Charlie Brown
"Solo gli imbecilli non hanno dubbi"
"Ne sei sicuro ?"
"Non ho alcun dubbio!"
(Luciano De Crescenzo)
"Tu non mi hai riconosciuta, né allora né mai: mai mi hai riconosciuta. Come potrei descriverti, amore mio, la delusione di quell'istante – fu allora la prima volta che ne soffrii, soffrii di quel destino di non essere riconosciuta da te che mi hai accompagnata per tutta la vita e con il quale ora muoio: irriconosciuta, da te ancora e sempre irriconosciuta."
Che tipo di esistenza è una vita vissuta in silenzio, senza qualcuno che si accorga di noi? Possiamo dire di aver veramente vissuto senza avere il coraggio di mostrarci all’altro e senza mai avere un confronto che funga da metro di misura delle nostre emozioni e dei nostri sentimenti? Che ruolo svolge il dialogo, la parola, nell’evoluzione di un essere umano?
I protagonisti di questo “racconto” non hanno né un nome né un volto. La storia, narrata in prima persona in forma epistolare, è quella di una ragazza – che conosciamo prima da bambina e poi da adulta – che si rivolge a un uomo che ha amato segretamente per tutta la vita, e per il quale è rimasta sempre una sconosciuta.
In questa lunga lettera, che riveste più le sembianze di un monologo/confessione, la donna rivela all’uomo – uno scrittore giunto alla soglia dei quarantun anni – il sentimento che da sempre ha nutrito nei suoi confronti e che l’ha accompagnata per tutta la vita, sino al termine dei suoi giorni. Si fa presto infatti a scoprire che la donna è morta, che ha volutamente atteso la fine del suo viaggio sulla terra prima di far giungere le sue parole – parole che non ha mai proferito quando era viva – all’amore della sua vita, l’unica ragione della sua esistenza.
La storia è condensata in appena centodue pagine, un racconto che ho trovato di altissima intensità emotiva e che mi ha lasciato addosso una grandissima tristezza.
È una storia carica di silenzio, di aspettative, di attese, di desiderio, anche di piccoli momenti felici ma vissuti sempre in solitudine. La protagonista di questo libro, pur avendo trascorso la propria vita in mezzo ad altre persone e pur avendo avuto la fortuna di essere corteggiata da tantissimi ammiratori dai quali ha sempre avuto un trattamento di tutto riguardo e di tutto rispetto, in fin dei conti ha vissuto sola e sempre devota al proprio amore; un amore che non si è mai accorto di lei e di cui nemmeno sapeva della sua esistenza, un amore per cui questa donna ha sacrificato tutto: lavoro, affetti, famiglia, amici, persino la propria dignità e il proprio essere.
Ho apprezzato la delicatezza, la discrezione, il senso di sacralità della protagonista nei riguardi di questo sentimento a cui ancora oggi non riusciamo a dare una collocazione e la giusta definizione. Ella ci offre la sua visione dell’amore, se sia giusto o sbagliato non spetta a noi dirlo; quello che resta al lettore alla conclusione delle pagine è, sì, un senso di vuoto dovuto alle “mancate” occasioni della donna di non aver mai avuto la possibilità di vivere concretamente questo amore con la persona scelta, ma resta altresì la forza erompente di questo sentimento che si svela in tutta la sua ricchezza, in ciò che è capace di offrire da una parte e ciò che è in grado di saper cogliere dall’altra parte.
Lettera di una sconosciuta di Stefan Zweig è stato un pretesto per confrontarmi con una mia amica, “sorella di libro”, alla quale questo testo ha lasciato un senso di profonda amarezza più che di tristezza. Le ho chiesto quale fosse la ragione di questa amarezza e mi sono sentita rispondere “per l’incapacità della protagonista di non esser riuscita a farsi riconoscere da quest’uomo in tutto l’arco della sua esistenza”.
Dissento da questa interpretazione, lasciatemelo dire. A mio parere la donna non resta inerme ma, a modo suo e assecondando il suo essere, fa di tutto per essere vista da un uomo che non è capace di vedere neanche quello che è sotto il suo naso preso com’è dal suo egocentrismo e dal prestigio di cui è circondato (un paradosso ancora più assurdo se si tiene conto che è uno scrittore).
Viviamo costantemente alla ricerca di noi stessi e, per essere sicuri che esistiamo, abbiamo bisogno continuamente di conferme e riconoscimenti. Abbiamo bisogno che gli altri ci riconoscano, che contiamo qualcosa, che si ricordino di noi. Vivere in disparte – e a bassa voce – è come non vivere affatto. Abbiamo bisogno dell’altro per esistere, per raffrontarci, per espandere la nostra presenza nel mondo. E per farlo occorre che gli altri si accorgano di noi.
Forse è questo il senso implicito che ha voluto trasmettere Stefan Zweig con questa sua piccola grande opera.
11.09.2026