Charlie Brown
"Solo gli imbecilli non hanno dubbi"
"Ne sei sicuro ?"
"Non ho alcun dubbio!"
(Luciano De Crescenzo)
Nella foto: Lino Guanciale
Credo siamo tutti d’accordo nel ritenere che Il commissario Ricciardi “fiction” sia qualcosa di estremamente diverso da Il commissario Ricciardi figlio della penna di Maurizio de Giovanni.
E quindi sarebbe anche inutile da parte mia buttare giù quelle quattro parole (ma pure quarantaquattro) per dichiarare che non c’è proprio nessun paragone.
Eppure io quelle (quaranta) quattro parole le devo dire.
La prima riguarda la regia.
Nella prima stagione – la novità in casa Rai – il Luigi Alfredo Ricciardi interpretato da Lino Guanciale era, se non identico, molto molto simile al tenebroso commissario al quale ci ha abituato il suo autore. Stesso discorso per quanto riguarda Enrica, la donna di cui il commissario è innamorato interpretata da Maria Vera Ratti. Con la seconda stagione sono cominciate a cambiare un bel po’ di cose.
(Per tutti quelli che hanno il piacere di fare soltanto ora la conoscenza col Barone di Malomonte, ci tengo a informarvi che ad occuparsi della regia della prima stagione fu lo straordinario Alessandro D’Alatri, mentre la regia della seconda e terza stagione è affidata a Gianpaolo Tescari).
La fiction ha perso un po’ del suo charme, la forza interpretativa di alcuni attori è venuta a mancare e il tutto risulta molto scollato dai romanzi che compongono la serie de Il commissario Ricciardi. Questa differenza netta si nota tantissimo nel passaggio di consegna da un regista all’altro, resa un po’ meno traumatica con la messa in onda della terza stagione, attualmente in programmazione (come a dire: il passaggio di staffetta consideratelo come fase di prova, dopo che ci avete fatto l’abitudine procediamo).
Ne discende che la fiction risulta altro da Ricciardi, nel senso che sembra un romanzo mai letto di quelli facenti parte della serie dai quali, tutt’al più, viene rubato solo qualche spunto e inserito nel copione.
Nella terza stagione questo non avviene in quanto riesce ad essere più aderente ai romanzi, pur mescolandone le tempistiche e gli avvenimenti (un fatto che avviene ne Il purgatorio dell’angelo viene anticipato nella puntata di Per mano mia¹ e de I vivi e i morti, e quel che avviene nei successivi episodi sono scene girate per “tappare i buchi”, ovvero ciò che non è raccontato nei romanzi ma dato per avvenuto, come il matrimonio di Ricciardi ed Enrica o la prima volta che fanno l’amore, o ancora quando la futura Baronessa mette piede per la prima volta a Fortino e visita le proprietà del futuro consorte²).
Chi ha letto i romanzi di de Giovanni (mi rivolgo anche a tutti quelli che non li hanno ancora letti perché devono ancora leggerli, o sono a metà percorso, oppure vogliono ma non possono, o a quanti “prima o poi li leggerò” o ai “nun me frega proprio niente tanto poi me li guardo in televisione”, in ogni caso ragazzi leggeteli, ve ne prego) sa perfettamente che la prima stagione (che ha visto la messa in onda de Il senso del dolore, La condanna del sangue, Il posto di ognuno, Il giorno dei morti, Vipera, In fondo al tuo cuore) è stata calcata uniformemente al modello dei romanzi, e che chi si è trovato a leggere i romanzi e poi ad assisterli trasposti in televisione o viceversa non è rimasto deluso.
Mi rendo conto che la diversità che (ripeto) si vede tutta nella seconda stagione non può essere colta da chi non ha mai letto un solo libro della serie, e pertanto che la prima, la seconda e la terza stagione non differiscano più di tanto tra loro (a parte notare che gli attori più passa il tempo e più invecchiano come tutti noi, nonostante il trucco). Ma c’è. La differenza c’è.
