Charlie Brown

"Solo gli imbecilli non hanno dubbi"
"Ne sei sicuro ?"
"Non ho alcun dubbio!"
(Luciano De Crescenzo)


Marie la strabica di Georges Simenon


Marie Gladel e Sylvie Danet sono due amiche d’infanzia, la prima diciottenne e la seconda diciassettenne. Sylvie è una ragazza molto bella, procace, impudica, con un seno magnifico che eccita il desiderio degli uomini. Marie, al contrario, è brutta, magra, “con due sacchetti flosci”¹ che le pendono sul davanti, timida, ed è anche strabica. Cosa le lega se non il fatto che sono nate e cresciute nello stesso quartiere a ridosso dei bastioni di Rochefort?
Le due ragazze sono molto diverse tra loro, non solo esteticamente e fisicamente, ma anche mentalmente. Sylvie scappa dalla povertà in cui è vissuta e che le fa orrore, sogna di diventare ricca e indipendente, mentre Marie è rassegnata a portare avanti una vita monotona e mediocre che le assicuri l’indispensabile per poter sopravvivere. Eppure, quella ragazza così spaurita e innocua, sembra invece sapere tante cose di Sylvie che persino quest’ultima ignora.
Marie sa, per esempio, prima di Sylvie cosa passa per la testa dell’amica, cosa ha fatto durante la giornata, chi ha incontrato, dove è stata e se sta dormendo oppure no.
Simenon ce le presenta nella loro stanza, a letto, mentre si scambiano due parole qualche minuto prima di coricarsi.
Siamo sul finire dell’estate, in una pensione dove Sylvie e Marie lavorano come cameriere alle dipendenze del signore Clément e di sua moglie. Nella pensione Les Ondines ci sono anche Mathilde, che lavora come cuoca, e Louis, un ventitreenne epilettico e ritardato, che si aggira di notte per il giardino della pensioncina dove gli piace spiare Sylvie nell’atto di spogliarsi con le luci accese, restando nuda e col seno “che prova piacere a guardarselo e ad afferrarlo a piene mani”², davanti alla finestra senza tende della stanza.

