Charlie Brown

"Solo gli imbecilli non hanno dubbi"
"Ne sei sicuro ?"
"Non ho alcun dubbio!"
(Luciano De Crescenzo)


Indagine (postfazione) su La Componente Umana



La decisione di scrivere un post che avesse come titolo La Componente Umana – poi suddiviso in quattro parti considerata la lunghezza del pezzo – è sbocciata al termine di due letture: Anima di Wajdi Mouawad e Così parlò Bellavista di Luciano De Crescenzo.

Se la lettura del primo testo era inedita, lo stesso non può dirsi del secondo, posto che l’incontro con il Professor Bellavista avvenne con la sottoscritta molti anni fa. L’esigenza – tenete bene a mente codesta parola – di tornare alle pagine della penna partenopea è sorta a conclusione della lettura di Anima.

Si tratta di una storia tutt’altro che banale, sciatta o noiosa. In realtà non saprei come definirla.


Sono venuta a conoscenza di questo autore, di origine libanese naturalizzato canadese (oggi vive e lavora a Montréal, ma in passato ha vissuto anche in Francia emigrando dal suo paese natio quando aveva dieci anni a causa dello scoppio della guerra in Libano), grazie ad un gruppo di lettura francofono all’interno del quale, una volta al mese, ci si riunisce e si discetta di opere letterarie appartenenti a scrittori/scrittrici che hanno avuto o che hanno un legame con la Francia. In uno di questi incontri, tra essi, fu sorteggiato Mouawad di cui sino ad ora ho letto solo Come gli uccelli, un’opera teatrale, e Anima.

Ambedue i libri hanno avuto il mio grandissimo apprezzamento. Due testi davvero spiazzanti, Anima in particolar modo.

Il romanzo si apre con il cadavere di una donna, trovata riversa a terra in una pozza di sangue dal marito di ritorno a casa dopo una giornata di lavoro. Obiettivo dell’uomo è scoprire chi è stato ad assassinarla; da qui parte una ossessiva caccia al killer che lo porterà a percorrere un lungo viaggio che toccherà le terre della Florida, della Georgia, del Kansas, dello Iowa, del Kentucky, sino ad arrivare alle gelide riserve indigene del Quebec dove verrà a galla un terribile segreto sulle sue origini. Tenete a mente anche quest’altra parola. Terribile.

L’originalità di questo romanzo è data dal punto di vista di chi racconta. Il narratore, infatti, non è uno solo. E non è nemmeno un uomo o una donna come siamo abituati a pensare nel nostro immaginario collettivo quando ci troviamo a leggere un libro. I narratori sono gli animali.

Il viaggio di Wahhch Debch (con insite vicissitudini annesse), questo il nome del marito della vittima, è raccontato attraverso gli occhi degli animali che incontra durante il suo percorso/indagine sull’omicidio. Così, se la prima scena della storia – quella del ritrovamento del cadavere – viene introdotta da un gatto, le successive “tappe” (alias capitoli) del romanzo verranno raccontate ora da un cane, ora da una vespa, poi da una mosca, poi da un coniglio, a seguire da un asino, una larva, un cavallo, un topo, un boa constrictor, un orsetto lavatore, un corvo, un gabbiano ecc.

Non voglio rovinarvi il piacere della lettura (che mi ha lasciato in bocca un sapore pessimo, orribile, crudo, ferroso come il sangue sparso in quantità smodate) che consiglio in maniera spassionata, un testo che tutti – soprattutto i regnanti di uno Stato – dovrebbero leggere anzi, ne consiglierei addirittura l’introduzione come testo obbligatorio nelle scuole nell’ora di educazione civica e di religione; quello che posso dirvi è che ciò che ho visto, ho ascoltato, ho vissuto, ho percepito in questo libro è un’atrocità inaudita che nessun animale o bestia al mondo, ad eccezione dell’uomo, è riuscita e riesce tuttora a compiere nei confronti del proprio simile. E l’amara verità che emerge è una sola, e cioè (per riprendere le parole contenute nella sinossi della seconda di copertina) “il cielo non ha visto niente di più bestiale dell’uomo”.

Persino gli animali, anche quelli più pericolosi, che ci consegnano la storia narrandola in prima persona sembrano sbalorditi da tanta ferocia umana.

Mettiamo subito in chiaro una cosa: in questo mondo non c’è niente di umano. La componente umana è del tutto destrutturata. Nemmeno. Non esiste nessuna componente. Non esiste nessun sentimento che abbia a che fare con l’amore, la tolleranza, la compassione, la pace, la comprensione. Niente. Solo ferocia e brutalità. E se esiste un sostantivo o un aggettivo per definire ciò che è “oltre” la ferocia e la crudeltà, è quello a cui mi riferisco quando parlo del Male a cui ho assistito in queste pagine.