E non è solo quella data dalle emozioni che suscita la lettura da quella che suscita il piccolo schermo. C’entra anche l’approccio degli interpreti col loro personaggio.
L’appunto che mi accingo a fare è rivolto in particolar modo alla recitazione di Guanciale.
Nella regia di D’Alatri il suo commissario era molto più naturale, molto più spontaneo, molto più sincero. Non c’era nulla di artefatto, nulla di costruito. In pratica era come vedere Luigi Alfredo Ricciardi così come ce lo descrive Maurizio de Giovanni. Ebbene sì che si finisce col perdere la testa appresso a Lino Guanciale non solo in quanto Lino Guanciale ma, soprattutto, perché non ho più Lino Guanciale davanti ma Ricciardi (vedo solo Ricciardi, me lo restituisce in tutta la sua caratterizzazione come se non lo stessi guardando in tv ma sto ancora leggendo il libro).
La “fine della favola” comincia ad intravvedersi nella seconda stagione, fino a far presumere il triste epilogo in questa terza stagione (non voglio immaginare la quarta sempre ammesso che si faccia, ma si farà).
L’avvisaglia – più che avvisaglia è un dato di fatto visto e documentato ‘Gnorgiu’³ – è arrivata nella scena in cui Luigi Alfredo varca per la prima volta la soglia di casa Colombo per fare le dovute presentazioni con la famiglia della sua amata.
Nel romanzo siamo di fronte ad un Ricciardi spaurito, impacciato, che si sente inadeguato, che sa che deve giocarsi bene le sue carte se non vuole perdere l’amore della sua vita, ma che sa anche che se compie finalmente il grande passo vorrà dire sacrificare la felicità di Enrica con la sua felicità: lui è vittima del “Fatto”, della sua maledizione… come può condannare la persona che ama di più al mondo a fare i conti con questa dolorosa verità e a condividere con lei il peso di tutta questa sofferenza? Con che coraggio le mette addosso un peso simile? Senza omettere che, pur amandola alla follia, non si ritiene degno di stare al fianco di Enrica… guai se dovesse deluderla! Non se lo perdonerebbe mai. E guai a deludere i suoi genitori. Si sente di sfigurare (lui! Un Barone!) al cospetto della famiglia Colombo. Enrica non si merita lui, si merita di più.
Per questo quando fa il suo ingresso in casa Colombo il primo istinto è quello di fuggire, nascondersi, fermare la tortura a cui sa di andare incontro. Manco un universitario è tanto teso ad un esame come è Luigi Alfredo Ricciardi davanti alla signora Maria Colombo. Sveglia una tenerezza smisurata, vien voglia di stringerlo tra le braccia e non di lasciarlo mai più fin quando non avrà smesso di tremare e di sentirsi insicuro.
Nella fiction assistiamo al peggio del peggio del peggio (direte: sei cattivissima oggi! questo per continuare sulla scia del cinismo di Marco Valerio Guerra, eh! E che dobbiamo fa’? Abbiamo parlato di un personaggio negativo e mo’ stamo a parla’ del personaggio positivo per eccellenza dell’autore partenopeo, solo che qua il Ricciardi di de Giovanni non ha proprio niente a che spartire col personaggio interpretato da Guanciale).
Praticamente questo entra, porge un mazzo di fiori alla futura suocera, un sorrisetto di circostanza ad Enrica, saluta Don Pierino e il Cavaliere Colombo e si siede bello tranquillo sulla poltrona. Sì, un po’ di impaccio c’è, ma per il resto si chiacchiera normalmente davanti ad un tavolo su cui è disposto tutto il bendidio suddiviso tra cibarie e solluccheri. Il senso di inadeguatezza di Ricciardi non c’è, e se c’è non si percepisce affatto; tutto l’imbarazzo, la vergogna, le paure, i dubbi, i pregiudizi su di sé, spariti.
Il bello – anzi, il brutto – arriva nel momento in cui il commissario, per smorzare la tensione che gli è montata addosso sino alla punta dei capelli (fomentata anche dalla Santa Inquisizione Madre Madonna Maria Colombo), scoppia a ridere.