A trovare quel lavoro ci ha pensato Sylvie, trascinando con sé anche Marie. Sin da piccole la prima prometteva alla seconda: «Quando sarò ricca ti prenderò come cameriera, e ogni mattina mi pettinerai».
Il romanzo, dicevamo, si apre con una conversazione – o meglio, quello che vuol essere un tentativo di conversazione – tra le due amiche. Al solito, Marie prova a strappare di bocca a Sylvie gli avvenimenti e i dettagli di quello che è accaduto in giornata, specialmente ciò che l’amica nasconde per sé (segreti, intenzioni, provocazioni). Sylvie sa che è una battaglia persa in partenza: pur celando la verità, quella insignificante di una Marie arriverà a comprendere ogni cosa. Ed infatti non tarda a chiederle se ha fatto entrare nella loro camera Louis, sapendo che il ragazzo, come tutte le sere, l’ha spiata dalla finestra.
La voce di Marie è “calma, monotona, vagamente lamentosa, come quella di certe donne segnate dalla malasorte”³. Sylvie sembra provare un senso di disagio, fastidio e forse anche di disprezzo nei confronti di quell’amica che poi tutto sommato, diciamolo, oltre che brutta non è neanche tanto intelligente. Quando andavano a scuola, doveva sforzarsi per capire le lezioni e quando veniva interrogata restava con la bocca aperta, con gli occhi fissi sulla lavagna fino a scoppiare a piangere. Ma certe cose la Marie le presagisce.
Come il suicidio di Louis (sventura o assassinio?). La gelosia del signor Clément nei confronti del ragazzo (colpa del padrone o di Sylvie che lo ha provocato?). Le scappatelle dell’amica (è davvero fuori per cercare lavoro oppure per altro?). Il piacere che prova a spogliarsi nuda davanti alla finestra oppure a lavarsi il ventre, le cosce e il seno davanti a Marie (è impudicizia o qualche forma di provocazione per suscitare invidia alla compagna?).
Passano i giorni e gli anni e le due ragazze si trasferiscono a Parigi dove, dapprima continuano a lavorare insieme ma praticando attività diverse – Marie lavora sempre come cameriera nel ristorante Les Caves de Bourgogne, nei pressi dell’Hôtel des Vosges dove pernotta in una stanza che divide con Sylvie, che lavora invece come dattilografa nell’ufficio del signor Luze, un amante conosciuto alla pensione Les Ondines –, dopodiché il destino le allontanerà ancora e le farà di nuovo ritrovare, anzi: sarà Sylvie a trovare Marie e ad aver bisogno del suoi aiuto.
Dopo quasi trent’anni quest’ultima è diventata la governante del signor Laboine, vedovo, ed ex padrone del ristorante dove lavorava come cameriera quando era ancora ragazza, ed è presso la casa dell’ex datore di lavoro di Marie dove Sylvie si reca per chiederle un favore.
Il fatto è che ha quasi raggiunto lo scopo per cui si è tanto spesa nel corso della sua esistenza. Dopo esser diventata l’amante del ricco ottantasettenne Omer Besson, ha paura che i suoi familiari, approfittando della emiplegia dell’uomo sopravvenuta dopo un ictus (che, tuttavia, non ha intaccato la sua capacità di intendere e di volere), possano escogitare qualcosa a suo danno per costringerlo ad annullare o modificare il testamento che ha disposto in favore di Sylvie. A lei il vecchio lascia più della metà del suo patrimonio oltre alla casa di famiglia.
Il piano prevede che Marie si trasferisca in casa Besson per pochi giorni, e che venga assunta come assistente personale dell’anziano dato che gli resta poco da vivere così come dichiarato dal medico curante. La carica permetterà a Marie di scoprire quali sono le reali intenzioni di Robert, fratello di Omer e già amante di Sylvie all’epoca del loro trasferimento dalla pensione a Parigi, suo figlio Philippe e la moglie del vecchio, Renée, e di avvisarla in anticipo delle loro mosse.
«Capisci Marie? Se non riuscissi a fermarli sarà stato tutto inutile, inutile…» continua a ripetere all’amica appena la rivede e ha modo di parlarle per spiegare la situazione.
Terrorizzata dall’ipotesi che Marie non accetti – in fondo, nei loro trascorsi, non è che Sylvie si sia comportata bene nei suoi riguardi – la donna resta stupita quando, al contrario, Marie la strabica, l’insignificante, la remissiva, sottostà al suo piano senza sollevare eccezioni (è Sylvie ad avere il coltello dalla parte del manico, oppure è il contrario?).
C’è un’altra cosa che Marie deve fare, la più importante: quando Omer esalerà l’ultimo respiro lei dovrà tenere accesa la lampada della stanza della camera da letto in cui l’uomo giace e che Sylvie ha modo di scorgere dal palazzo in cui abita situato a poca distanza da palazzo Besson. Quello è il segnale convenuto che consentirà a Sylvie di tranquillizzarsi poiché tutto sarà finito e i Besson non potranno più tormentarla con i loro ricatti.
In linea con le previsioni del medico Omer muore, e Marie porta a termine il piano che era stato ordito da Sylvie…
Come finisce il romanzo? Di certo non sarò io a svelarvelo, ho già detto troppo sperando di aver vellicato la vostra curiosità.
