Charlie Brown
"Solo gli imbecilli non hanno dubbi"
"Ne sei sicuro ?"
"Non ho alcun dubbio!"
(Luciano De Crescenzo)
Nel momento in cui acquistai La vita giovane di Mattia Insolia e mi recai alle casse per pagare il libro la commessa si complimentò con me dicendo: «Ottima scelta».
Che ne sai? avrei voluto domandarle, ma tenni il pensiero per me e per non sembrare scorbutica le sorrisi di rimando.
Perché uscirsene con un commento così se – sono sicura – il libro manco lo hai letto? O forse lo hai anche letto ma come fai ad esser certa che possa piacermi come è piaciuto a te? Perché, con rispetto parlando, il libro non mi è piaciuto. Non è possibile che mi tiri fuori da un cataclisma per ripiombare in un altro.
Ed eccomi di nuovo qui, a stendere una ennesima recensione bruttina. E me ne dispiaccio, questa volta tanto anche se la maggior parte di voi non ci crederà (proseguire per credere).
Di Mattia Insolia ho letto i due libri che aveva pubblicato prima de La vita giovane (ed. Mondadori, pp. 385, euro 20,00). Il primo Gli affamati per Ponte alle Grazie, suo romanzo di esordio, e Cieli in fiamme sempre per Mondadori.
Gli affamati mi era piaciuto, la medesima valutazione positiva la ottenne anche il secondo libro. Sicura che anche questo terzo romanzo m’avrebbe appassionato come i precedenti mi sono tuffata nelle sue pagine con fiducia, riponendo le solite buone aspettative in questo giovane autore.
Partiamo col dire che i protagonisti di questa storia sono, come sua abitudine, i giovani.
Su questo non mi sento e non posso dire nulla, ma proprio nulla di nulla. Insolia è un ragazzo di trentun anni (classe 1995), quindi ci sta che parli della sua generazione e alla sua generazione. Parlarne lo fa sentire a suo agio, è il suo presente, la vita che vive e che abita. Tuttavia, mentre nei primi due romanzi la gioventù si faceva sentire in maniera feroce, chiara, vivida, pulsante nel susseguirsi delle pagine quasi volesse incendiarle e divorarle (divorandole al contempo anch’io cavalcando le onde di emozioni dell’autore) ne Lavita giovane si assiste al declino della gioventù per entrare nella fase dell’adultità.
Sia chiaro, la trama resta sempre quella: una storia con al centro i giovani come protagonisti ma sono giovani “adulti”, persone che rimpiangono tutto quello che non sono state, che vivono il presente ma con lo sguardo rivolto al passato – quindi vivono un presente “apparente” con un corpo svuotato di emozioni e l’animo gonfio di sofferenze – trascinandosi un fardello di dolori, ferite e fantasmi che rendono il romanzo pesante, ridondante, petulante, a tratti persino artificioso e irreale. Insomma, l’impressione è che Insolia questa volta abbia voluto strafare dando alle stampe un romanzo che vorrebbe sembrare più maturo, più consapevole, più completo ma che risulta noioso e oltremodo pretenzioso (al pari della Tartt).
Per avere un’idea di quanto sia noioso devo però prima fare un riassunto della trama.
Teo, Giorgio, Tommaso, Sofia, Matilde e Marta si ritrovano insieme dopo tanti anni a Faro (un piccolo paese di provincia inventato dall’autore) in occasione delle nozze di Giorgio e Matilde. Tutti loro sono stati compagni di liceo e, chi per un motivo e chi per un altro, dopo il diploma hanno preso strade diverse per costruire il proprio futuro e realizzare i sogni che avevano sin da piccoli (“Che fine hanno fatto i sogni che sognavamo?” sarà il “mantra” che verrà reiterato per una trentina di volte circa, se non di più, nel romanzo fino a farti venir voglia di lanciare il libro dalla finestra e beccare un passante capitato per caso in quell’istante a passeggiare in corrispondenza dell’aggettante). Tuttavia quel che più di ogni altra cosa continua a tenerli uniti è un incidente avvenuto una notte di maggio dell’ultimo anno del liceo mentre si recavano, in una discoteca, a festeggiare gli sgoccioli dell’anno scolastico (vi ricorda qualcosa?).
