Charlie Brown

"Solo gli imbecilli non hanno dubbi"
"Ne sei sicuro ?"
"Non ho alcun dubbio!"
(Luciano De Crescenzo)


Io sono Carlo e (non) i miei personaggi - Conclusiva


Una scena tratta da Viaggi di nozze (film di e con Carlo Verdone del 1995)


E se la verità si celasse dietro la finzione? Non è quello che avviene anche nei romanzi? Alla base c’è una storia che può essere vera perché ambientata in un determinato periodo storico (con all’interno personaggi che a loro volta possono essere persone realmente esistite o altrimenti o ambedue le cose), oppure finta perché è tutto frutto dell’immaginazione dello scrittore o scrittrice (luoghi, persone, ambientazione, dialoghi). Tuttavia quella storia a ben guardare, immaginata o non immaginata, non sarà mai del tutto finta.

Prendiamo ad esempio Carlo Verdone. Lui e i suoi personaggi sono una persona diversa dall’altra. C’è il burino, l’ingenuo, l’anancastico, il prete, lo spaccone, il timido, il manager, l’inetto e così via. Ognuno ha una sua identità, che è diversa da Carlo seppur presa a prestito da Carlo perché attinta dalla vita reale. E poi c’è Carlo, che ha una sua identità. Nei suoi personaggi Carlo dismette i suoi abiti per indossare quelli dei suoi personaggi. Quindi Carlo non è più Carlo per farsi portatore di altre verità che non sono di Carlo ma di altri soggetti. Il concetto appena espresso vale per l’assunto descritto poc’anzi: autore e personaggi (o personaggio) devono essere identità diverse tra loro, altrimenti il prodotto è malriuscito.

I film di Verdone funzionano per questo.

E se invece l’artista fosse così abile a nascondere sé stesso dietro i suoi personaggi senza scoperchiare l’artifizio? Concetto pirandelliano quest’ultimo che mi rimanda ad un’altra massima che ho estrapolato dal romanzo di Carrisi. È umanamente impossibile piacere a tutti, e io non ho mai avuto problemi a riconoscere di essere alquanto complicata. Gli scrittori dovrebbero invece sembrare sovrumani, irraggiungibili, quasi eterei. Altrimenti il rischio è che certe loro mediocrità guastino la sacralità delle storie che raccontano e macchino irrimediabilmente la reputazione dei personaggi usciti dalla loro penna”.

Potrei concludere qui quest’articolo, con questa (in)discutibile verità che si riallaccia alle premesse del post ma ho ancora due cosucce da dire.

La prima: è “umanamente impossibile” – per prendere in prestito l’espressione adoperata da Carrisi nell’estensione del suo pensiero – allontanarsi da sé stessi, essere tanto bravi da non dissezionare frammenti del proprio “io” e inserirli in una storia, in un disegno, in una sceneggiatura, in un personaggio, in un qualsivoglia contesto. Anche il più esperto degli autori, quello con anni ed anni di carriera e di esperienza finirà sempre col mettere un pezzettino di sé nelle sue opere o un qualche dettaglio rubato sul piano empirico (un viaggio, un incidente, un’avventura, un luogo, una chiesa, una credenza, un fiore, un colore, un profumo, ecc). Sarebbe bene che il “furto” si limitasse solo a qualche dettaglio e a non contaminare la storia con altri aspetti che nulla devono avere a che vedere col creatore di storie, pena lo scivolone citato dal criminologo e Maestro del noir italiano.

Detto in altra veste, l’autore non deve scrivere per compiacere i lettori.

L’autore è un tramite. Lui (o lei se a scrivere è un’autrice) racconta la storia di determinate persone (protagonista o protagonisti) ad altre persone che compongono un gruppo più o meno folto di persone (pubblico), mette al corrente il lettore di qualcosa che ha visto o sentito: spetta a quest’ultimo credere o no a quella storia, a lasciarsi trascinare, ammaliare, turbare. In virtù di quel racconto colui o colei che narra può farne parte (romanzo autobiografico) o non farne parte. In quest’ultimo caso il narratore non avrà nulla a che vedere con i protagonisti del racconto, è alieno (dal latino alienus, altro) da loro.

Facciamo un esempio. Dacia Maraini smette dall’oggi al domani di narrare di donne e si dedica totalmente all’horror. La “scelta” della Maraini non è dettata da nessuna ragione, segue solo un istinto. Se l’autrice improvvisamente si è votata al genere nero non significa che la sua identità è cambiata o era, per natura, una brutta persona: Dacia Marini resta la Dacia Maraini che tutti conosciamo perché i personaggi di Dacia Maraini non sono Dacia Maraini, non pensano come l’autrice e non agiscono come l’autrice.

L’acquisto di un libro dell’autore Tal dei Tali significa che quel che mi appresto a leggere è un romanzo narrato da e non il romanzo di.

Pertanto se acquisto libri narrati da quell’autrice o autore vuol dire che gradisco la parola, la prosa, lo stile che utilizza e – non ultimo – l’abilità, il talento di cui è dotata/o per narrare certe storie che possono spaziare dai gialli, ai romance, ai romanzi storici, dall’avventura ai fantasy ecc.

La seconda: non sono del tutto d’accordo quando lo scrittore fa riferimento alla distinzione netta che deve esserci tra un autore (nel suo caso uno scrittore, ma deve intendersi in senso lato perché autore non è solo uno scrittore) e il pubblico tanto da considerare il primo un “essere sacro”.

Fate attenzione alla lettura della frase.

Carrisi non intende offendere nessuno, non è stato colto da alcun vezzo di vanità o è preda del narcisismo di chi si sente arrivato, al contrario: ha scritto ciò che ha scritto perché è conscio dei limiti di un essere umano², incluso sé stesso. Limiti che possono inficiare le storie e, di conseguenza, sporcare i personaggi. Al più, la massima va letta come un monito, un impegno che deve assumersi il professionista nel confezionare la perfetta riuscita dell’opera.

Un risultato che è possibile raggiungere solo affrancandosi dal proprio ego.

Una volta che si è riusciti ad attuare questa scissione (riproduzione di un sé altro da sé e non una proiezione) non scorgo alcuna ragione per cui un autore, sia esso scrittore, pittore, scultore, litografo, attore o altro, debba tenersi alla larga dal contatto (umano) col pubblico.

Semmai i followers, gli ammiratori, i seguaci, gli adepti devono prendere coscienza che il loro beniamino non è il Caio o il Sempronio frutto della sua immaginazione/creatività, ma sono due persone del tutto diverse che raramente combaciano in carattere e modo di pensare.

Perciò se Furio, Mimmo, Armando, Sergio, Rolando, Gregorio, Gilberto mi stanno simpatici, Carlo Verdone può starmi altrettanto simpatico ma anche assolutamente antipatico.

E non è detto che perché amo alla follia la compagnia bella che lo precede o che in essi mi riconosco debba andare per forza d’accordo con il loro demiurgo, perché anche quest’ultimo è fatto di pelle, muscoli, organi ed ossa. Non è affatto immortale, non è etereo. Non è immune dalle impurità dell’essere umano, non è perfetto.

È un’aggregazione di errori.

Se sbagli, quindi, perché osannarti?


Scena finale tratta da Bianco, Rosso e Verdone (1981)



21.01.2026



² Limiti riconosciuti da una esigua percentuale di individui




Autrice : Carla Iannacone | Categoria : Riflessioni