Charlie Brown

"Solo gli imbecilli non hanno dubbi"
"Ne sei sicuro ?"
"Non ho alcun dubbio!"
(Luciano De Crescenzo)


Le feste. Le conversazioni. Gli altri. La condanna (ultima parte)




Tu non ti preoccupare.

Eh già, la facevi facile. Mi preoccupavo eccome, e mi preoccupo anche adesso che sono passati (quanti?) anni da allora.

I tempi sono cambiati. I fatti, le persone, gli affetti. Sono cambiati i sentimenti. Alcuni sono maturati, altri sono rimasti tali e quali.

E sono cambiata io. O forse no, sono sempre la stessa. Solo con qualche capello bianco e qualche ruga sottile sulla faccia (“Non dire stupidità”, “Ma quali stupidità?”), e meno male che quelle sono appena visibili e non sono come i solchi che ho nel cuore che non vede mai nessuno.

Tu non ti preoccupare.

Eh già, io non mi devo preoccupare. Non dovevo farlo quella volta e non lo devo fare neanche adesso perché tanto ci sei sempre tu a coprirmi le spalle, anche quando a rispondermi è solo il silenzio.

Ci sei sempre quando è il dubbio a bussare dietro la porta, la decisione che devo prendere davanti a un bivio, un’altra sfida che devo combattere, una nuova paura da sconfiggere, espormi ad un coraggio che non ho mai avuto.

Tu non ti preoccupare.

Ché tanto ci sono io a farti scudo, a difenderti, a proteggerti. A metterti addosso una coperta quando senti freddo, ad ascoltare il tuo dolore dall’altra parte della parete. Ci sono io a vegliare su di te, a suggerirti dove devi andare, quale verbo scegliere, che fiore cogliere, eccetera eccetera.

Tu non ti preoccupare.

Se ti senti stanca, se non hai voglia di parlare, se sei stressata o se sei arrabbiata. Sistemo tutto io, penso a tutto io. Faccio tutto io. Non darti cattivi pensieri. Andrà tutto bene.

Tu non ti preoccupare.

Se ti senti battere forte il cuore. Se ti fa male il cuore. Se è stato spaccato, se ti è stato strappato, se premono troppo le emozioni, se lo senti troppo piccolo per contenere tutto l’amore che provi. Io la mano non te l’ho mai lasciata.

Tu non ti preoccupare.

Quando non sai dove sbattere la testa. Se ti senti di morire, se ti sembra di non essere mai all’altezza, se hai paura di ferire, di disturbare, di lasciarti sfuggire una parola di troppo, se hai paura di lasciar perdere e se hai paura di perdere. Se hai il timore di sporgerti con il muso sopra il burrone, di guardare oltre lo specchio, oltre il vetro, oltre il buio e oltre la nebbia; se ti viene da piangere, se ti senti tremare le ossa, se ti senti tremare la terra.

Tu non ti preoccupare.

Io non ti lascerò andare. Io non ti avrò dimenticata. Ci sarò sempre. Anche quando non mi vorrai, anche quando mi avrai gettato in pasto ai lupi, quando ti sarai stancata di me. Quando penserai che me ne sono andato e ti ho abbandonata, io ci sarò sempre perché tu non sia mai sola. Perché non sei sola. Non ti preoccupare.

Fidati di me.




Era accaduto di nuovo, e tutto perché ti avevo dato retta. Giurai solennemente di non farlo mai più, tanto con te si rischiava solo di inguaiarsi e di fare la figura della scema. Chi se ne importava cosa pensavano gli altri, eh già (“Ma che te ne importa a te?”).

Un altro ballo, un altro ricevimento. Stessa storia, stesso copione. Stessa reverenza, stessi ossequiosi inchini, stesse deferenti distanze.

Io e il mio succo di frutta, io e il mio posto. Non presente a me, non presente agli altri. Non sapevo più se ero fatta di carne e ossa, se mai ero esistita, se esistevo (e se esistevo, in che forma esistevo agli altri?).

