Charlie Brown
"Solo gli imbecilli non hanno dubbi"
"Ne sei sicuro ?"
"Non ho alcun dubbio!"
(Luciano De Crescenzo)
Julia Roberts e Cameron Diaz in una scena del film Il matrimonio del mio migliore amico
Nel film di Paul John Hogan del 1997, Il matrimonio del mio migliore amico, con protagonisti Julia Roberts, Dermot Mulroney, Cameron Diaz e Rupert Everett, la scena che può definirsi più bella in assoluto è quella finale dove Julianne/Jules (Julia Roberts) e George (Rupert Everett) si divertono a ballare sulle note della canzone di Dionne Warwick (scritta dai compositori Burt Bacharach e Hal David), I Say A Little Prayer.
Al di là della storia che caratterizza la pellicola, che gli amanti del genere definiscono come commedia romantica e sentimentale, personalmente ritengo che ciò su cui si concentri maggiormente il film sia l’aspetto legato all’amicizia più che all’amore. Certo, nulla toglie che il romance è quello che sta alla base della commedia con al centro il triangolo amoroso Jules-Michael-Kimberly, ma lo strumento con cui si sceglie di raccontare la storia (che è appunto quello della commedia) contribuisce a rendere meno “mielosa” la favola d’amore a cui si sta assistendo.
Iniziamo col dire che la Roberts è una rompiscatole di primo pelo, e sarebbe davvero una di quelle “scassa cabasisi” che tutti noi siamo abituati a conoscere e ad avere a che fare se non fosse che, nei panni del personaggio di Jules, è una meraviglia di disastro.
Il fatto che non ne azzecchi una nel suo piano disperato di mandare a monte il matrimonio del suo ex, oggi suo migliore amico, con la fidanzata Kimberly, oltre a renderla una impareggiabile imbranata, ce la rende adorabile e persino solidali con lei (quante non si identificano con Julianne Potter, sentiamo un po’?); inoltre per quanto Kimmy/Kimberly possa essere una ragazza di una dolcezza infinita al confronto con Jules sta di parecchi punti in basso. Senza omettere che la Diaz e la Roberts sono davvero strepitose nell’interpretazione dei rispettivi personaggi. Ad abundantiam Rupert Everett, nel ruolo di George Downes nonché editore di Jules, è la “coccarda” di un pacchetto regalo di tutto rispetto.
(Tengo a mente questa parola: regalo, inteso non solo come dono, offerta, gesto di affetto, ma anche come regale, dal latino rēgālis: regale, reale, del re o degno di un re, divino).
Non è una coincidenza che la parola “regalo” mi sia venuta in mente pensando al personaggio di George il quale, prima di essere l’editore di Julianne, è anche –e soprattutto – l’Amico.
Per ben tre volte viene in suo soccorso nelle fasi in cui il “sabotaggio” del matrimonio prenderà delle pieghe drastiche (per Jules, ovviamente): la prima volta raggiungendola da New York a Chicago, luogo dove Michael e Kimmy convolano a nozze, fingendosi suo fidanzato su richiesta della stessa Jules per far ingelosire l’ex; la seconda volta al telefono durante un inseguimento degli sposi (lei ha appena confessato a lui di amarlo ancora, ma siccome lui ama l’altra e non intende perderla si lancia al suo inseguimento inseguito a sua volta dalla ex) e la terza ed ultima volta nella scena conclusiva del film dove Julianne, rimasta sola al tavolo del banchetto nunziale dopo che gli sposi hanno salutato gli invitati e sono partiti per il viaggio di nozze, riceve una telefonata in cui scopre che George l’ha nuovamente raggiunta da Chicago e l’ha osservata per tutto il tempo della cerimonia da un tavolo poco distante dal suo; appena s’accorge che l’amico è lì con lei, tutta la tristezza che sentiva addosso poco prima scompare, trasformandosi in note d’allegria che prende corpo in un ballo di coppia.
In questa scena vediamo sfoggiare i sorrisi più belli e più sgargianti di Julianne che si schiudono in risata e ritrovata fiducia nel futuro e in sé stessa (la sua è una vera e propria risata “liberatoria”).
