Charlie Brown

"Solo gli imbecilli non hanno dubbi"
"Ne sei sicuro ?"
"Non ho alcun dubbio!"
(Luciano De Crescenzo)


Eeeehhh ma qui si esagera!




È arrivato il momento di affrontare un discorso molto serio. Io per prima non so se ce la farò, e non solo perché mi viene sempre da buttare tutto in caciara – la colpa non è mia ma dei delinquenti che abitano dentro questa testa – ma soprattutto perché un conto è scrivere certe cose, un altro è dar voce alle parole per bocca. Le parole, si sa, sono pericolose ed è facile essere fraintesi.

Il problema – ed è un vero problema, credetemi – è questo: non si può dire più nulla. La democrazia in questo Paese è finita da un pezzo e questo non tanto perché, prima che ci mettano il bavaglio, tutti si sentono in diritto di dire tutto (cosa buona e giusta) ma se prima che io apra bocca per esprimere la mia opinione vengo taciuta in malo modo perché l’altro ha già statuito che ha ragione senza ascoltare quello che ho da dire oppure per il piacere di fare della polemica, questo no, è cosa cattiva e ingiusta.

Ho aperto questo blog (diario, mondezzaio, pensatoio, contenitore di fantasie e pensieri sparsi senza capo né coda, scemenzatoio, definitelo come volete) per parlare di libri e di tutto ciò che verte attorno al mondo della letteratura; poi come si è finiti a parlare di cantanti, e in taluni casi anche di attori, vallo a sapere (Damiano David è un figo).

Questa volta faccio un’eccezione, che poi tanto eccezione non è perché il “fattaccio” riguarda uno scrittore, ma uno scrittore molto particolare al quale, mi duole dirlo (liberi di crederci o non crederci), devo dare l’appellativo de l’Innominato. E questo perché, appunto, anche solo nominarlo provoca una frattura relazionale nella razza umana, una vera e propria spaccatura politica che delinea, in maniera netta e marcata, la contrapposizione tra le due fazioni opposte, come se l’autore in questione incarnasse la Quintessenza, il quid di questa divisione (politica), tant’è che sempre più spesso mi viene il dubbio se questo autore debba più classificarlo come scrittore/giornalista d’inchiesta, oppure come un politico o un’Istituzione.

Il discorso, come dicevo prima, non è facile. Già chiamarlo l’Innominato per qualcuno (anzi per molti di voi) potrà sembrare un’offesa o un insulto nei confronti dello scrittore, specialmente per chi è suo appassionatissimo fan e lo segue ovunque (un po’ come la scrivente col Principe che sta sempre in mezzo come il prezzemolo nella cucina e sempre casini mi fa combinare per difenderlo a spada tratta. Fino a qui 0-0, palla al centro n.d.a.).

Tengo a precisare che non ho nulla contro questo autore per il quale, tra parentesi (parlo come se lo dicessi a voce e non battendo su una tastiera), in passato nutrivo una grandissima stima e ammirazione e di cui acquistavo ogni suo libro. Ma, come dice il mio caro consorte – al quale piace ripercorre il pensiero del filosofo di Efeso, Eraclito –, panta rei ovvero tutto scorre; e siccome tutto passa a me, col tempo, è passata la voglia di seguirlo e con essa è andata a farsi friggere pure l’ammirazione per questo scrittore d’inchiesta.

Quello che non è andato a farsi benedire è il rispetto, perché se questa persona non è più di mio gradimento ciò non toglie che io debba mandarlo affancina solo perché non mi piacciono certi suoi atteggiamenti, il suo modo di porsi alla gente e di esagerare nell’esporre gli argomenti di cui è solito discorrere e a cui si deve la sua notorietà (stavo per scrivere successo, poi ci ho ripensato perché, per il rispetto che ho nei suoi riguardi, non penso che con la vita che conduce, che lo priva di alcune libertà fondamentali nonché di alcuni piaceri, possa definirsi un uomo di successo).

Come si è giunti a questo cambio di rotta nei confronti di costui? All’inizio tramite alcune avvisaglie che molti anni più tardi, in occasione del Salone del Libro di Torino a cui la sottoscritta partecipò, si trasformarono in certezze attraverso quegli strumenti molto utili e attendibili che sono i dettagli.