«Stavolta mi sente» borbottavo tra me e me, tra l’avvicendarsi dei balli in sala eseguiti sempre alla stessa maniera dalle coppie che si destreggiavano sul pavimento lucido e maestoso, pregustando un’altra delle mie sfuriate al ritorno a casa.

Di colpo quelle belle statuine smisero di trascinarsi da una parte all’altra del salone puntando lo sguardo alla porta spalancata che immetteva nella sala. Un nugolo di invitati si era radunato lì davanti ma tutte quelle teste ricche di sofisticate acconciature, tutti quei corpi trattenuti in ampie gonne, stole, tulle, smoking, cravatte e papillon mi precludevano la vista, incapace di rendermi conto di cosa aveva attratto così tanto la loro attenzione.

Avanzai quel tanto che mi concedeva il poco spazio a disposizione, scuotendo la testa a destra e a sinistra, abbassandomi e rialzandomi sulla punta delle scarpe infilando gli occhi negli spiragli che si creavano tra persona a persona. Poi quel mare di folla si convinse ad aprirsi in due spartiacque e a formare al centro un corridoio che mi permise finalmente di scoprire la ragione di tanto scalpore.

In giacca e pantaloni neri, farfallino abbinato, camicia bianca e scarpe da tennis dello stesso colore, i candidi capelli pettinati all’indietro, la barba fresca di rasatura, ti facevi avanti sorridente salutando e porgendo la mano a quanti ti reclamavano. Tra una battuta e l’altra, uno scambio di parole, un abbraccio, un inchino e un baciamano non avesti nemmeno il tempo di guardare di fronte a te. Ti voltavi prima da un lato, poi dall’altro e quando per poco i tuoi occhi sorvolavano tutte quelle teste, quelle braccia, quelle mani, quei profumi, venivi subito riportato senza scampo in mezzo a quel clamore e al bisogno di chi ti circondava di essere parte di te e di ingraziarti. Solo l’intervento dei padroni di casa riuscì a riportare all’ordine gli ospiti pregandoli di lasciarti respirare e farti godere la festa.

Tu eri a tuo agio, non sembravi turbato né infastidito da quell’ “assalto”.

Ero in fondo al corridoio umano quando mi vedesti. Il cuore aveva preso a ballarmi prima ancora che lo facessero le gambe e i piedi.

Ti avevo osservato con gli occhi colmi di amore stringere le mani, elargire sorrisi e buone parole. La rabbia e l’orgoglio che m’abitavano dentro fino a pochi minuti fa li avevo cancellati in un batter d’occhio.

Tu non ti preoccupare.

Avevi tenuto fede alla promessa.

Mentre mi venivi incontro gli altri ti facevano largo per farti passare. Ti fermasti solo quando fosti a meno di un metro di distanza da me. Abbassai gli occhi e li rialzai. Sorrisi stringendo le spalle, vergognandomi di ciò che avevo pensato di te fino a poco prima che onorassi il pubblico della tua presenza.

«Milady» allungasti un braccio affinché ti tendessi la mano per posarvi sopra un leggero bacio e chiedere «posso avere l’onore di danzare con lei?»

«Con molto piacere Milord».

E così danzammo. Il resto della serata se ne andò così, ballando quasi tutto il tempo con gli altri invitati che facevano altrettanto intorno a noi. Esaurito l’entusiasmo per la tua comparsa, nessuno badò più a noi. Ognuno si rifugiò nella propria monade, intrecciato al suo cavaliere o alla sua dama, chiusi nei loro discorsi, presi dalle loro occupazioni, rigidi nelle proprie vanità e ritrosie.

Di tanto in tanto mancavo un passo, ti pestavo un piede ma tu eri pronto a riportarmi a tempo. Inciampavo, e mi veniva naturale aggrapparmi a te per paura di cadere. Incespicavo, e ti veniva naturale sorreggermi quando accadeva. Ridevamo come due matti, incuranti del giudizio di tutti i presenti in sala. Fu la serata più bella di tutta la mia vita, fino a quel momento.

