Charlie Brown

"Solo gli imbecilli non hanno dubbi"
"Ne sei sicuro ?"
"Non ho alcun dubbio!"
(Luciano De Crescenzo)


La Furia di Alex Michaelides, nessuno è quel che sembra


Potrà sembrare una recensione, ma non lo è. Forse una riflessione, una critica, una serie di parole buttate giù a caso. Un deliro? Boh. Iniziamo e vediamo dove andiamo a finire.
Parto mettendo le mani avanti: il romanzo non l’ho ancora concluso. Conta poco se vi dico che, trattandosi di un thriller, che l’abbia finito o no – come si dice – a voi “non ve ne cale” perché, quantunque lo avessi terminato, non potrei comunque spoilerare.
Michaelides è un autore che ho scoperto l’anno scorso con La paziente silenziosa, un testo che mi ha colpito e mi ha piacevolmente sorpresa. È uno scrittore che ama giocare con la psicologia dei personaggi, le sue storie ricalcano le tragedie greche, in particolare quelle di Euripide (citato anche ne La paziente silenziosa). Penso che le sue origini influiscano molto sulle sue opere così come i suoi studi (è nato a Cipro ed ha studiato letteratura inglese all’Università di Cambridge e cinema all’American Film Institute di Los Angeles).

La Furia, infatti, non è un romanzo. È una sceneggiatura. Un copione.
Sarebbe banale dire che ogni personaggio della storia nasconde un bagaglio di segreti (è un thriller, volete che il giallo, il mistero, non stiano al centro della trama?) perché questa volta non sono i segreti a fare da basamento al romanzo, ma le maschere.
Sì, avete letto bene: le maschere.
È o non è un copione? Allora… che lo spettacolo abbia inizio. Su il sipario!
E invece non vi racconterò proprio un bel niente perché non c’è proprio un bel niente da raccontare. Quel che troverete nel libro lo vivete tutti i giorni. E i personaggi sono sempre gli stessi: il vicino di casa, l’amico della palestra, la moglie, l’amante, il collega di lavoro, una vecchia conoscenza dell’infanzia, il cugino, la zia con la quale ti scambi meme e battute, il prete, la persona con cui ti confidi, il personaggio pubblico che tanto ti piace e che segui sempre in televisione, a teatro, alle manifestazioni e, se ne avessi la possibilità, pure al mare mentre si sta a fa’ il bagno col salvagente a forma di paperella (o magari è alle Seychelles a bere mojito. Intermezzo: “Sto bene al mare, al mare/Oh, al mare, sto bene al mare/Sto bene al mare (Oh-oh), al mare/Oh, al mare, sto bene al mare” ¹).
No questa volta non dirò proprio nulla perché sai, lettore o lettrice (pazzo o pazza che sei capitato in questo blog), desidero che tu per un attimo ti fermi ad osservare, ad ascoltare e a pensare. E a fare le tue deduzioni. Cominciamo prima di tutto con una serie di massime. ²


“Sappi che cercherò di dirottare il meno possibile il corso del racconto. Ma spero mi perdonerai una digressione ogni tanto. E prima che tu mi accusi di narrare i fatti in modo contorto, voglio ricordarti che si tratta di una storia vera, e nella vita reale è così che raccontiamo le cose, mi sbaglio? Siamo dappertutto: saltiamo avanti e indietro sulla linea del tempo; ci soffermiamo a lungo su certi momenti e sorvoliamo su altri; confezioniamo la storia man mano che prende forma, minimizzando i difetti e dando risalto ai punti forti. Siamo tutti narratori inaffidabili delle nostre storie”.


“Nessuno vuole la realtà: vogliamo tutti la favola”.


“Nessuno può indicare con precisione il momento in cui l’amore diventa odio. Tutto finisce. Soprattutto la felicità. Soprattutto l’amore.”


“La vera tragedia, quando si guarda sempre fuori e ci si concentra costantemente sull’esperienza altrui, è che si perde il contatto con la propria. Procediamo nella vita impersonando noi stessi, siamo gli impostori che fingono di essere noi. Ma non pensiamo mai: ecco, sono io. Oppure: io sono questa persona”.


“La verità, come si dice, spesso è più strana della finzione”.


“A noi le questioni morali piacciono semplici, no? Buono o cattivo, innocente o colpevole. Funziona alla grande nei romanzi, ma la vita vera non è mai così lineare. Gli esseri umani sono creature complesse, con luci e ombre che s’intrecciano in mille sfumature in ognuno di noi”.


“Il nostro vero sé emerge solo quando non dobbiamo dimostrare niente, quando non abbiamo un pubblico e non cerchiamo un applauso. Non dobbiamo essere all’altezza delle aspettative di qualcuno. Giocare, sai, non serve a niente, non ha uno scopo pratico e non ci si aspetta un premio in cambio. Il premio è il gioco stesso”.