Mo’ non mi fate ripetere sempre le stesse cose ché qua il discorso già è lungo e rognoso, ma quante volte ve lo devo dire che dovete prestare attenzione ai dettagli? Va bene che la favella è un abito molto seducente e c’è gente a cui il vestito calza benissimo – e lo porta benissimo – come se ci fosse nato ma, come dice il proverbio, l’abito non fa il monaco!

(Damiano David è un figo, n.d.a.).

Dicevo, tutto è partito da un commento su una pagina social in cui vanno per la maggiore apprezzamenti positivi nei riguardi dell’artefice del “fattaccio”. Trattandosi però pur sempre di un social può capitare che qualche personaggio che passa da quelle parti uno scivolone lo faccia, e che lo possa fare anche la sottoscritta. Quando e se ciò avviene (lo dico apertamente perché non ho paura di dire la verità e mi sono sempre assunta le mie responsabilità per ciò che ho detto o fatto) avviene perché, ad un certo punto, ne ho piene le scatole¹.

Si parlava dunque del modo di fare, di porsi, di presentarsi, di dire le cose (e di argomentare anche di fatti brutti presenti in ogni regione di Italia ma anche all’estero), e di quanto certe persone – non solo la penna che si occupa di inchieste – sono aduse ad avere parametri diversi nel loro modo di atteggiarsi e di esprimersi in relazione a certi argomenti o a certi usi. È successo che, nonostante avessi sottolineato la mia intenzione di non voler parlare male delle persone, nel paragone con l’artefice del “fattaccio” (alias Il Principe) mi è scappato di dire che l’autore di inchieste andrebbe bandito.

È un verbo molto forte, lo riconosco, a mente lucida mi rendo conto che avrei dovuto esprimermi diversamente. Mi sono chiesta perché avessi usato quel vocabolo, e ho provato a darmi una spiegazione che riassumo, grossomodo, così.

Quando decido di compiere una scelta e di porre in essere un’azione, se quella scelta comporta dei rischi che possano mettere in serio pericolo la mia incolumità e quella di chi mi circonda, non posso poi portare avanti il ruolo di vittima e così perseverando nel comportamento fino alla fine dei giorni. La vita ci porta a fare delle scelte: se non mi va di star zitto di fronte a certe cose e decido coscienziosamente di denunciare lo schifo, vuol dire che sono cosciente delle conseguenze a cui vado incontro, non devo stare a puntualizzare i sacrifici e le limitazioni a cui sono sottoposto ogni volta con le parole e con gli atteggiamenti in ogni luogo, in ogni libro, in ogni social, in ogni programma tv e in ogni dove, altrimenti il soggetto (esterno) che mi guarda e che mi ascolta (e che quindi non vive con me in casa e che ignora tante cose) potrebbe pensare “ok, hai denunciato e hai fatto bene (dovremmo farlo tutti veramente, non girarci dall’altro lato facendo finta che vada sempre tutto bene, n.d.a.) ma ora perché questo atteggiamento da vittima? La tua azione di denuncia già connota il coraggio che serve per cambiare, hai dimostrato che sei una persona impavida e che hai gli attributi, tanto di cappello, ma ora cosa vuoi di più? Essere commiserato? Ricevere un apprezzamento ancora maggiore rispetto all’apporto che hai già dato e stai dando alla società? Essere esaltato perché tu hai avuto l’audacia di denunciare e un altro no (e quindi è un fesso)? Perché tutta questa esagerazione, non ti bastano i riflettori che hai puntati addosso? Stai facendo egregiamente il tuo lavoro, perché stai sempre lì a puntare il dito e a polemizzare su ogni cosa e su ogni persona e a vedere sempre tutto nero, sebbene è quello che ti porta a fare il tuo mestiere?”

Badate bene: non sto né attaccando, né criticando, né offendendo lo scrittore in questione, sto muovendo un’osservazione sulla base di quello che ho ascoltato, ho visto ed ho osservato in questi anni. L’ “attacco”, che gran parte delle persone si diverte a svolgere nei confronti di chiunque, è sempre diretto nei riguardi del soggetto; la mia osservazione si concentra sugli atteggiamenti di questo scrittore/giornalista (che, a lungo andare, si rivelano fastidiosi e caricaturali), e non sul soggetto in quanto uomo (che ritengo dotato di grande intelligenza)².