Posso solo dire che forse è uno dei romanzi più complessi, più introspettivi, più ammalianti e più intriganti di Simenon. Complesso perché sono tanti gli aspetti che emergono da questo testo: prima di tutto la psicologia che caratterizza queste due donne così diverse tra loro; l’una bionda, bellissima, sensuale, volutamente licenziosa e sfacciata, e l’altra bruna, brutta, magra, con l’avanzare dell’età divenuta grottesca col suo didietro più grosso rispetto al busto e alle gambe magre che si muovono tutte storte. Il loro rapporto bascula tra odio e amore, servilismo e dominio, malizia e ingenuità, amicizia e opportunità, fastidio e necessità, arrendevolezza e caparbietà.
Il romanzo è – correttamente – diviso in due parti, e mai come in nessun altra opera tale demarcazione ha un significato così netto e preciso.
Solitamente dividere un volume o un testo in due o più parti è un po’ come conferirgli una valenza temporale, uno “stacco” tra un determinato periodo e un altro, un espediente usato per far parlare o introdurre un personaggio, o un’astuzia dell’autore per procedere in progressione o regressione rispetto alla storia che si sta svolgendo.
In Marie la strabica, al contrario, la prima e la seconda parte sono i personaggi del romanzo.
Stessa cosa avviene con i capitoli che sono i dettagli che accompagnano il personaggio, il loro bagaglio.
I pasticcini di Fouras, Le comparse di Joinville, La valigia di Marie, La mattina degli uccelli, Le poltrone in giardino… sono tutti denominati in maniera tale che la singola vicenda in essi raccontata si riallacci al titolo (o comunque sveli il suo perché che non viene ben colto nell’immediatezza della lettura).
Non posso dilungarmi molto nell’analisi del romanzo, rischierei di spoilerare il finale. Spenderei solo due parole riguardo all’aspetto prettamente sessuale.
Colpisce molto il gioco di seduzione e l’aura di erotismo che pervade l’intero romanzo, senza risultare volgare. Georges Simenon scelse come titolo del libro Marie qui louche (dal francese: strabico, ma anche sospettoso, losco, dubbioso), come a sottolineare che la vera protagonista della storia è quest’ultima, e non Sylvie. Di fatto, è così; in teoria propenderei col dire che c’è un altro protagonista che persiste in ogni pagina del testo (conferendogli quel fascino che lo rende diverso dalle altre opere dell’autore belga), ed è il seno.
Questo seno magnifico, opulento, sodo, che continua a mantenere intatta la sua bellezza e la sua tonicità anche quando Sylvie raggiunge la soglia dei quarantasei anni, non distoglie nemmeno per un secondo l’attenzione del lettore sullo svolgersi della vicenda. Persino quando Sylvie tituba se buttarsi giù dal letto o restare a poltrire annegata tra le coperte, la sua sensualità è ravvisabile sotto le lenzuola, oltre la sottoveste, e sotto la vestaglia (senza che l’autore ce lo faccia vedere, solo immaginare).
Questa femminilità è sottolineata in molti passaggi del libro: il seno si scorge da sotto la sottoveste quando, durante una delle conversazioni a letto con Marie, Sylvie si tiene sollevata con un braccio poggiato sul materasso (“Caspita se aveva un bel seno”, è il pensiero di Marie quando la guarda), quando le si apre la vestaglia il giorno in cui Robert viene a farle visita per metterla al corrente della proposta dei Besson affinché lei rinunci al testamento, oppure – scena di forte impatto – quando si affaccia alla finestra per notare che Marie ha lasciato accesa la lampada e, come gesto impulsivo, quasi un istinto di protezione o di difesa, si stringe il seno sinistro "tanto da conficcarsi le unghie nella carne."4

Questo suo lato di femmina, tuttavia, resta sospeso nell'aria anche - e soprattutto - quando sono gli uomini a guardarla (Louis, Clément, Robert, Omer), c’è persino chi si sbilancia chiedendole se può toccarlo.
Il seno ha dunque una collocazione (dominante) nel romanzo, come se fosse un personaggio a sé stante.
Non manca poi il lato introspettivo dei soggetti coinvolti nella narrazione, che è uno degli aspetti di punta della scrittura di Simenon. I suoi personaggi non sono mai ben delineati, mutano a seconda delle circostanze e sulla base delle scelte che si trovano a dover compiere, al lettore non è mai dato comprendere fino in fondo chi ha di fronte perché colui che sta parlando può improvvisamente avere “un colpo di testa” e cambiare le sorti senza alcun preavviso, imboccando un binario diverso da quello di partenza.
Insomma, tutto molto reale.
Del resto, a quanti di voi è capitato nella vita di esser convinti di conoscere una persona, magari proprio quella che vi sta più vicino, per scoprire tutto ad un tratto che non la conoscevate affatto?







¹ cit. dal testo.
² cit. dal testo.
³ cit. dal testo.

cit. dal testo.

Autrice : Carla Iannacone | Categoria : Recensioni