Del resto bisogna comprenderla: dopo tutto quello che aveva messo in atto non è che si considerasse proprio un bell’esempio di “amica”, di “donna” e “persona su cui contare”, oltre a sentirsi molto inferiore alla sua rivale in fatto di bellezza, savoir faire, dolcezza e affidabilità. Mettiamoci poi che anche sul piano dell’onestà non è che si comporti proprio correttamente e in maniera trasparente con chi le dimostra fiducia (non solo Michael, ma famiglia di Kimberly compresa); non a caso, quando finisce di confessare a lui tutte le malefatte che ha compiuto per mandare all’aria il suo matrimonio, si definisce “il fungo che si nutre della feccia di fogna”.
“No peggio, sei il pus che infetta la mucillagine che deturpa il fungo che si nutre della feccia di fogna” risponde Michael che, riflettendo su tutto quanto sta avvenendo, aggiunge in seguito sorridendo “In fondo però ti ringrazio di amarmi così tanto”.
La scena in cui Jules confessa a Michael di amarlo, nonché quella finale con l’ingresso in pista di George, sono i frame più belli. Tutto il film contiene delle scene bellissime con dialoghi bellissimi da cui trarre spunti di riflessioni (come quella in cui George dichiara a Jules di quanto è incredibile la lucidità mentale di un pazzo geloso, oppure quando Michael dice a Jules ciò che gli ha riferito Kimmy, e cioè che se ami qualcuno devi gridarglielo e non tenertelo dentro).
È un film che rivedo molto volentieri ogni volta che viene riproposto in televisione perché, in fondo, si tratta di una storia d’amore non corrisposta (quella di Jules nei confronti di Michael), e quindi molto triste sotto questo punto di vista, allo stesso tempo questa “drammaticità” viene smorzata da una serie di azioni e comportamenti messi in atto da Julianne che, a loro volta, danno vita a situazioni comiche e grottesche. Una meraviglia di film, lasciatemelo dire, per una come me che non ama le storie d’amore strappalacrime.
Oltre ad apprezzare molto la Roberts in generale – in special modo in questo film – come dicevo prima, anche Rupert Everett ci fa la sua bella figura. È lui che dà colore alla pellicola. Non è solo colui che consiglia, la bocca della verità e della saggezza: è l’Amico, quello con la A maiuscola.
Rupert Everett e Julia Roberts in una scena del film
La parola amico torna spesso nella pellicola di Hogan. È presente nel titolo, il protagonista maschile è passato dall’essere amante ad essere amico, George è un amico, ma anche Kimberly considera Jules un’amica e vuole essere, a sua volta, sua amica.
L’Amicizia, insomma, più dell’Amore è il filo conduttore della vicenda. È l’àncora che salva le persone, il sentimento duraturo e persistente¹ che garantisce (e garantirà) sempre la presenza dell’altro, al contrario di un amante.
Vi inviterei pertanto a riflettere sull’essere Amico di una persona, a non sottovalutare troppo questo (fortissimo) sentimento, a dargli più importanza rispetto all’Amore e a non mettere sempre quest’ultimo al primo posto. Anche essere amico di qualcuno vuol dire volere il bene di chi ci sta vicino e prendersi cura di lui, preoccuparsi di come sta; un bene puro, sincero, spogliato della passione, del desiderio e della gelosia.
Mi sarebbe andato molto a genio avere un compagno come George/Rupert Everett, e non solo perché è un Amico, ma per la sua enorme sensibilità e vicinanza a Julianne (c’è ancor prima che lei gli confessi che ha bisogno del sostegno di qualcuno o di una carezza che calmi le sue paure e i suoi dubbi).
Penso che anche nella vita reale Everett sia proprio così (mi viene in mente il video del singolo American Pie girato con Madonna, di cui l’attore è grande amico e lo stesso vale per Lady Ciccone), e concludo esprimendo che uno dei miei desideri è sempre stato, e continua ad essere, quello di avere un Amico gay – e sottolineo e sottoscrivo gay – come lui.
¹ Per amicizia si intende il rapporto vero, stabile e di rispetto, non le mere conoscenze