Nel romanzo quella risata è un gesto liberatorio, che lo scioglie da qualsiasi pretesa, da qualsiasi obbligo, qualsiasi convenzione sociale, qualsiasi facciata, qualsiasi costume o usanza, che gli consente di rientrare nel suo mondo fatto di ombre, infelicità, routine, e che libera Enrica da ogni oppressione che può arrecare tutto ciò che viene da lui. È il suo addio alla donna che ama ma anche il suo rendersi conto della pazzia che stava compiendo, quasi come fosse uno sfottò nei confronti di sé stesso (“Ti rendi conto di cosa stai facendo? Ma davvero ti illudi che puoi essere felice come le persone comuni? Che puoi avere per te questa donna? Tu sei diverso da tutti gli altri, soprattutto da lei. Toglitela dalla testa, non potrai mai averla, e oggi, in questo istante, ne hai avuto la conferma”).
Nella fiction sembrava che lo sfottò fosse rivolto alla famiglia Colombo più che alla sua persona, sembrava che Ricciardi si divertisse a prendere in giro Enrica e i suoi familiari (che obbrobrio!, n.d.a.). Non c’era disperazione, non si vedeva la tensione allentarsi, non c’era il tormento, non gli si leggevano tutte le sue elucubrazioni in faccia, non si notavano le crepe che s’andavano allargando sempre di più e l’ultimo tentativo di nascondere quel lato così intimo di sé tale da farlo esplodere in lacrime una volta che si fosse trovato da solo.
È la parte più drammatica del romanzo, e tutto quel dramma non l’ho né visto, né “letto”, né sentito. Ne sono stata disgustata.
Considerato che Luigi Alfredo Ricciardi è uno dei miei personaggi preferiti al pari di Diabolik (e Ginko, mettemose pure Ginko, tanto pur sempre tra poliziotti stamo), vedere una cosa che non è manco più la fotocopia (brutta) di Ricciardi mi ha fatto indignare parecchio (ecchec…… un po’ di rispetto ragazzi su!). Provo a immaginare se l’avessi inventato io il personaggio… per mille corbezzoli! Non avrei retto a tanto scempio. Mi sarei sentita davvero offesa.
Perché?
Per l’impressione ormai consolidata che gli attori italiani – anche se non tutti e, aggiungo, non solo gli attori ma una vasta cerchia di professionisti – non studiano come dovrebbero studiare. Lo so, quel che sto dicendo ha tutta l’aria di essere un j’accuse, una accesa, accesissima critica di quelle che scatenano polemiche a non finire sui social e nei talk show (mi sento tanto Selvaggia Lucarelli). Purtroppo è quello che mi arriva, che percepisco da chi ho davanti a me.
Tornando per un attimo a Diabolik, quando i Manetti Bros portarono sul grande schermo il ladro più famoso dei fumetti successe la stessa cosa. Pur disponendo di attori di livello quali Valerio Mastandrea, Miriam Leone, Mario Calabresi, Serena Rossi, Vanessa Scalera, Alessandro Roja, la recitazione lasciava molto a desiderare (molto a desiderare). Sarà forse proprio perché avendo una grande stima dei personaggi – in questo caso del fumetto che leggo da quando ho sette anni – assistere ad una interpretazione che era lontana un miglio da quella che è la loro identità, mi ha lasciata molto delusa e insoddisfatta. E arrabbiata (probabilmente le sorelle Giussani si erano rivoltate nella tomba, e a ragione).
Rammento addirittura un’intervista da Fabio Fazio a Che tempo che fa che pubblicizzava il primissimo episodio di Diabolik al cinema, dove al tavolo erano seduti la Leone, Mastandrea e Marinelli e dove (guarda caso!) alle domande di Fazio nessuno dei tre seppe rispondere. Non che il presentatore avesse chiesto loro chissà cosa di trascendentale, semplicemente di descrivere un po’ quello che era il personaggio di Diaboli, Eva Kant e Ginko. Scena muta, oltre che molto imbarazzo da parte degli interpreti salvati in corner dalla Leone che rabberciò una qualche risposta.
