Charlie Brown

"Solo gli imbecilli non hanno dubbi"
"Ne sei sicuro ?"
"Non ho alcun dubbio!"
(Luciano De Crescenzo)


Per Gaza (scendere in campo)





Ci sono giorni in cui non hai voglia né di dire né di scrivere niente.

Ci sono giorni in cui non hai voglia nemmeno di pensare.

Ci sono giorni in cui hai voglia di stare in pace con te stessa (pace?), spegnere il cervello e fare tutto quello che si fa – o il niente che si fa – quando si interrompe la corrente.

Dopo quello che sta succedendo tra Israele e la Palestina, dopo gli scontri, gli scioperi, le petizioni, i messaggi, le manifestazioni per fermare il massacro e lo sterminio di un popolo (quello palestinese) non me la sono sentita di scrivere. Scrivere cosa poi?

Qui si sta alzando la voce, i toni dei cori di protesta aumentano di volume ogni giorno e si continua a far finta di niente. Quasi come se la Palestina fosse già cancellata.

Perché?

Perché tutta questa indifferenza? Questo odio? Possibile che la lotta per il Potere giustifichi l’uccisione di un individuo, di un bambino? A prescindere da quelle che possono essere le ragioni politiche, religiose, economiche, personali, insomma a prescindere da qualsiasi motivo che spinga un uomo a lottare per il suo credo o un suo ideale… perché la corsa per la sua meta deve comportare il sacrificio umano?

Non ho mai capito le ragioni di una guerra. Noi – per meglio dire quelli della mia generazione – che la guerra l’abbiamo studiata in classe dietro ai banchi di scuola non sappiamo nulla di cosa sia una guerra, e quando dico che non sappiamo nulla non intendo lo studio mnemonico degli avvenimenti che si sono succeduti nei secoli, no… intendo che non sappiamo niente dell’orrore che ti entra in casa e nella pelle, si infila nei tessuti sottocutanei, muscolari, ti sgretola le ossa, ti fa scoppiare il cuore, ti manda in corto circuito il cervello e ti spezza i nervi corrodendo l’anima.

Ma una persona quante lacrime può versare in una vita e quanto dolore è costretta a sopportare?

Chi non si è mai trovato a vivere simili circostanze, chi non ha mai incontrato il Dolore (non quello della semplice bua per un ginocchio sbucciato o per un mal di testa, e nemmeno la bua che ti fa correre in ospedale), non ha mai dovuto affrontarlo, non potrà mai capire cosa sta soffrendo il succube schiacciato dal suo territorio.¹

Ora mi chiedo: i governanti (i nostri ma anche quelli di altri Paesi del mondo) hanno anche loro famiglia, sono anche loro degli esseri umani, hanno tanto, molto di più rispetto alle altre persone – dalle cui tasse sono sorrette – possibile mai che sono immuni dal sentimento d’amore, di commozione, di affetto, di bene, di tenerezza? Anche loro sono sposati, hanno un compagno o una compagna, dei figli, dei parenti, degli amici, sorelle, fratelli… che fanno? Si “scannano” in casa? Si guardano in faccia quando sono a tavola per il pranzo o la cena?

Vanno a passeggiare nei giardinetti, a comprare un gelato, a farsi un giro sulle giostre? Organizzano pic nic con gli amici, una pizzata, una gita al mare…? Insomma fanno tutte quelle cose normali che si addicono ad un individuo?

È vero, è gente di autorevolezza, svolgono lavori di una certa responsabilità, le cui decisioni hanno un gran peso, ma sempre esseri umani sono! Non sono divinità (anche se si sentono molto dèi e dee, è questo il Guaio, sigh!) che possono decidere chi deve vivere e chi no (ma chi gliel’ha conferito questo potere? Dove hanno preso l’abilitazione a giudicare, a decidere?).

Hanno natura umana, mortale – con un inizio e una fine – non natura immortale e universale. Non è la carica che autorizza ad avere poteri illimitati sino ad ammettere l’omicidio, in una società civile poi (dove mi devo sentir dare pure lezioni di etica e buone norme di comportamento)! Che razza di consuetudine è questa?

Ci sono giorni in cui non mi va di riflettere, non mi va di guardare, di ascoltare, ma solo di intraprendere itinerari non ancora scoperti.

Ci sono giorni in cui non mi va di vedere il marcio, la sporcizia, la decomposizione del mondo. Allora mi siedo e leggo (illudendomi di scendere alla fermata prenotata su questo grande autobus in movimento che è il pianeta Terra) per uscire dal mondo e dimenticarmi di lui per un’oretta o due. Mi illudo, appunto, convinta di isolarmi quando sono più dentro di quando ne ero fuori (bel tentativo di fuga!). Al termine del viaggio sono più confusa ma anche col bagaglio stracolmo di roba. Esploderà prima o poi, penso, come salterà la mia testa.