Giugno. È tempo di esami di maturità (come se poi per acquisire la maturità serve un esame, ma vabbè… soprassediamo altrimenti il discorso si fa lungo). Dicevo, giugno. E luglio.
Ricordo che le materie che scelsi per la mia “prova di maturità” furono italiano e inglese (ai miei tempi il voto era espresso ancora in sessantesimi). Autori: Luigi Pirandello e James Joyce. Pirandello per la sua visione di vita e delle persone (che indossano costantemente delle maschere), James Joyce perché lo ritenevo contorto e complesso, e per questo affascinante. Un autore, al pari di Thomas Hardy, che non si smette mai di studiare (e di leggere).
In proposito mi viene in mente una frase tratta da Il fu Mattia Pascal che dice così “Recitiamo tutti. Tutti recitiamo, tanto che nessuno sa più chi è”.
Mi sono già pronunciata in passato sulle persone che si fingono altro da quello che sono per le ragioni che possono essere più svariate: convenienza, opportunismo, simpatia, solitudine, carriera, notorietà ecc. Non staremo qui a sindacare o a giudicare il loro comportamento, se non altro perché è una cosa che facciamo tutti, nessuno escluso.
Quello che non tollero è l’ipocrisia, il fatto che tu venga a fare il simpatico o il piacione con me per conquistarti la mia ammirazione (che, nei social, si traveste in like). Passare per quello che non sei, perché il mio like ti fa comodo e ti permette di guadagnare molti dollaroni, oltre che followers (che sono, appunto, dollaroni).
È pur vero che la colpa non è tua, perché “nel gioco della finzione” tu sei il venditore e io l’acquirente. E il venditore, per vendere la sua merce, deve saperci fare nel commercio (è quello il suo mestiere, se non vende non guadagna).
Facciamo finta di entrare in un negozio di abbigliamento. Io (acquirente) do un’occhiata in giro per capire cos’è che possa interessarmi e allinearsi ai miei gusti. Chi sta dall’altra parte del bancone (venditore) farà di tutto perché io possa acquistare il capo più costoso anche se la qualità non vale il prezzo del tessuto. E quindi comincia con l’elencare una serie di pregi (un particolare ricamo, la linea del modello, lo scollo, la cucitura, una rifinitura, la fattura dei bottoni, roba così) stando molto attento a nascondere i difetti, e tu ti convinci che quel che ti mostra possa andar bene perché era proprio ciò che cercavi. Lo compri, paghi ed esci tutto contento.
Lo sfoggi per un po’ di tempo e in quel lasso di tempo pensi di aver fatto un buon affare, salvo poi accorgerti che l’abito è scucito in più punti, il tessuto ha ceduto, non esistono bottoni di ricambio né ti sono stati dati in dotazione con l’acquisto, e la fodera s’è tutta macchiata al primo lavaggio. “Che cavolini di Bruxelles ho comprato?” ti dici, deluso dalla spesa “Vado sempre in quel negozio, il commesso è una persona fidata, onesta, uno che col suo lavoro ci sa fare, ha occhio… possibile mai che mi ha rifilato ‘sta schifezza?”
La risposta è sì. Sì perché non sta facendo il tuo interesse, ma il suo. E pur di vendere, deve ingannarti. È triste, oltre che antipatico, perché ti senti preso in giro ma gliene vuoi fare una colpa?
Non è lui che deve avere occhio (lui ha occhio per spennare i polli), se te che devi avere capacità di critica e osservazione quando misuri l’abito, e quindi ritenere se fa al caso tuo oppure no.
Non mi inserisco mai in “discussioni” social dove si fa a gara a chi insulta di più, e non mi piace neanche criticare perché sono consapevole che anche io, essendo un essere umano e pertanto imperfetto, posso essere a mia volta criticata per una mia manchevolezza o per altro; quel che voglio dire – e ci tengo a dirlo – è che non sopporto la falsità e, siccome sono proprio allergica al vizio, provo fastidio quando vengono inscenati certi siparietti.
Purtroppo non si può farne a meno e, per quanto la cosa mi dispiaccia, mi sto allenando a tenere la giusta distanza (emotiva) dalle cose e dalle persone, cogliendo il buono (quando è possibile) senza stare troppo a soffermarmi sugli aspetti negativi. Se poi proprio non riesco, a malincuore, cambio la destinazione. Quanto detto vale tanto per le persone che mi stanno intorno tutti i giorni e tanto per il cantante, il presentatore, l’attore o la ballerina di turno.
Il mondo dei comuni mortali non è che si discosti molto dal mondo delle celebrity, tutti fingono per ottenere la tua benevolenza; il secondo sembra che lo faccia in maniera più accentuata perché il vip ci campa con la tua ammirazione.
Provate un po’ a pensare se si mettessero tutti a dire le cose che dice il generale Vannacci… chi li seguirebbe più? Ma, soprattutto, che figura farebbero col pubblico a mostrarsi per razzisti, omofobi, discriminatori, hitleriani, leghisti…? (Mo’ quelli della Lega mi menano, n.d.a.).
Dire la verità, quello che pensiamo davvero, costituisce un pericolo. Siamo sotto l’attacco del giudizio e della considerazione degli altri.
Sono convinta che di quello che si dice solo il 30 per cento corrisponda a verità e trova corrispondenza con ciò che è custodito nel cervello di ognuno (e ho voluto essere ottimista con le percentuali!).
Qualche mese fa sul quotidiano La Repubblica Marco Mengoni dichiarava la sua insoddisfazione di vivere in un Paese dove la maternità surrogata è un reato e altre lamentele che si legavano ai limiti posti per il riconoscimento dei diritti umani.
Francamente non so come prendere le sue parole. Non metto in dubbio che crede in quello che dice ma, se poi metto sulla bilancia le sue parole con le sue azioni (e quindi l’atto pratico delle cose, il darsi da fare), beh… qui qualche dubbio me lo faccio venire.
Quindi, vanno bene i concerti, le battaglie, inneggiare a spunti di riflessione… ma poi? Finisce tutto così? ³



¹ Sto bene al mare, testo di di Marco Mengoni con Rkomi e Sayf.
² Dal libro La Furia di Alex Michaelides (Einaudi editore, 2025).
³ A Marcoli’, io te vojo bene, sei pure bravo (ma bravo davero) ma nun è che me stai a piglia’ per il fondello pe’ fatte bello?

Autrice : Carla Iannacone | Categoria : Riflessioni