Il Male messo in atto dall’uomo, non dall’animale o dalle bestie. Un Male che ha davvero dell’incredibile.

La traduzione di Antonella Conti ha fatto il resto, anzi è un valore aggiunto all’opera – che l’autore ha impiegato dieci anni a scrivere – restituendomi delle immagini e delle scene così vivide e forti che, in alcuni passaggi, mi impedivano il prosieguo della lettura.

Il romanzo si chiama Anima, ma nel testo l’unica cosa che possa ricondurre all’anima è solo ed esclusivamente la disperata ricerca di questa componente emotiva e spirituale di cui i personaggi sono del tutto sprovvisti.

Fatta questa dovuta e lunga premessa, approssimiamoci al motivo per cui ho deciso di pubblicare in quattro capitoli la storiella della Componente Umana. Voglio augurarmi che l’abbiate compreso da soli qual è la ragione, e se non l’avete capita ve la spiego.

Dopo essere riemersa dalle profondità di Anima dovevo ritrovare, giustappunto, la mia componente umana (che, confesso, s’era disgregata nella sua truculenta gita verso il Quebec). Ora, è a voi risaputo che per farlo – ma anche per consigli, scambio di opinioni, suggerimenti o altro – mi avvalgo del sostegno di Luciano De Crescenzo, che ha sempre una buona parola per tutto e funge da lenitivo per letture “forti” come quella che avevo appena terminato di leggere.

Non è un caso infatti che nel post abbiamo toccato vari argomenti (in verità è stato lui a toccare perché io non ho toccato niente, il “molestatore” è lui e se non l’ho mai denunciato all’ Autorità Giudiziaria è solo perché gli voglio bene e lui lo sa e se ne approfitta) che spaziano dall’amicizia, dal Potere, dal Bene, dal Male, dall’Amore, dalla violenza, dal piacere, dal peccato, dal cibo e così via. L’ho fatto un po’ perché sollecitata dalla rilettura delle sue opere (che mi stimolano sempre il Pensiero) e poi per un altro motivo fondamentale visti i tempi cupi che stiamo vivendo, in particolar modo il dramma che sta investendo la Palestina (non è ancora finita ragazzi, stiamo in allerta).

Ma se proprio vogliamo essere puntigliosi, pidocchiosi, scassac*****ni eccetera, mettiamoci pure un altro motivo, chiaramente desumibile dal contenuto del post: quello di sforzarci (sino a farci venire le emorroidi) di essere tutti più gentili col nostro vicino. È uno sforzo che dobbiamo fare tutti, non chi sì e chi no, altrimenti non si vince. E badate bene che la posta in palio non è un premio in denaro o un salto di carriera (ma lo avete letto bene il post?) o chissà quale altra corbelleria. In palio c’è l’Amore. E un posto migliore dove vivere.

Se non impariamo a volerci bene tutti, sarà una sempiterna impresa vivere bene.

Se la guerra la facciamo prima ancora al nostro collega, al nostro parente, ad un nostro conoscente, al nostro amico, al vicino di pianerottolo, all’amministratore di condominio non ci meravigliamo poi delle guerre che scoppiano in Medio Oriente o in Ucraina o in qualsiasi altra parte del globo terrestre.

Se non ci comportiamo bene tra noi, e con il dovuto rispetto, non passiamo dopo il tempo a lamentarci di quanto è puzzoso Tizio che pareva tanto una persona perbene e poi ci ha voltato le spalle.

Non aspettiamo che siano sempre gli altri a dire “Buongiorno”, “Grazie”, “Mi scusi”, “Permesso”, “Come va? Lo vuoi un caffè?”, “Stai bene?” e così via. Siate voi i primi a salutare, a chiedere scusa, a chiedere permesso, ad aprire una porta, ad aiutare una signora anziana col carrello della spesa, ad alzare il telefono a vedere come sta la persona che non sentite da tanto tempo.

Si arriva alle Grandi Cose con le Piccole Cose, ma se vi rifiutate di fare le Piccole Cose perché poi vi stupite tanto che sia ancora possibile la guerra e il genocidio nel 2025?

So già cosa avranno pensato molti di voi quando hanno scorso il video che correda questo post: ma perché partiamo bene per poi finire sempre a tarallucci e vino? Che c’entra mo’ Gigi Proietti, il Gigante dello spettacolo, della televisione, del cinema e del teatro italiano, con il suo Num me rompe er ca’ se stamo a parla’ de ‘na cosa seria?