«Lucià»

Più tardi, quando finimmo, ti presi in disparte. Stavi sorseggiando un bicchiere di champagne ed eri concentrato in una conversazione con un gruppetto di tre invitati. Ti scusasti con gli oratori per quella breve defezione e ci appartammo in un angolo della sala.

«Mi sa tanto che ce ne dobbiamo andare»

«Ti sei stancata?»

«No è che… ho rotto un tacco della scarpa e non posso più né ballare e né camminare»

Alzasti un sopracciglio divertito.

«E questo è un bel guaio».

Non colsi l’ironia.

«Eh. E mo’? Come facciamo?»

«Aspettami seduta, io vado a dire a Mrs. B. e a Mr. I. che domani mattina abbiamo un appuntamento che non possiamo assolutamente disertare e che io me n’ero dimenticato, e per questo ci tocca abbandonare il ricevimento. Quando torno da te con la scusa di aiutarti a metterti il cappotto tu ti alzi, te lo infili e quando hai finito ti metti subito sottobraccio a me e usciamo. In questo modo nessuno si accorgerà del piccolo incidente che ti è occorso»

«Va bene».

Allacciata al tuo braccio riuscii a non zoppicare. Nessuno sospettò nulla quando ci congedammo distribuendo sorrisi a destra e a manca.

Tornammo a casa sani e salvi, tacco a parte. Avevo l’orlo dell’abito scucito, i capelli flosci e disordinati e avevo perso anche un orecchino.

«Ti sei divertita?»

«Tantissimo. Si vede eh? Guarda in che condizioni sono» mi tolsi la scarpa integra e quella senza tacco e feci una giravolta su me stessa così che ti rendessi conto in che condizioni era il mio aspetto «ho perso qualche paillettes, ho scucito il vestito e ho perso pure un pendente. Sarà stato mentre ballavamo»

«Non è stato mica un paio di orecchini a metterti in luce».

Ti guardai dal riflesso dello specchio, alle mie spalle.

«Hai fatto bene ad indossare le scarpe da tennis, la prossima volta le metto anch’io. Mi fanno male i piedi a furia di stare su questi trampoli, ho sempre trovato molto scomode le scarpe col tacco»

«Perché le calzi allora?»

«Mia madre. Dice che quello che veste alla fin fine è la scarpa, e che bisogna saperla abbinare alla mise. Se vesti elegante non puoi andartene in giro con le scarpe da tennis, con le ballerine o con le scarpe senza tacco, dài l’impressione di una persona sciatta e fuori posto. Non ho mai capito se questa sua fissazione le derivi da una deformazione professionale³ o perché ha sempre sofferto di un complesso di inferiorità dovuto alla sua bassa statura… a me non è mai importato nulla essere piccola e minuta. Mi è sempre sembrato che volesse trasferirmi questo suo senso di inadeguatezza come una sorta di ereditarietà. Figuriamoci, ne ho già tanti di complessi di inferiorità! Questo è l’unico da cui vado esente e lei cerca in tutti i modi di appiccicarmelo addosso. Da oggi cammino scalza, ti dà fastidio?»

«Fai come ti senti di fare senza dar retta a nessuno, nemmeno a me. Se vuoi truccarti truccati, se ti vuoi mettere i tacchi anche quando cucini mettiteli. Se vuoi stare in minigonna o in pigiama non ti fare problemi a indossarli, o se ti va di andare dal parrucchiere tutti i giorni vacci. Decidi tu come sentirti bella».

Mi spiai allo specchio e scoppiai a ridere.

«Sono indecente»

«Se vuoi li ricompriamo gli orecchini»

«Non hai capito Lucià» non riuscivo a trattenermi «Scusa… oddio scusa…» avevo le lacrime agli occhi.

Intanto mi guardavi in silenzio, aspettando.

«Macchissenefrega degli orecchini e di tutti gli altri orpelli!» ti dissi quando riuscii a smettere ancora piegata in due dalle risate.

«Ma non sei tu quello che dice che quello che conta è altro?»


19.12.2025



(Fine sesta parte)



³ Sarta, cucitrice, ricamatrice.


Autrice : Carla Iannacone | Categoria : Storie di libri e di teatro