Il romanzo, dunque, ruota attorno a questo incidente e a tutto ciò che lo precede e che è accaduto dopo questo evento. Sin dalla pagina introduttiva la tensione del lettore è proiettata verso questo momento che ha decretato il punto di rottura dei ragazzi e la fine della loro amicizia.
‘Fine’ per modo di dire perché Teo, Giorgio, Tommaso, Sofia, Matilde e Marta resteranno per sempre uniti, il loro è un legame saldo, forte, che non si spezzerà mai. È una cosa che succede un po’ a tutti, specialmente se il legame che abbiamo avuto con una persona è stato profondo, sincero, intimo, dove l’uno si è speso per l’altro senza remore e senza pretendere nulla in cambio allacciati da una sorta di gemellanza.
La vita però è imprevedibile e quando – e se – le cose devono accadere, accadono.
Insolia ci mette del suo, molto del suo (pure troppo!) caricando il romanzo di una molteplicità di avvenimenti (gran parte nefasti), descrizioni, considerazioni (anche politiche, che ho trovato “disturbanti” in quanto non adducibili ai protagonisti ma al pensiero dell’autore), personaggi, luoghi, nomi, situazioni… Sono talmente tanti che il soggetto che legge, oltre a perdersi in questo magma di informazioni, non capisce più se questo troppo che mette nella storia sia frutto dell’immaginazione – qualora fosse così che esagerazione, mamma mia! – o che parte di esso sia capitato (anche) allo scrittore nella sua vita giovane. A pelle, mi orienterei di più su questo secondo aspetto (non è la prima volta infatti che Insolia sceglie un certo tipo di storia/storie per i suoi romanzi dando l’idea che siano più delle confessioni annotate su un diario segreto invece che la stesura di un libro).
Ci arriveremo dopo, quello su cui voglio concentrarmi adesso è il senso di pesantezza che pervade il romanzo.
Ero arrivata a pagina 120 già stanca. Avevo compreso che il libro si sarebbe trascinato in modo lento e ripetitivo rimandando il momento in cui tutto sarebbe venuto a galla nell’ultimo capitolo, pertanto l’approccio col testo era cambiato. Ogni volta che lo aprivo mi avvicinavo ad esso in maniera (forse?) sbagliata, prevenuta, con un senso di fastidio e disgusto (è un termine forte, lo so).
Tutto è narrato in maniera eccessiva e discordante. Spiego meglio: questi ragazzi sono sempre fumati, ubriachi, fatti, strafatti (erba, coca, droga, antidepressivi); quando non sono a scuola o a studiare (ma quando studiano se bivaccano dalla mattina alla sera?) trascorrono le loro giornate al pub, in discoteca, in case di famiglia di proprietà di questo o quell’altro amico a guardare porno in tv, nelle case al mare a consumare alcolici o a mangiare pizza o a darsi alle “avventure”, in piazzetta… e cosa fanno? Fumano, bevono, fanno sesso, si raccontano pettegolezzi e sventure, e poi di nuovo fumano, bevono, fanno sesso, si drogano, spompinano, fanno orge e si masturbano di qua e di là, di sotto e di sopra, a nord e a sud, a est e a ovest, tra maschi, femmine, tra genitori e studenti (sì, spompinano e limonano pure i genitori), e poco ci manca che si mettono a fare pompini anche ai cani (chiedo scusa per la volgarità di quest'ultima espressione).
Oh, oltre al fattore Eccesso che insiste in tutti i campi (sesso, droga, fumo, alcol) l’esagerazione arriva a toccare anche la parte drammatica del romanzo e quindi i traumi, le ferite e i dolori personali che si portano dietro i protagonisti raggiungono l’apice quando vengono traslati a loro volta sui loro parenti, amici, insegnanti, conoscenti, amanti, colleghi, eccetera eccetera.