Accade dunque che un personaggio che, come dicevo prima, si è trovato a passare da quelle parti riversa la sua enfasi nei confronti del commento rilasciato dalla sottoscritta scrivendo “Ah, ora ho capito per chi voti”. L’ho spento subito – come accade sempre quando mi trovo a caz******** sui social, cosa che accade raramente visto che li frequento molto poco – perché non è nelle mie abitudini fare polemica o prendere a male parole la gente. Non a caso interrompo sempre le catene, pure con i gruppi whatsapp.



Ma la circostanza mi ha fatto riflettere perché ho pensato che quando si punta il dito lo si punta sempre contro la persona e contro il suo pensiero e mai sui fatti, gesti, atteggiamenti che sono tipici della persona e che la rivelano per quella che è realmente (credibilità del soggetto, aderenza della pronuncia al linguaggio del corpo).

È un po’ quello che è successo ad Alessandro Gassmann qualche settimana fa, che ha commentato sui social l’abbigliamento scelto da Tony Effe con questo post: “Mi spiegate cosa è successo? Attraverso quale procedimento si è arrivati a questo? Solo risposte tecniche” (per Alessandro: vorrei saperlo pure io, se qualcuno lo spiega pure a me per piacere).

(Damiano David è un figo, n.d.a).

L’ attacco social non è tardato a farsi sentire, e difatti qualcuno ha fatto notare all’attore e regista cose del tipo “Fai il progressista part time”, “Ma tu non difendevi tutte le libertà?”, ecc.

Permettetemi di dire che ho molto apprezzato la risposta di Gassmann³ che è scaturita dal confronto, il quale non solo ha fatto mea culpa, ma si è reso conto – e lo ha ammesso pubblicamente – di quale e quanta responsabilità ha un personaggio pubblico nei confronti dei suoi beniamini e non. Aggiungo, sarebbe opportuno che lo facessero anche gli altri suoi colleghi ma… come si dice?... non siamo tutti uguali e quindi uno fa come si sente di fare, purché non esageri.

Prima di mettere un punto a ‘sta specie di articolo volevo chiudere riprendendone la premessa: nel mondo contemporaneo siamo in tanti a comunicare, anzi mi correggo perché pure qua fingiamo di comunicare ma in realtà offendiamo e attacchiamo, e proprio perché parte subito l’insulto – figlio del pregiudizio e dell’ignoranza – alcuni (non tutti) siamo prevenuti nel dire le cose, oppure si tace perché tanto non c’è più nessuno che ascolta, e se ascolta è per parlarti sopra e per emettere giudizi prima ancora che l’altro apra bocca. Dov’è dunque la democrazia? Non ce la prendiamo sempre col Governo se i primi killer della democrazia siamo noi. Mahatma Gandhi affermava: “Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”.

Una frase che raccoglie il senso di tutto questo popò di post.

E comunque Damiano David è un figo.⁵





¹ Fermo restando che quando e se ciò avviene, esprimo il mio pensiero senza polemizzare e senza creare scontri oppure offendere.

² Quanto espresso è frutto di un’opinione dell’autrice, per nulla tendenziosa ad influenzare o a far cambiare il parere e le scelte del pubblico nei confronti dello scrittore.

³ “Scrivo qualcosa su questo social e, con gioia scopro che è stato più letto di un articolo del giornale più letto nel Paese. Questo mi fa riflettere sulla responsabilità che un personaggio pubblico come me, deve sempre ricordare di avere prima di scrivere qualcosa. Prometto che rifletterò tanto prima di esprimermi, più di quanto abbia fatto fino ad oggi. Comunque grazie per l’attenzione”.

⁴Scriversi, scriversi sempre, scrivere a tutti, anche senza più nulla da dire di Ester Viola su Il Foglio.

⁵ Ahò, hai rotto er… (biiip)!

Autrice : Carla Iannacone | Categoria : Riflessioni