Che volete che vi risponda? I Grandi Maestri c’entrano sempre, soprattutto quando si tratta di dare delle risposte alle grandi domande della vita. Ma secondo voi, pensate che chi scrive non c’ha voglia di mandare affancina qualcuno (veramente più di uno) durante l’arco della giornata perché l’ha fatta arrabbiare tanto da farla fumare più dei comignoli di tutti i condomini de Roma Capitale? Credete che non mi va di insultarlo? Di offenderlo più di quanto non mi abbia offeso lui? Pensate che se dico “buongiorno” o “buonasera” a quello che ha appena attraversato il corridoio delle scale che manco mi ha visto e quando mi ha visto ha pure voltato la testa facendo finta di niente, è perché nun c’ho un ciufolo da fare? Oppure se mi metto a raccogliere la roba di qualcuno per strada perché se l’è persa e ci tengo a riconsegnargliela, sono una povera ingenua e scema? Ancora, se qualcuno distrattamente mi urta nel supermercato, e mi chiede scusa, io mi metto a fare a botte o a rispondergli in malo modo solo perché mi ha sfiorato e io sono infastidita dal suo tocco perché ho passato una giornata schifosa? Se un tizio al volante non ha rispettato il segnale di precedenza mi metto a strombazzargli solo per il gusto di far sapere a tutti che è in torto mentre io ho ragione? Se mi scappa la pipì e passa avanti nella fila per il bagno un signore un po’ in là con l’età gli faccio notare che c’ero prima io mettendomi a fare una sceneggiata davanti a tutti?

I casi sono tanti… Questi sono i più banali, di routine quasi, i primi che mi vengono in mente ma per dirvi che la gente non è disposta a tollerare più nulla. Né la compagnia, né le chiacchiere al bar o in pizzeria (stanno tutti coi musi affondati nello schermo dei cellulari), né il confronto, né l’incontro, e manco le telefonate (eh già, che genialata questa invenzione di whatsapp che puoi mandare messaggi senza la rottura di c******i delle chiamate!).

Parlate tanto di solidarietà, agognate tanto alla democraticità, alla libertà di espressione e di pensiero (quali espressioni? Quelle denigratorie per far vedere che ho sempre ragione io? Quale pensiero, se non vi sforzate più a pensare nonostante vi hanno dotato di cervello?), ma per cosa? Per pensare solo a stare bene voi stessi? Ma non avete ancora capito che per stare bene con se stessi bisogna esser ben disposti anche con gli altri? È un principio fisico, ma anche basilare e dei più banali (se lo capisco io che non ho mai capito una mazza di fisica al liceo, figuriamoci se non lo comprendete voi!): “Ad ogni azione corrisponde una reazione”.

Ergo, se mi comporto bene con una persona avrò in cambio lo stesso corrispettivo; di converso, se mi comporto male riceverò in cambio la stessa moneta. Quale sarà il risultato? Io ho fatto del male a te, tu hai fatto del male a me, ce ne siamo detti di tutti i colori, ci siamo allontanati, oggi non siamo più amici perché neanche ci salutiamo più, e siamo rimasti tutti e due soli. Cosa ne abbiamo ricavato, se non un fegato corroso dalla bile e frustrazioni? Ci siamo per caso arricchiti? Abbiamo guadagnato qualcosa, oppure abbiamo perso entrambi qualcosa?

Il vero problema è la cattiva abitudine di guardare sempre i difetti degli altri, di stare sempre lì a recriminare, consapevoli che quei difetti sono anche i nostri difetti. Il pensiero è sempre questo: “Lui/lei ha questo vizio e non vuole cambiare, mentre io invece non sono così”. Ma perché tu (tu, lettore) come sei? Non credo che tu sia perfetto, magari non avrai il vizio del tuo compagno ma ne avrai sicuramente tanti altri che anche per lui sono difficili da tollerare. E poi perché deve cambiare per te, tu cosa fai per cambiare o cosa sei disposto a fare per migliorare la vostra relazione?¹

Riassumendo: vogliamo tutti un mondo migliore, la pace del mondo, la pace dei sensi… però, sai che c’è? Io continuo a pensare al mio bene, alla mia famiglia, ai miei figli, ai miei nipoti, al mio status sociale e degli altri chissenefrega, so' ca*** loro. E poi ci stupiamo della guerra che imperversa sul pianeta Terra?



