è sempre facile capire cosa le passa per la testa. Fino ad ora si è occupato personalmente della sua educazione ma, siccome è giunto il momento dello “svezzamento”, sorge la necessità che la strega sia affiancata da un suo pari (per “pari” s’intende colui che faccia le veci del padre). Inizia così a parlarle di questo piacente giovanotto sì da stuzzicarle la curiosità.
“E chi sarà mai! Questa è un’altra delle sue trovate… mo’ vallo a capire chi mi vuole presentare (sottotitolo: cosa mi vuol far leggere) … Se è di una noia mortale, lo pianto subito. Va bene quando ero piccola, ora però sarò pur libera di fare le mie scelte, non mi deve più dire lui chi devo frequentare (sottotitolo: cosa devo leggere)” pensa la figlia.
Aderendo a quelle che sono le convenzioni del tempo e le prese di posizione di tutti i capifamiglia in merito alla scelta del partito migliore al quale dare in sposa la propria figlia (che deve solo sottostare al volere del padre senza diritto di ribattere oppure opporsi alle sue determinazioni), fu così che la ragazzina si ritrovò, suo malgrado, ad assecondare il genitore.
Ed eccomi quindi con un libro (del tutto) nuovo (nuovo come genere) in mano e, visto che di mano si sta pur parlando, eccomi pure a fare le dovute presentazioni col soggetto con il quale, da quel momento in poi, avrei avuto a che fare.
Già il titolo la diceva tutta (una specie di premonizione): Ordine&Disordine (come a dire, guarda ora come ti scombussolo l'esistenza). In copertina c’era un uomo che si presentava con un doppio aspetto. Quello a sinistra era vestito di tutto punto con giacca, pantaloni, papillon e scarpe di colore nero e camicia bianca; a destra era vestito in maniera sciatta indossando un paio di jeans, camicia a quadri e sotto di essa una t-shirt nera con una stampa sopra, scarpe sdrucite con le stringhe slacciate. Sul viso, in ambedue le foto, la stessa espressione e lo stesso sorriso sornione.
Lo guardo e penso: “Beh dai, almeno ha la faccia simpatica. Anche se gradisco di più il suo lato trascurato”.
A questo punto, tocca mettersi nei panni di quella “poveretta”: le è stato appena presentato il partito che, diciamola tutta, tanto giovane non è, con il quale non può discorrere nemmeno di certi argomenti con cui è abituata ad avere a che fare (i romance, gli harmony e altra roba così), ora le si ordina pure di stare ad ascoltarlo, di impegnarsi a collaborare e a rapportarsi con persone di tutt’altro rango – quella che ha frequentato sino a quel momento è tutta gente di bassa lega – e di mantenere un tipo di condotta che si addice ad una signorina beneducata e di buona famiglia.
Così, quando i due “piccioncini” rimangono soli, ella gli domanda: «C’aggia fa?» ²
(Una possibilità doveva, difatti, comunque dargliela per ordine del padre).
Lui le risponde con la stessa espressione impassibile di prima: «Lassa fa’ a me» ³.
Allora lei gli si abbandonò. Gli diede la mano (sottotitolo: aprì il libro) e si lasciò guidare verso la strada che lui le mostrava. L’uomo, seppur anziano, era di bell’aspetto: pulito, elegante, dai modi gentili e raffinati, e con due splendidi zaffiri al posto degli occhi che emanavano una luce molto particolare che la ragazza mai aveva visto prima in nessun luogo e in nessun essere vivente sulla Terra. Decise d’istinto di affidarsi al fascino di quel bagliore, perché d’istinto sapeva che non l’avrebbe ingannata.
Seguì dunque quel brillio che le spalancò le porte a mondi infiniti e meravigliosi, e che avrebbe continuato a sedurla anche dopo la morte dell’uomo, con la consueta inconsapevolezza dei giovani.
(Fine prima parte)
¹ È stato lui
² «Che devo fare?»
³ «Lascia fare a me»