Quindi il lettore non solo deve sapere vita, morte e miracoli dei sei (e ripeto sei!) protagonisti (senza capire bene a cosa servono tutte queste informazioni se non ad infastidire chi legge), accogliendo le lagnanze, le turbe e le psicosi di ciascuno di loro, ma deve conoscere pure tutte le paranoie e i problemi del padre e della madre di Giorgio, delle sorelle e dei fratelli di Sofia, della depressione e le altre patologie che accompagnano la famiglia di Marta, della schizofrenia di Federico cugino di Teo e del trauma vissuto dal padre di quest’ultimo dopo la morte accidentale del fratello, e poi ancora dei desideri, perversioni, gelosie, ossessioni, violenze fisiche e psicologiche che Marco costringe Marta a subire e che si palesano nuovamente nella persona di Giovanni (futuro compagno di Marta); malattie che colpiranno la mamma di Teo o di cui è martire uno dei fratelli di Sofia, oppure ancora la sindrome di ADHD di Tommaso… insomma un coacervo di fallimenti, vittimismo, ansie, fobie e disturbi vari che se esci vivo (e sano di mente) da questa storia è per miracolo e basta.
Discordante perché la caratterizzazione dei personaggi non sempre coincide con la descrizione inziale che Insolia conferisce loro all’apertura del romanzo. Quindi, se un soggetto X ce lo presenta come una persona sfrontata, sfacciata, non indulgente, alla fine della storia questa stessa persona ne uscirà completamente trasformata risultando soggetto Y e non più X, dando l’impressione che sia costruito, mendace, utilizzato esclusivamente come “pedina” su una scacchiera utile alla finzione romanzesca per il solo diletto (ma diletto de che? Mi chiedo cosa ci sia di così divertente a scrivere certe storie) o per raccontare degli spaccati di vita che, fondamentalmente, non appartengono al personaggio ma – parere soggettivo – all’autore.
La seconda discordanza è data dal fatto che il testo è permeato dall’insofferenza dei protagonisti che fanno tutto ma non fanno niente, che si lagnano di non avere un futuro, di non essere riusciti a realizzarsi, di non avere soldi, di non avere più ideali e che tirano a campare come meglio possono. Ma allora i soldi per fumare, per viaggiare, per bere a più non posso, per drogarsi dove li trovano? (chiedo per un amico, visto che parliamo di amici già che ci siamo).
I genitori di Teo, Giorgio, Tommaso, Sofia, Matilde e Marta non sono famiglie ricchissime, inoltre quando arriva quella fase della vita in cui cominciano a frequentare l’università, e successivamente a farsi le ossa professionalmente, anche allora non navigheranno nell’oro, ma si adatteranno con stage mal retribuiti, lavori part time e a tempo determinato, contratti free lance e via dicendo.
Ora, scioglietemi un dubbio: se ho uno stipendio da fame che non lo sa manco il Padreterno come faccio ad arrivare a fine mese (quindi devo vede’ dove mettere le mani per racimolare la grana che mi serve per vivere in maniera decente), mi dite da quale magico buco spuntano i verdoni per darmi alla vita sfrenata pure a trent’anni? Ma soprattutto (sempre a trent’anni, capisco a diciotto che so’ ancora incosciente ma a trenta no) coi problemi economici che mi tormentano, secondo voi passo il tempo a fare sesso, a drogarmi e a stare fumata dalla mattina alla sera? È o non è incoerenza questa (romanzesca)?
Allora due sono le cose: o ci fermiamo alla gioventù e lì restiamo senza varcare la soglia dell’età adulta che è una fase dove i problemi sono davvero seri e delicati, oppure vediamo di dare una normalità alle circostanze (quantomeno una parvenza) che ruotano attorno ai protagonisti senza addossargli disturbi psichici o neurodivergenze e far ripiombare i lettori nel solito déjavù di ansie, manie, depressioni, bipolarismo e altre patologie ossessive compulsive farcite di alcolismo e allucinogeni tali da farti uscire pazzo.
