Charlie Brown

"Solo gli imbecilli non hanno dubbi"
"Ne sei sicuro ?"
"Non ho alcun dubbio!"
(Luciano De Crescenzo)


Le feste. Le conversazioni. Gli altri. La condanna

Claire Danes e Leonardo DiCaprio nella pellicola di Baz Luhrmann Romeo+Juliet del 1996 




Non me ne accorsi subito. Agli occhi degli altri non ero più io.

Quando parlavo con le amiche, gli amici. Quando parlavo con i tuoi amici. A cena.

Non mi inserivo mai nelle conversazioni, lasciavo parlare te ché tanto eri più bravo e sei sempre stato il più bravo a intrattenere.

Poi una volta, con una certa timidezza provai a dire la mia. Erano sciocche esternazioni, cose che tenevo per me e che consideravo banali (vaneggiamenti di una ragazzina). Da quella prima volta ne seguirono altre, insomma cominciai a prenderci la mano.

Gli astanti mi ascoltavano. Concentrati. Assorti. Attenti. Qualcuno osò persino indugiare fin troppo con lo sguardo.

Immaginai di aver alzato troppo il tono della voce, ti guardai. Dove ho sbagliato?

Lo so, devo imparare a parlare moderando il volume ma queste parole sono tante, le tengo tutte dentro non ce la faccio a tenerle ferme e in riga. Quando vengono fuori spillano dalla bocca in maniera scomposta, caotica, e fanno un frastuono incredibile. Sarà perché cerco di tenerle a bada tutto il tempo ricacciandole in gola anche quando non è il momento ed è forse il caso che prendano aria. In cattività quelle sgualdrine non ci sanno proprio stare.

Così, quando accordo loro il permesso di uscire si buttano fuori in maniera indisciplinata come i bimbi all’asilo nell’ora della merenda in cortile, vogliose di mostrare agli altri chi è la più brava e la più suggestiva; capita che qualcuna inciampi o spintoni la compagna. E allora sono dolori. Sono casini.

Prima che ciò accada, tento di ripristinare l’ordine. Rimetterle in fila.

Mi zittii. Il palmo delle mani mi sudava mentre incontrai i tuoi occhi sopra la tavola imbandita. Con grande stupore, mi accorsi che sorridevi. Non era un sorriso qualunque, di scusa o di circostanza. Esprimeva soddisfazione.

«Quanti anni ha Miss C.?» ti domandò il commensale seduto al tuo fianco. Tutti voltarono il capo dalla tua parte in trepidante attesa della risposta.

«Quelli che dimostra» rispondesti.

«Sedici?» azzardò qualcuno, «Quindici?» qualcun altro. I dubbiosi si tennero i loro dubbi per paura di fare una brutta figura.

Ripeté la stessa domanda rivolgendosi direttamente a me un gentile signore seduto alla mia sinistra.

«Quanti anni ha, Miss C.?»

«Sedici. Ho sedici anni».

Il mio sguardo vagava tra i presenti. Un occhio al mio cortese vicino, alla sala. A te.

All’improvviso la tensione si sciolse appena mi accorsi che più di una persona presente al banchetto annuiva compiaciuta mentre portava il tovagliolo alla bocca per pulirsi da tracce di sugo, olio e altri resti di cibo, chi riprendeva a mangiare con coltello e forchetta, chi posava il bicchiere sul tavolo dopo aver mandato giù un sorso, chi si voltava dalla tua parte per ricambiare, complice, il tuo sorriso.

L’uomo seduto accanto a me – quello che mi si era rivolto in maniera elegante e garbata – si lasciò andare sulla sedia con la schiena all’indietro. Sul viso gli era affiorata un’espressione benevola e paciosa.

«Ottimo» commentò a mezza voce.

La medesima situazione si reiterò in altri contesti: a casa con i miei, anche se a volte le discussioni si concludevano con risvolti inaspettati (“Come ti viene in mente di partorire certe sciocchezze?”), con la gente in strada, sui treni, sui pullman, sui traghetti, mentre si piluccavano stuzzichini durante un aperitivo, a passeggio, quando ci si recava a un cinema, a teatro nell’attesa che avesse inizio lo spettacolo o davanti alla biglietteria, con gli amici di papà (“Beccati questa!” chiosavano divertiti rivolgendosi a lui dopo che mi ero profusa con concetti e paroloni su una determinata questione) ma anche alle feste, ai balli…

Quanto mi piaceva ballare…

Ma non stava bene che una donna, una ragazzina per giunta, ballasse da sola. Ogni dama era accompagnata dal suo cavaliere, diamine! In pista, nelle sale ricevimenti, a casa dei signori Tal dei Tali, nelle occasioni di gala. Ma tu non c’eri. Non fisicamente, almeno.

Le altre avevano il loro compagno, l’amante di turno, il fidanzato, il marito. Io avevo solo me.

