Charlie Brown
"Solo gli imbecilli non hanno dubbi"
"Ne sei sicuro ?"
"Non ho alcun dubbio!"
(Luciano De Crescenzo)
Abbiamo un problema. È solo uno dei tanti problemi che affliggono il nostro Paese: il fenomeno migratorio.
Non è un problema da poco, perché innesca una serie di considerazioni su un certo modo di pensare della gente riguardo al rapporto con lo “straniero”. A tal riguardo mi viene in mente un apoftegma di Andrea Camilleri che dice così “Non bisogna mai avere paura dell’altro perché tu rispetto all’altro sei l’altro”.
Perché faccio questo discorso? Perché nella prima settimana del mese – precisamente il 2 giugno, guarda caso, la Festa della Repubblica – è accaduto un fatto increscioso e da qui mi è sorta una riflessione.
Da un po’ di tempo nei dintorni di casa transita un ragazzo di colore che dice di essere un paziente del medico che ha lo studio a un piano sotto il mio. Questo dottore (che divide l’ufficio con altri due colleghi, tutti e tre sprovvisti di segretaria) ha la cattiva abitudine di non fissare appuntamenti, pertanto chi prima arriva prima si sbriga. Di fronte a tale “uso e costume” i pazienti non possono far altro che arrivare a cascata e attendere fuori al portone (al gelo o al fuoco) l’orario di apertura dello studio medico (e fare la “ante fila” prima ancora di entrare). Tuttavia, come spesso accade in tutti i condomini che non dispongono del servizio di portierato, c’è sempre un buontempone che lascia il portone aperto o non aspetta che si richiuda, e la gente che è fuori ad aspettare ne approfitta per entrare e stazionare nell’androne delle scale.
Verità: tante volte è stata la sottoscritta a permettere ai pazienti di intrufolarsi, ma questo perché gran parte di essi sono anziani con patologie abbastanza evidenti (problemi di deambulazione o fatica a stare in piedi).
Un giorno succede che mi trovo davanti questo ragazzo di colore. Il tizio era praticamente schiacciato al portone, aspettava solo l’occasione propizia per penetrare nel palazzo. Manco il tempo di aprirlo infatti che già aveva un piede dentro.
«Deve andare dal dottore?» gli faccio.
La risposta è una non risposta, perché tutto quello che fa è stare zitto a fissarmi come un ebete. Gli reitero la domanda perché penso che, essendo straniero, forse non comprende bene l’italiano, ma la reazione è sempre uguale. Resta a fissarmi imbambolato (più che imbambolato sembra assonnato, drogato). Decido allora io per lui: è evidente che non sta bene e quindi lo faccio entrare per far sì che aspetti nell’androne, anche se il soggetto mi mette un senso di irrequietezza addosso.
La cosa finisce lì e non lo vedo più per un po’.
È ricomparso il venerdì antecedente il 2 giugno – stessa procedura, stessa attesa col corpo incollato al portone, stessa espressione da drogato – e il lunedì del 2. In quest’ultimo giorno ce lo siamo ritrovati proprio sulle scale davanti alla porta dello studio medico, impegnato nelle sue abluzioni per mezzo di due bottiglie d’acqua.
Mi ero svegliata un po’ più tardi del solito e mi stavo preparando la colazione quando ho sentito urlare sul pianerottolo. Ho guardato attraverso il buco dello spioncino e mi sono resa conto che ad urlare era stata la vicina che, cellulare in mano, si affrettava a chiamare le Forze dell’Ordine. A quel punto ho aperto la porta per chiederle cosa stesse succedendo.
A. mi spiegava che si era trovata davanti il ragazzo al quale aveva chiesto gentilmente di accomodarsi fuori, era giorno festivo e quindi il dottore non sarebbe passato in studio a visitare, ma lui non voleva sentire ragioni. Così, dato che non riusciva a fargli capire in altro modo che doveva andar via, lo aveva minacciato di farlo uscire con l’aiuto delle Autorità preposte.
Superfluo aggiungere che la reazione del ragazzo fu la solita di sempre, anzi. Quando ad invitarlo ad uscire furono altri due condomini che si trovarono a passare di lì iniziò persino ad alterarsi intimando ad una signora di comprargli del pollo da mangiare.