La lettura deve essere un piacere, un ritaglio di tempo che serve a rilassare, far riflettere, a pensare, a far crescere, a formarsi e a confrontarsi col personaggio (una persona che conosco, che fa parte dell’universo che mi circonda, mi appartiene perché è vicina a me, prova le mie stesse emozioni, quindi si commuove, ride, scherza, dorme, lavora, gioca, chiacchiera, mangia, va al cinema, si reca a teatro, fa sport… insomma fa cose normali) che non è dedito alle droghe, al sesso o a pazzie che non hanno nulla a che vedere con le pazzie belle o le pazzie d’amore.
L’ “altro” da me non passa tutto il tempo in mezzo agli eccessi, non corre in macchina, non vomita nella tazza del bagno o tira una striscia di coca piegato sul lavabo di una toilette zozza di chissà quale locale sperduto fuori città, non ha una famiglia disfunzionale (cioè esistono, non dico che non esistono ma avere degli amici, dei parenti, genitori o conoscenti tutti disagiati mi sembra veramente assurdo! Grazie che te viene la depressione! Che prospettive hai in un mondo dove non esistono i colori se non il nero ossidiana?).
Mi rifiuto di credere che la gioventù sia quella raccontata da Mattia Insolia. È un’immagine pessima della generazione di giovani e giovanissimi che consegna al pubblico. Se così fosse ci sarebbe davvero di che essere tristi.
Siccome non lo credo perché i giovani, i ragazzi – lo urlo fieramente: i Nostri Ragazzi – sono altro da quello che ci raccontano e ci descrive Mattia Insolia (e da quanti come lui) ho deciso che La vita giovane è l’ultimo romanzo che leggo di questo scrittore.
Di lui è facile intuire quali sono le letture che lo hanno “formato” perché oltre a scovarne le tracce nel libro (guarda un po’, c’è anche la Tartt di cui riprende una sua citazione contenuta però non in Dio di illusioni bensì nel romanzo Il Cardellino) in cui sono annotate massime e abstract, le sue fonti di ispirazioni si desumono da altri dettagli e similitudini con le opere di questo o di quell’altro autore ai quali Insolia tenta di forgiarsi.
Ritengo che siano scelte azzardate in quanto hanno la presunzione – anche se minima o inconsapevole¹ – di accostarsi a quelli che sono i grandi nomi della Letteratura (che hanno creato e che hanno posto le fondamenta della Letteratura) con cui è impossibile fare un paragone o, peggio ancora, anche solo pensare di emularne la prosa, lo stile e la tecnica di scrittura. Uno tra questi? Pier Vittorio Tondelli con Camere separate (uno dei miei titoli irrinunciabili).
Penso che ci sia molto di Insolia in questo libro, forse è questo il motivo per cui ho trovato questo romanzo irritante, molesto e sfibrante. Brutto anche per le sensazioni che ti restano incollate dopo la sua lettura. Per carità, sensazioni che rientrano nel contesto della vita quotidiana (sono comunque cose che accadono e che appartengono all’animo umano) ma pennellate unicamente di sfumature cupe, grevi e apocalittiche dove non c’è spazio per la speranza ma, in generale, dove non c’è spazio per la vita.
Avrei ancora un’ultima considerazione da fare, un dettaglio che si riallaccia al discorso “considerazioni personali” dell’autore insite nel romanzo e che afferiscono ai dialoghi. Sono considerazioni che spianano perlopiù la strada ad alcune contraddizioni (alla luce di quello che è riportato nel testo e di quello che ho riferito al riguardo un occhio attento se ne accorge nell’immediatezza, perché lo ha proprio sotto il naso).
Ma siccome ho esagerato (anch’io) nel recensire questo libro, preferisco tacere.
21.05.2026
¹ Diamo atto che stiamo comunque analizzando un romanzo di un giovane scrittore, fino a qui siamo stati abbastanza cattivelli. Rettifico: sono stata abbastanza cattivella.