Non sto dicendo che sia una cosa semplice, oggi più di ieri è difficile mostrarsi generosi con il prossimo (lo dice una che ha preso tante bastonate dalla vita e continua a prenderne ogni giorno e dalle persone che meno si aspetta, ma così è la vita). L’unico desiderio che ti assale è quello di lasciar perdere tutto, di non curarsi di niente e di nessuno, uscire con la borsa e le tasche piene di coltelli, pistole, pugnali e lanciaghi al veleno invece del portafoglio, il cellulare, i documenti, le sigarette, l’accendino e i fazzoletti di carta per quanta rabbia hai in corpo e voglia di sputare in faccia chiunque ti capiti a tiro; poi però penso che non è solo un mio stato d’animo, perché quello che provo e che sento è quello che prova e che sente anche quello che sta di fronte a me. Chissà che giornata di cacca avrà passato, chissà quali sono i suoi problemi, i suoi pensieri, i suoi sogni, le sue aspettative, magari nel mio piccolo mondo posso ritenermi più fortunato di lui perché chissà che sciagura sta fronteggiando in questo periodo.

Ripeto: non è semplice. È un compito molto, molto, molto arduo pensare con la testa dell’altro e agire di conseguenza, modificando la traiettoria delle azioni e delle parole. È un po’ come essere vigili alla guida, leggere i cartelli, i semafori, le indicazioni stradali ed evitare lo scontro.

È come andare in palestra. “Ehhh ma non c’ho voglia di fatica’ oggi!”. Eh, e invece devi faticare.

È come mettersi a dieta. “Per la barba di Merlino, io c’ho fame! Ma voglio pure avere il fisico di Dua Lipa”. Ma se non ci metti la buona volontà, avoglia a diventà Dua Lipa.

Oppure un dente che duole. “Ohi, me la sto a fa’ sotto al solo pensiero che devo andare dal dentista”. Ma se non ti costringi ad andare il dente ti dolerà sempre ed avrai pure aggravato il problema.

So’ “rogne”. So’ tante “rogne” ma non tutte le rogne vengono per nuocere. Non andate in chiesa per far vedere che siete persone caritatevoli quando siete i primi a sparlare e a restare indifferenti al dolore del prossimo, o ad avere dei pregiudizi nei confronti di chi è diverso da voi. Non vi lavate la coscienza chiedendo perdono a Dio (che poi bisogna pure vede’ se esiste questo fantomatico Dio oppure no) e poi fuori dalla casa del Padre ricominciate a fare peggio di prima. Non è necessario essere cristiani, musulmani, buddisti, taoisti, per essere delle brave persone e comportarsi correttamente con il proprio vicino (lo dice una miscredente convinta che non ricorda più quando è stata l’ultima volta che ha ascoltato messa o ha ricevuto “il corpo di Dio”). Ci vuole ben altro, qualcosa di più grande, qualcosa di più importante.

Quella per salvare l’umanità è tosta, perché richiede un impegno universale ma, soprattutto, corale (dal latino cor=cuore). Metteteci il cuore, dunque, quando fate delle cose e quando dite delle cose.

Per allenarlo leggete, non per forza De Crescenzo, anche altri autori. Viola Ardone, Elena Ferrante, Ilaria Tuti, Chimamanda Ngozi Adichie, Antonella Lattanzi, Dacia Maraini, Maurizio De Giovanni, Stefano Benni, Cormac McCarthy, Raymond Carver, Lorenzo Marone, Pierluigi Cappello, Paulo Coelho, Isabel Allende…

E se proprio non vi va di leggere, recatevi almeno a teatro. Sarà come sfogliare un libro, solo che al posto di leggerlo voi saranno gli attori a leggerlo per voi. Però leggetelo, fatevi compenetrare dalle parole, dal testo, dalla mimica di chi sta sul palco e che si sta offrendo a voi, dal con-testo. Non prendete la scusa di andare a teatro per chiacchierare con chi vi sta al fianco (commenterete e vi confronterete a fine spettacolo) o per sfoggiare l’ultimo visone di Louis Vuitton (ripeto: avete letto il post?).

Per tornare al Gigante Proietti, voglio aggiungere un’ultima cosa. Fermo restando che la nota canzonicina è ormai la colonna sonora (e portante) della vita di ognuno di noi – e se vede, fatemelo di’ – ce l’ho messa sì come “anteprima” di questo post, ma per ribadire che nun me rompe er ca’ lo dico addirittura al pavimento appena sveglia la mattina quando metto i piedi giù dal letto, ma che dico al pavimento! Alle lenzuola prima ancora di dirottarlo al pavimento e poi come “gentile” vaffa alle persone; alla fine invece va a finire sempre che ci ripenso per le ragioni che ho esposto sopra. E perché essere cattivi con la gente non conviene né a me né a voi, come non conviene a nessuno.

Per tutti questi motivi, datevi da fare.

Fatevele venire queste emorroidi a furia di uno sforzo oggi e uno sforzo domani. Sforzatevi (e spingete) tutti insieme.

E nun rompete er ca’.




¹ Intesa come relazione di coppia ma anche come relazione professionale, di amicizia o conoscenza

Autrice : Carla Iannacone | Categoria : Riflessioni