Io e A. siamo rimaste circa un’ora ad aspettare l’arrivo della polizia (impegnata nel frattempo in altri interventi) che provò anch’essa, all’inizio, a far ragionare il ragazzo dicendogli che non poteva trattenersi in una proprietà privata ad aspettare il dottore che, oltretutto, non sarebbe mai arrivato quel giorno a visitare perché era festa nazionale. Solo dopo molte insistenze, che non portarono a nessuna collaborazione da parte del soggetto, i due agenti furono costretti a trascinarlo fuori con la forza.
La vicenda ha in sé delle tinte tragiche che vede valere le sue ragioni per tutti i soggetti coinvolti nell’avvenimento.
Nessuno mette in discussione che i migranti non se la passino bene, e questo vale tanto per la vita che conducono nel loro paese d’origine quanto per il futuro a cui vanno incontro quando si spostano in un’altra nazione o continente (senza casa, senza affetti, senza conoscere la lingua, senza denaro, senza abiti, senza cibo ecc.); ma è anche vero che come non se la passano bene loro non ce la passiamo bene neanche noi. Certo non abbiamo gli stessi guai (una casa bene o male ce l’abbiamo, così come gli amici, i famigliari, vestiti, riscaldamento, luce, acqua, cibo), ma le condizioni economiche (che si riversano su quelle lavorative occupazionali, sanitarie, scolastiche, giuridiche, culturali) anche qui lasciano molto a desiderare. Parlo ovviamente riferendomi a quella cerchia di gente con un tenore di vita medio alto, tralasciando i ricchi e super ricchi e i poveri poveri (altrimenti il discorso non avrebbe senso).
È un confronto che, in teoria, non dovrebbe neanche farsi, perché non si può fare un raffronto con due culture totalmente diverse. Ed è qui che ha origine la discriminazione sociale.
Ho voluto scrivere di questo fatto perché chi parla non è una persona razzista, prova ne è che il ragazzo di colore ce l’ho fatto entrare io nel mio palazzo facendomi venire, alla fine, anche dei sensi di colpa (la vicenda sarebbe potuta finire anche peggio, mettendo a rischio l’incolumità di più di un condomino visto che il ragazzo cominciava a rispondere e ad atteggiarsi in maniera rancorosa). Se avessi avuto una mentalità discriminatoria, state sicuri che quello manco si avvicinava nei pressi di casa.
Cosa voglio dire con questo?
Che non credo che gli italiani, o qualsiasi altro individuo appartenente ad altra nazionalità, siano delle cattive persone. Di base nessuno è cattivo: nasciamo tutti liberi, buoni, con gli stessi diritti, le stesse emozioni, gli stessi sentimenti, gli stessi bisogni, le stesse aspirazioni. È la società che ci trasforma in esseri barbari, simili alle bestie (principio questo sostenuto anche dal filosofo francese Jean-Jaques Rousseau), che ci costringe a modificare la nostra natura per meglio adattarci ai rischi e agli imprevisti in cui possiamo incorrere.
Questo “scudo” che funge da difesa dei nostri diritti, della nostra libertà e della nostra incolumità, lo esibiamo (con ostentazione) soprattutto di fronte allo straniero che vediamo come nemico. Chi è? Da dove viene? Come vive e come ha vissuto sino ad oggi? Quali sono le sue abitudini? Come pensa? Cosa vuole da me?
Se poi ci mettiamo il carico che la Legge dello Stato italiano (badate bene: la Legge) non fa nulla per eradicare queste discriminazioni ma, anzi, tutela il soggetto debole (in questo caso lo “straniero”) a discapito dei suoi cittadini, capite bene che il problema discriminazione non solo resta ma, col passare dei giorni, si ingigantisce e diventa ancora più difficile tollerare l’altro che viene percepito come il nemico.
Tradotto con parole più semplici, lo Stato, che dovrebbe occuparsi di debellare i problemi della società – il fenomeno discriminatorio prima di ogni altra cosa perché “ogni cittadino è uguale di fronte alla legge e tutti hanno uguali diritti e doveri” – è il primo, al contrario, ad attuare e a generare la discriminazione.
Stesso discorso con la ludopatia.
