Charlie Brown
"Solo gli imbecilli non hanno dubbi"
"Ne sei sicuro ?"
"Non ho alcun dubbio!"
(Luciano De Crescenzo)
Avevo alcune remore in merito a La Sonnambula di Bianca Pitzorno, pur se alla sua uscita balzò subito in vetta alle classifiche dei libri più letti.
È erroneo ritenere che un romanzo sia di buona o di scarsa qualità basandosi su un indice di gradimento del pubblico. Ci sono tanti romanzi con poca sostanza (eppure li ritroviamo sul podio delle classifiche) e romanzi ricchi di contenuto che si posizionano tra i fanalini di coda.
Il genere più in voga è il romance, appena una spanna più dietro ci sono i gialli e i thriller.
Avevo delle remore perché La Sonnambula mi sapeva tanto di romance e poco di sostanza. Quando mi sono accorta che le copie che avevano a disposizione le librerie erano poche (e mi riferisco a quelle librerie che le avevano perché in altre erano esaurite e bisognava ordinare il libro) mi sono un tantino ricreduta, così mi sono convinta ad acquistarlo.
Non mi fido molto delle classifiche dei libri. Non mi fido delle classifiche in generale, le uniche che prendo per buone sono solo le classifiche sportive.
L’intuito non mi aveva ingannata, La Sonnambula è un romance a metà strada tra la favola e il feuilleton.
Forse è proprio questa sua veste ad aver attirato la curiosità dei lettori amanti del genere, un romanzo alla cui base c’è, sì, una storia d’amore ma farcita di altri elementi quali il mistero, la superstizione, il profetico, il picaresco, il gotico.
Breve sunto della storia: Ofelia Rossi ha un dono che si manifesta sin da piccola quando un giorno, mentre è nel cortile di casa assieme alla mamma e alla zia alle prese con le lenzuola fresche di bucato da stendere al sole, viene colta da un capogiro. Dopo essersi ripresa dallo svenimento ed esortata dalle domande delle due donne di casa per sapere cosa le fosse successo, la piccola risponde pronunciando un nome, Betto. Lì per lì la mamma e la zia pensano che la bimba abbia voluto dir loro che sente dolore al petto, salvo poi capire che Ofelia si riferiva allo zio Roberto detto Betto, marito della zia, che qualche anno più tardi la pianterà in asso per fuggire con un’altra donna lasciandola sola e senza un soldo. Ad eccezione di quell’unico caso gli svenimenti di Ofelia non si verificano più per un bel po’ di tempo e quando ciò avviene di nuovo, e il “presagio” vede coinvolto il figlio del Prefetto di Vibrona (paese di origine di Ofelia il cui vero nome è Immacolata), i genitori della fanciulla pensano di tenere nascosto quel dono dandola in sposa all’unico uomo che si è fatto avanti a chiedere la sua mano, il conte Folco Acciardi. In realtà costui è un uomo abietto e crudele che ha voluto unirsi in matrimonio ad Ofelia solo per approfittarsi delle sue “doti di veggente” ed estorcerle future profezie riguardo alle corse dei cavalli di cui Acciardi è grande appassionato, nonché forte scommettitore. In realtà, titolo a parte, di nobile il conte ha ben poco. Ricoperto di debiti sino al collo e di maniche corte, lo stesso costringe la moglie a vivere nella sua dimora senza riscaldamento e nella miseria, cibandosi di pasti frugali e con sole due cameriere che provvedono a tenere pulite le stanze del castello, le stalle, a fare la spesa e a cucinare. Sarà proprio una delle due, Isolina, che salverà Ofelia dal piano criminoso del marito riferendole dell’intenzione di quest’ultimo di volerla uccidere per maritarsi con una ricca signora della società per riprendersi dai debiti accumulati con le scommesse. A questo punto della storia Immacolata fugge da Vibrona per approdare a Donora dove, sotto il falso nome di Ofelia Rossi, comincia ad esercitare la professione di “sonnambula” per cinque lire all’ora, e ad offrire consulenza alle signore dell’alta borghesia su qualsiasi argomento loro desiderano conoscere.
Avanzando nella lettura del romanzo tuttavia si scopre subito che quello di Ofelia non è un dono vero e proprio ma, complici gli svenimenti di cui è vittima, un espediente che usa per tirare a campare in un’epoca in cui alle donne era concesso ben poco spazio (siamo a fine Ottocento), e dove addirittura una femmina colta e istruita era malvista agli occhi della società. Ofelia, alias Immacolata Gigli, però non è stupida; ha imparato a leggere e a scrivere sin da quando era una bambina, prima di qualsiasi appuntamento si informa sulla cliente di turno raccogliendo notizie e informazioni in modo da non trovarsi impreparata quando le porrà le sue domande per conoscere il futuro e, nel suo piccolo, nonostante è consapevole che la sua posizione sociale non potrà mai eguagliare quella della borghesia di Donora, riesce anche a partecipare a qualche evento dilettevole come un ballo in maschera (grazie anche all’aiuto dell’Ingegnere Corrado Laudati) o a dare una mano per una associazione di beneficenza. La sua “professione” inoltre le consente di conoscere gente di un certo rango e, seppur non parteciperà mai a pranzi, feste e ricevimenti in compagnia delle ricche signore, ai loro occhi Ofelia verrà vista sempre con benevolenza.