Scendevo in campo solo con me stessa.

Per una strana ragione a quelle feste chi mi stava intorno non permetteva che qualcun altro mi avvicinasse, c’era sempre chi si frapponeva tra me e l’avventore con una scusa dissuadendolo dalle sue intenzioni. Se all’inizio trovavo la cosa buffa e divertente col passare del tempo quest’uso e costume prese ad irritarmi.

All’irritazione si aggiunse la noia – tutti ballavano, chiacchieravano, si divertivano e io sola col mio bicchiere di succo di frutta seduta in un angolo a guardare gli altri volteggiare in pista dandosi delle arie – e, presto, anche una timida paura. In che guaio mi sto cacciando?

La padrona di casa, gli ospiti erano gentili con me; tutti erano gentili con me anzi, erano devoti a me. Cosa avevo da lamentarmi? Solo perché nessuno mi invitava a ballare o gli era stato impedito di farlo? Oppure erano gli sguardi audaci e indiscreti che si scambiavano le coppie in pubblico tanto da provocare vergogna e imbarazzo (e forse anche un po’ di invidia) tra i presenti che assistevano a tanta sfrontatezza?

Mi ero prefissa che dopo tanto spettacolo non sarei più andata a nessuna altra festa, quantomeno non da sola.

Avevi il dono di percepire qualsiasi cambiamento d’umore, qualsiasi stato d’animo, qualsiasi emozione, il più impercettibile segno di una tempesta in arrivo, fosse stato anche un cucciolo di temporale, e questo prima ancora che lo sapesse il cielo. Quante volte ho visto un sole spaccare le pietre e te annunciare con tono profetico: “Piove”.

Al mio ritorno, avvolta nel mio cappotto di pelliccia infreddolita dal clima e da tanto altro, ancora intonsa nella mise manco stessi per recarmi in quel momento alla festa invece di rientrare, lasciai che la porta di casa si chiudesse alle mie spalle con un tonfo. Qualche istante prima avevo usato la stessa premura col portone appena misi piede nell’androne delle scale, facendo echeggiare la musica pesante della chiusura a scatto in tutti i piani del palazzo.

Superato l’ingresso, attraversai il salone e salii la scalinata interna all’appartamento spedita dritta in camera, ma non ero ancora arrivata a metà delle scale che già eri con la faccia fuori dallo studio.

«Buonasera»

«Ciao»

«Come mai così presto a casa?»

«Potrei farti la stessa domanda».

Ti sapevo fuori, nel quartiere Parioli, nel salotto buono del dottor Costanzo impegnato in uno dei tuoi interventi televisivi, motivo per cui non eri con me alla festa.

«Non era necessario che presenziassi per l’intera puntata, c’erano altri ospiti stasera a cui dare la parola. Ho preferito tornarmene»

«Non era necessario che tornassi, come vedi ero al ricevimento» ti dissi.

«Veramente ora sei qui»

«Sì, ora sono qui».

Silenzio.

«C’è qualcosa di cui vuoi mettermi al corrente?»

«Non mi pare»

«Non ti pare cosa?»

«Beh, se sei qui vuol dire che già sapevi che mi avresti trovata qui altrimenti te ne restavi col dottor Costanzo»

«Vabbuò che è success?» tagliasti corto.

«Di tutto» urlai dando finalmente sfogo alla rabbia.

«Qualcuno si è comportato male con te alla festa? Non ti ha trattata bene? Ti ha mancato di rispetto?»

«Bene? Bene dici? Altro che bene, mi hanno trattata benissimo, coi guanti anzi!»

«Cioè fammi capire: ti hanno trattata benissimo e tu stai arrabbiata perché ti hanno trattata benissimo?»

Accostai il mio viso al tuo da sopra il corrimano di legno della scalinata e con voce stentorea ti dissi: «La prossima volta vieni con me, non mi lascerai mai più andare da sola alle feste, balli o ricevimenti. Siamo intesi?»

«È una minaccia?» domandasti con la consueta espressione ridanciana.

«Lucià…»

«Va bene, va bene!» l’esclamazione prese vita in una fugace chiusura e apertura degli occhi corredata da una alzata di mani e da un altrettanta lesta voltata di spalle per rintanarti da dove eri venuto.

«Guarda che non mi fai fessa, ti ho visto sai?»

«Cosa? Cosa hai visto? Cos’altro c’è ancora?»

«Hai alzato gli occhi al cielo fingendo di sacramentare quando ti sei girato per tornartene nello studio»

«Ma quanno maje?»¹ ma sotto sotto te la ridevi.

«E ja’² Lucià, ti conosco troppo bene»

«Tu non ti preoccupare».




(to be continued)




¹ Trad.: Ma quando mai?

² Trad.: Eddai!


Autrice : Carla Iannacone | Categoria : Storie di libri e di teatro