Se la Legge vieta il gioco d’azzardo – e anche qui non facciamo distinzioni del divieto tra minori e adulti perché una cosa, quando è vietata, è vietata – perché allora autorizzi le tabaccherie ai gratta e vinci, all’enalotto, Superenalotto, le slot machine, le sale da gioco e tutte le altre diavolerie connesse che conducono alla rovina (psicologica ed economica) delle persone?
Uguale schema per le sigarette. Il fumo nuoce gravemente alla salute. Benissimo, allora perché anche in questo caso ne autorizzi la vendita?
Restiamo però nell’ambito del fenomeno “straniero-discriminazione”.
Mi sono persuasa (o come piace dire ad Andrea Camilleri per bocca di Montalbano mi sono fatta persuasa) che, così come il femminicidio, non si arriverà mai ad una soluzione definitiva che consenta una condizione di parità tra i simili. E questo, per quanto non ci piaccia il lemma, perché siamo diversi. Nessuno è uguale all’altro. Ognuno di noi è unico, non esiste una copia dell’altro. Persino i gemelli omozigoti sono diversi.
Ora, se l’essere diversi è un qualcosa di congenito alla natura umana, come si può affermare di essere tutti uguali?
Persino La Legge umana (Giustizia) e divina (Dio) operano delle distinzioni. La Giustizia, il Diritto, la Norma, la Giurisprudenza è interpretazione (l’interpretazione non è mai oggettiva, ma soggettiva e già questo è un distinguo).
Pensiamo alle numerose controversie di cui sono investiti i Tribunali e le Corti d’Appello d’Italia da nord a sud. Una chiara dimostrazione di quanto la Legge non viaggia su un unico binario, ma prende direzioni diverse. Laddove il passeggero si aspettava di scendere, tutt’a un tratto si accorge che quello (il Treno) ha deciso di cambiare destinazione. “Mannaggia alla pupazza! Ma io avevo fatto il biglietto per Ragione e ora mi trovo a Torto. E mo’ che faccio? Devo tornare assolutamente indietro! Mi reco in biglietteria e vado a reclamare con l’inefficienza e l’inettitudine del servizio! Mi costasse pure un altro titolo di viaggio, ma io devo andare a Ragione” pensa il povero malcapitato. E così, fremente di aspettativa, prende l’altro Treno sperando che arrivi alla stazione giusta.
Anche la Religione, la Fede, il Credo non è uguale per tutti. C’è il Cristianesimo, il Buddismo, l’Islamismo, l’Ebraismo, lo Shintoismo e via dicendo. E quindi il Dio non è lo stesso. Il più delle volte, anzi, la Fede si trasforma in violenza.
Essendo quindi tutti quanti noi diversi l’uno dall’altro singolarmente, siamo diversi anche per religione, per carattere, per discendenza, per condizioni economiche e, soprattutto, per cultura e istruzione.
Possiamo usare tutte le belle parole di questo mondo e mostrarci sensibili e piacenti con tutti per ottenere la benevolenza del pubblico e della maggioranza, ma il nocciolo della questione non cambia: l’integrazione totale di due o più culture non arriverà mai al cento per cento. Possiamo solo sperare che ciò avvenga. Siamo già fortunati se ci si arriva “a miscelarsi” al cinquanta per cento (una sufficiente percentuale c’è, è bassa ma c’è).
Io “straniero” ti accolgo, ma quello che vale per te vale anche per il mio amico (Principio dell’Uguaglianza, nient'altro che un'utopia). Se nella mia casa il mio amico mi manca di rispetto e mette a soqquadro l’appartamento, nonostante la mia benevolenza, la mia generosità, il mio spirito di collaborazione e la mia apertura verso quelle che sono le sue abitudini, i suoi hobby ecc., non puoi pretendere che la nostra amicizia resti uguale a prima. I miei sentimenti nei tuoi confronti sono cambiati, perché hai leso la mia fiducia. Comprendo che il tuo modo di pensare è diverso dal mio, e non te ne faccio una colpa; ma poiché questo è un ostacolo alla nostra convivenza, non voluto da nessuno dei due, è bene (per la serenità e la buona pace di tutti e due e per evitare l'egemonia dell' odio e della violenza) che ognuno vada per la sua strada.
Ho cercato di fare un’analisi quanto più lucida del problema, seguendo un ragionamento logico e razionalmente deduttivo, scevro da influenze politiche, religiose o emotive.
Ora pensatela come volete e traetene le vostre conclusioni.