Per quanto non adori il romance il testo non è affatto sdolcinato, né nel cuore del romanzo si riscontrano scene che alludono o preludono al rapporto confidenziale di una coppia. Tutto è narrato in maniera naïf, a tratti quasi scherzoso e persino fiabesco (in special modo i capitoli relativi alle leggende sul brigantaggio).
Vorrei tralasciare quest’ultimo aspetto e concentrarmi di più sul versante femminile del romanzo. Quel che ho gradito infatti è la capacità della Pitzorno di aver saputo raccontare dello straordinario potere delle donne, ovvero quello di saper prevedere tutto quanto accadrà senza necessità di considerare questa “preveggenza” come un dono del cielo riservato a pochi eletti o un talento di cui è dotato un ristretto numero di persone. Il vaticinio è un’altra virtù, un altro strumento di cui il sesso femminile è dotato sin dalla nascita assieme all’utero, alla capacità di procreare, di allattare, di accudire e di capire i bisogni e le esigenze di una persona (sensibilità).
L’individuo di sesso femminile dispone di un terzo occhio che è in grado di percepire, prevedere e catturare molte più cose di quelle che vengono immagazzinate dai due occhi che fanno parte dei cinque sensi; tutte le donne e i personaggi femminili che ritroviamo nel romanzo testimoniano questo assunto, Ofelia non è l’unica donna a possedere questo dono.
Gli avvenimenti si percepiscono, si prevedono; sfugge al controllo solo quello che si lascia dietro le spalle.
Il libro mi ha intrattenuta – le parole scelte non sono mai parole a caso – e mi ha divertita molto, spronandomi a proseguire nella lettura. I personaggi sono tanti, il lettore potrebbe facilmente perdersi nel ricordare i nomi e le loro storie (ogni individuo è un soggetto a sé), e tanto le donne quanto i maschi hanno il loro peso nel romanzo.
La Sonnambula è strutturata in sette parti: ogni parte costituisce un racconto a sé stante a mo’ di puntata e l’insieme di questi racconti formano il romanzo.
Non svelo come va a finire ma il finale è molto, molto carino. Ho avvertito la mano dolce e il timbro soave dell’autrice nella narrazione della storia, quasi che a raccontare fosse una fanciulla e non una donna in età matura. Anche nei passaggi dove il romanzo si tinge di toni più scuri, come nel momento in cui il conte Acciardi picchia Immacolata o nell’atto di approfittarsi dell’ingenuità delle donne sia che esse siano giovani o di età avanzata, o ancora di far sentire la “superiorità” maschile da parte degli uomini nella società dell’epoca, la Pitzorno non si lascia sedurre dalla brama di giudicare o manipolare la trama; l’autrice ha una storia/favoletta da raccontare, e mentre la racconta ha tutta l’aria di divertirsi anche lei come ci conferma nelle ultime pagine con queste parole:
“Ringrazio voi, miei lettori, sperando che la vicenda della sonnambula
e della ragazzina dalle piume colorate ricordino a tutti che
interrogare il futuro con ansia serve a ben poco.
Non è la profezia di una sonnambula a determinare il corso delle cose,
ma il coraggio e la generosità con cui ciascuno di noi affronta la vita
scrivendo così il suo pezzo di storia”.
Bianca Pitzorno ci dice anche che alcuni dei personaggi sono realmente esistiti, altri sono frutto della sua fantasia accesa dall’ispirazione di un ritaglio di giornale conservato dalla nonna che pubblicizzava la consulenza di un’indovina col nome di Elisa Morello (che compare anche nel libro ed è l’identità che assume Ofelia durante il viaggio in nave diretta in Toscana assieme alla carovana di un circo).
Infine ho apprezzato che il Principe Azzurro di questo romanzo fosse non un uomo qualsiasi, ma un Ingegnere. Una persona garbata, distinta, attenta, premurosa e molto discreta. Una persona rispettosa delle scelte altrui, che esprime il proprio pensiero senza forzare il corso degli eventi o le azioni e le idee di chi gli sta vicino. Una persona che non alza la voce e che esecra qualsiasi tipo di forza per avere ragione. Una persona a modo, tagliata a misura. Uno come pochi.
Di quelli che puoi trovare solo nelle pagine dei libri. O, per l’appunto, nelle favole.
28.02.2026