Charlie Brown

"Solo gli imbecilli non hanno dubbi"
"Ne sei sicuro ?"
"Non ho alcun dubbio!"
(Luciano De Crescenzo)


Tesori nascosti




Come ormai sapete ho il vizio di leggere quelle che sono le principali notizie del giorno, e non nego che quando lo faccio utilizzo lo smartphone soffermandomi sugli articoli che più calamitano la mia attenzione grazie anche al titolo di apertura del pezzo. Quello di questa volta è molto bello.

Non è un vero e proprio articolo, è un breve, brevissimo racconto ricco di immagini, suggestioni ed emozioni.

La penna del trafiletto del giornale narra di un episodio avvenuto nella sala d’attesa di una clinica. Probabilmente la giornalista si era recata per eseguire dei controlli di routine, questo non è specificato, fatto sta che ad un certo punto siede accanto a lei una signora anziana che, più che una donna in avanti con l’età, sembra una bambina dolce e indifesa e forse pure con qualche problema di memoria o altro. La “bimba” prende come spunto della conversazione con la sua vicina di seduta un’intimazione colta dalla telefonata della giornalista col marito, al quale ricorda di dare da mangiare ai gatti. «Io ho cinque gatti» le dice questa strana figura un po’ angelo, un po’ personaggio uscito da una favola, un po’ donna fata/saggia dagli strani poteri. Strani perché è in grado di mettere in atto un incantesimo che strega sia chi scrive l’articolo e sia chi lo legge dall’altra parte del foglio.

Tra le due ha inizio così un fitto interloquire dove si parla di niente e di tutto. Il dialogo è una passeggiata in mezzo alle strade di una città che cela segreti e meraviglie, a volte camminano in un punto dove il sole le accarezza, altre volte devono spostarsi stringendosi sul marciapiede consentendo a quella stella in cielo solo di sfiorarle, oppure devono accostarsi al muro di un palazzo che ruba loro la luce che, solo fino a qualche istante fa, le scaldava col suo tepore.

Improvvisamente il paesaggio cambia quando la “fatina” decide di svoltare nei vicoli della cittadina dove il sole non batte mai; alzando gli occhi si può intravvedere solo un piccolo fazzoletto di cielo adagiato sui tetti delle case con le antenne delle televisioni che fanno a gara a chi buca più nuvole. Sembra di essere in un’altra zona della città, non sembra neanche più quella che hanno lasciato alle spalle da quando la piccola donna l’ha presa per mano e ha chiesto alla signora di seguirla in quel dedalo di vicoli e vicoletti. Tra quegli edifici tutto muro e pietre, con pochi portoni, alcuni in disuso e non più aperti chissà da quanto tempo e le finestre con le cancellate in ferro come gabbie per uccellini, fa anche freddo. La signora non ha idea di dove voglia portarla la fatina, si fida del suo intuito però, quindi continua ad accompagnarla nei crocicchi dell’istmo. Con stupore si rende conto che dentro quelle mura, in quel buio e in quel silenzio, c’è un tesoro che non avrebbe mai immaginato di poter trovare, addirittura più bello di tutte le meraviglie che hanno incontrato alla luce del sole. Ma, soprattutto, che la città non è quella delle strade, delle piazze, dei mercati, delle fontane e delle ville: la città è dentro gli abitanti e alle voci delle mura degli edifici ombrosi che parevano popolati solo da fantasmi.

L’aneddoto appena citato ha delle similitudini con un episodio vissuto dalla sottoscritta accaduto l’anno scorso.

Mi trovavo a Napoli e quel giorno dovevo fare ritorno col treno dalla città partenopea alla mia stazione di destinazione. Era una mattina di inizio settimana e i vagoni del regionale si riempirono presto per smistare i passeggeri tra le fermate dei vari paesi della provincia. Ad un tratto una signora che era appena salita mi chiese se era libero il posto accanto al mio. La feci sedere e, mentre cercavo di darle spazio per non arrecarle disturbo e per far sì che stesse più comoda possibile, cominciò a intavolare una conversazione dove mi rivelò che doveva prestare attenzione all’uso del braccio destro in quanto aveva avuto un incidente casalingo che le aveva causato un brutto trauma alla spalla. La signora non poteva sollevare più di tanto il braccio come prima dell’infortunio, non poteva più svolgere i lavori domestici come li svolgeva prima, né caricarsi di buste della spesa, non doveva sforzarsi a stirare, fare movimenti bruschi e repentini oppure assumere posizioni scomode a letto o quando era seduta in poltrona o sul divano.

Insomma, prendendo come scusa la sciagura che le era capitata, per tutto il viaggio da Napoli (dove si recava una/due volte a settimana per aiutare la figlia con i bambini) ad Afragola (dove poi è scesa) mi raccontò un po’ la storia della sua vita. Come facilmente intuibile, la signora era vedova e quel che è peggio è che quando successe l’incidente, causato da una brutta caduta in bagno, era sola in casa. Da quanto mi raccontò mi accorsi che, sì, mi trovavo davanti ad una donna sola, ma allo stesso tempo era una donna forte e coraggiosa, e con quello stesso spirito portava avanti tutti i giorni della sua vita da quasi sessant’anni. C’era molta solitudine dietro quella facciata, anche se la signora non dava a vederla – e non perché non volesse essere commiserata – era tutto sommato serena, appagata della sua vita semplice, da pensionata, con l’unico lusso di poter stare con i nipoti e la figlia in quelle occasioni della settimana.

Badate bene che la signora non disse e né fece nulla per infastidirmi: fui io a voler approfondire il racconto ponendole delle domande che non scavassero troppo nella sfera personale lasciando a lei la libertà di parlarne oppure di tacere. La conclusione fu che quel giorno la signora aveva trascorso un viaggio tranquillo su un sottofondo di una piacevole chiacchierata, e io mi ero sollevata un po’ con lo spirito.

In buona sostanza, non avevo fatto altro che leggere un gioiellino di racconto.

Autrice : Carla Iannacone | Categoria : Storie di libri e di teatro