Logico dunque che, innanzi a quell’intervista, abbia pensato Ma come? Interpretate i personaggi principali del fumetto e non sapete manco chi sono?
I personaggi di de Giovanni non sono semplici da interpretare, a dispetto di chi crede il contrario. Me ne sono resa conto quando mi sono trovata a dover portare sul palco Marco Valerio Guerra. Come ho sottolineato nel precedente post, sprofondai nel panico.
Era inutile cimentarmi in un monologo che avesse del comico – faccio tanto la scema ma mi vien bene (oddio bene, benino) solo dietro” la macchina da presa” – non ero e non sono un’attrice di commedie, non ero lì per recitare, avevo solo seguito un corso di dizione per migliorare la pronuncia ed ero stata costretta, insieme agli altri allievi, a partecipare al saggio di chiusura. Dovevo portare un testo da leggere davanti alla platea, ma non seppi che pesci pigliare: scartato Stefano Benni e il monologo di Luciana Littizzetto, mi restavano la Fallaci e il fantomatico Marco Valerio Guerra.
Depennata anche la mitica Oriana Fallaci con il suo Lettera a un bambino mai nato (mi commuovevo già dalla prima riga, figuriamoci durante il prosieguo della lettura del testo) mi restava solo il despota. Ma quel vestito non mi stava bene. Mi andava largo, rischiavo di annegare e di rimanere inghiottita dalla foggia pesante dell’abito. L’alternativa era buttarsi da un dirupo o dal Colosseo (sempre meglio l’Anfiteatro Flavio all’orrido, comunque).
Scherzi a parte, interpretare un personaggio, qualunque esso sia, non è un lavoro facile.
In un’intervista al settimanale Famiglia Cristiana Lino Guanciale ha dichiarato più volte di aver studiato il personaggio e di aver letto i libri di de Giovanni facendo intendere di aver recepito tutta la sensibilità e la forte empatia di Luigi Alfredo Ricciardi, Barone di Malomonte e Commissario della Regia Questura di Napoli degli anni Trenta, proprio per via del suo dono /dannazione.
Sarà… si vede che chi scrive questa recensione ha letto romanzi completamente diversi da quelli che si è trovato a sfogliare l’attore abruzzese… (e per fortuna che quel che ha dichiarato non erano tutte corbellerie).
A tal proposito – aggiungo – anche la conformazione che Maria Vera Ratti dà del personaggio di Enrica in questa stagione lascia il tempo che trova. Non riesco a riconoscere Enrica, non è la donna che ho avuto il piacere di conoscere nei romanzi di de Giovanni (e Livia Lucani impersonata da Serena Iansiti poi che senso ha, a parte quello di immedesimarsi come un camaleonte ai soprammobili della sua bella casa?).
Sono dell’opinione che alcuni di essi meritino un certo rispetto per preservarne la dignità.
Quando mia madre ha visto la scena delle presentazioni in casa Colombo mi ha detto che non era riuscita a capire perché, ad un certo punto, il commissario si fosse messo a ridere.
E te credo! Mica si capisce perché ride questo?, avrei voluto risponderle. Una scena del genere a cui bisognava prestare la più piccola cura, il momento che doveva essere più intenso, più commovente e drammatico è stato rovinato.
Vogliamo anche parlare della scena in cui, nella puntata de I vivi e i morti, Ricciardi sente la cacofonia delle voci dei fantasmi morti nell’incendio al ristorante? Più che sofferente sembrava che stesse vomitando la cena della sera precedente mentre si accartocciava su sé stesso per evitare di sentire le lamentele dei morti ammazzati.
Vabbè, adesso basta con questo atteggiamento da Marco Valerio Guerra.
Ha già detto troppo e fatto già molti danni.
¹ Nei romanzi l’ordine è inverso, Per mano mia è il quinto romanzo della serie mentre Il Purgatorio dell’Angelo è l’undicesimo.
² Squarci di tali vicende li troviamo accennati ne Il pianto dell’alba e in Volver.
³ Signor Giudice.