Fin quando la testa salta di contenuti e sostanza manco niente è, la faccenda si fa complessa quando nella valigia uno non ci mette che lo stretto – strettissimo – necessario e se ne va in giro con le pezze e i buchi del baule che, al capolinea, diventa bauletto perché la roba che aveva disposto dentro alla partenza se l’è persa per strada e non l’ha più ritrovata.

Ogni cosa però, come sempre, ha dei pro e dei contro. Quello che viaggia con la valigia leggera starà meglio perché se la trascina per le vie, le piazze e gli incroci senza percepire il “peso” del contenuto della valigia, e quindi fa meno fatica a portarsela; ma non avrà portato con lui nessun ricordo, nessun odore, nessun colore, nessuna fantasia. Dimenticherà presto le persone che ha incontrato durante il percorso perché non ama fare conversazione con nessuno, non è interessato al paesaggio fuori dal finestrino, o alla forma di un fiore, di una nuvola, di una pozzanghera, non gli piace sobbarcarsi di tante masserizie. Per questo viaggia con un bagagliaio ridotto al bisogno.

Di contro, quello che viaggia con la valigia con un carico che si fa sentire e fa dolere le braccia, le gambe, le spalle, è vero che soffrirà il fardello, tornerà magari stanco per le infinite chiacchierate col vicino di viaggio, col cameriere del ristorante, con uno sconosciuto, con un cucciolo di cane, col venditore ambulante, col clochard che dorme in un vicolo tra due palazzi, con un dottore, ma avrà recato con sé tanti piccoli souvenir (pezzi) del mondo. Soprattutto avrà avuto contatti con una variegata cerchia di persone che lo hanno aiutato e accompagnato nei suoi passi.

Qual è alla fin fine lo scopo del viaggio se non quello di conoscere nuovi posti e nuove ricchezze? Se il programma è sempre lo stesso (stessa città, stesso albergo, stessa stanza, stesse persone, stesso mezzo di trasporto, stesso menu, stessi monumenti, stessi rituali ecc.), che senso – e gusto – ha il viaggio?

Sono da poco tornata a me stessa dopo essere stata un topo, un gatto, un verme, un boa constrictor, un’ape, un gabbiano, un corvo, un cavallo, un mulo, un cane, una zanzara, un coniglio, un orsetto lavatore, una mosca, una larva, una coccinella, un moscerino… sono stata tanti animali e tante bestie, e la crudeltà a cui ho assistito e che ho ascoltato tra questi “pari”, per quanto spietata e crudele essa sia, non regge nessun confronto con la ferocia e la brutalità della Bestia Umana. Nessun paragone, credetemi.

Quello che ho visto supera ogni immaginazione, ogni invenzione, ogni costruzione narrativa, ogni fantasia. Non è fantascienza, non è umano (non so più neanche cos’è umano e non conosco più la definizione del lemma perché un conto è la designazione, un altro conto è la corrispondenza reale della cosa alla designazione), va oltre i limiti dell’impossibile.

Prendere consapevolezza del fatto che il mondo che ho testé visitato non è una qualunque storia letteraria o un intreccio narrativo ma è quello che sta realmente succedendo nello Stato della Palestina, e che è successo tantissime altre volte nella Storia, mi rende incredula, incredula, incredula di tanto Orrore, mi lascia senza fiato e mi indigna come mai è successo in vita mia.

Non è più possibile protrarre quest’inferno, logorare il tuo vicino. Non si possono anteporre le cose alle persone, il Potere e il Sopruso all’Amore e alla Carità, il Male al Bene, la Violenza alla Libertà, la Discriminazione all’Uguaglianza. Che posto è questo? Dov’è la logica? Il criterio? La ragione? Cosa porterete con voi nella tomba? Con che coraggio riuscite a guardarvi allo specchio e ad accarezzare i vostri figli con le mani sporche di sangue?

Dio me ne guardi bene dal farmi diventare un politico (sempre ammesso che Dio esiste visti gli avvenimenti e, se esiste, è megghj ka n g fa vde’)², ma come si fa ad essere senza cuore nella monopoli del massacro?

Eppure c’è chi pensa che esiste la Componente Umana, che la gente, indifferentemente dai suoi natali, disponga ancora di un briciolo di umanità.

È il tema del prossimo capitolo.







¹ Ha visto solo metà dell’universo chi non ha mai visitato la Casa del Dolore . (R.W.Emerson)

² Trad.: è meglio che non si fa vedere. “Io non so se Dio esiste, ma se non esiste ci fa una figura migliore”(cit. Stefano Benni).

Autrice : Carla Iannacone | Categoria : Riflessioni