Charlie Brown
"Solo gli imbecilli non hanno dubbi"
"Ne sei sicuro ?"
"Non ho alcun dubbio!"
(Luciano De Crescenzo)
Da alcuni mesi mi capita di prendere in mano vecchie letture per annegare in vecchie storie. È un’abitudine che in questo 2025 mi ha accompagnata più di altri anni, forse perché – come ho già sottolineato più di una volta – il mercato editoriale non offre più quella gamma di prodotti di buona qualità riempiendo gli scaffali di storielle, storiucce, storiacce e storiette, romanzi triti e ritriti con le stesse trame, gli stessi intrighi, le stesse ambientazioni, gli stessi personaggi, lo stesso tutto. Un’alternativa è data dalla saggistica, ma uno che fa? Si mette a leggere esclusivamente saggi?
E poi non è detto che anche quelli non trattino discorsi già affrontati o di cui si discute tutti i giorni: la guerra, l’intelligenza artificiale, le lotte di classe e di potere, le relazioni sociali, il bullismo, la violenza di genere, come sfondare in ambito professionale, chi sono gli influencer di oggi o cosa significa essere genitori oggi (e tanto altro). Per carità, su queste tematiche cose da dire ce ne sono sempre tante. Il fatto è che sono stanca. Ho la testa carica di parole, parole, parole, parole… e siccome di parole ne ascolto tante ogni giorno – un’infinità rispetto alla ridottissima misura di tempo che viene dispensato per recepirle e assimilarle – è forte il bisogno di prendere le distanze da tutta questa quantità, che non porta a nessun arricchimento se non a una sensazione di pochezza e depauperamento interiore.
Che sensazione strana quella di sentirsi pesanti e, al contempo, vuoti.
(Mumble… mumble).
È pesante persino pensare.
(Mumble…mumble).
Sto cercando di capire la ragione per cui, tra l’ampia scelta dei libri che ho a disposizione da rileggere, il mio desiderio sia ricaduto proprio su Tre passi per un delitto, un romanzo scritto a sei mani.
Nulla di nuovo, beninteso. Un giallo. Un poliziesco. Un thriller. Stessi personaggi (un commissario, una vittima, un colpevole, dei sospettati), stessa ambientazione (ville di lusso, terme, cene di gala, ricevimenti, sedi di lavoro situate in palazzoni che colano opulenza da tutte le parti in pieno centro città), stessa trama (adulterio, tradimenti, passioni, gelosie) stesso iter investigativo.
Una cortesia: sollevatemi dall’onere di presentarvi gli autori del romanzo. Sono penne abbastanza note nel panorama letterario, non c’è bisogno pertanto che vi metta al corrente chi sono oppure che perda tempo a sciorinare l’elenco delle opere che li hanno portati al successo. Non finiremmo più. Andiamo al sodo.
La ragione, dunque. Stavo riflettendo sulla ragione o, se vi piace, sulla scelta inconsapevole e istintiva che mi ha portata a sfogliare di nuovo le pagine di questo romanzo tra i tanti.
Potrei rispondere dicendo che uno dei personaggi del testo (il presunto assassino?), Marco Valerio Guerra, è stata una delle mie tre opzioni quando mi sono trovata a dover scegliere un monologo da portare come saggio finale del corso di dizione a cui mi ero iscritta due anni fa, oppure perché il romanzo pur essendo un thriller – e quindi qualcosa di già visto e già letto – ha un suo fascino grazie all’ingegno, all’inventiva, e alle capacità di costruire trame e intrecci degli autori ormai collaudate da tempo e che (è risaputo) non possono che rivelarsi una garanzia sempre e comunque non sbagliando mai un colpo, o ancora perché c’è un personaggio (o più di un personaggio) che mi attira più di altri rispetto a quelli incontrati sino ad ora nei libri, oppure perché il mio stato d’animo di questo periodo mi suggerisce di buttarmi su un determinato genere di lettura, oppure vattelapesca cos’altro ancora.
Ma potrebbe anche essere niente di tutto ciò. Potrebbe essere che vi ho ingannato e basta, che ho scritto tutte queste cose tanto per scrivere, che le ho scritte per divertirmi un po’ con voi, per prendervi in giro (o per prendermi in giro), chi lo ha detto in fondo che chi scrive dice sempre la verità? Ma davvero siete convinti che chi sta dall’altra parte è sempre sincero con voi e che non vi stia prendendo per il lato B in nome di chissà quale sano (o pervertito) narcisismo?
A rileggermi mi sembra di essere proprio uno dei personaggi di Tre passi per un delitto.
Marco Valerio Guerra. Il cognome già dice tutto.
Un viscido. Una serpe. Un manipolatore. Un affabulatore. Un uomo incapace di provare sentimenti, questo almeno fino alla soglia dei settantuno anni d’età, fino a quando non incontra lei. Giada.
Giada Colonna è il nome della vittima. Una giovane artista ed ex gallerista d’arte che viene trovata morta nel suo appartamento nella città capitolina.
Buon per lui che alla fine il Sentimento sia riuscito a smuoverlo! È chiaro di cosa sto parlando, no? Dell’Amore. Alla fine il vecchio si innamora. Mi stavo preoccupando.
(Mumble…mumble).
Beh, anche qui non c’è bisogno di tante spiegazioni del perché di tanta apprensione. È un personaggio inusuale tra quelli che siamo abituati a vedere nei libri di de Giovanni (è lui a dargli voce nei capitoli del libro), cioè non che soggetti così non ve ne siano tratteggiati nelle sue storie, ce ne sono a bizzeffe, solo che i suoi protagonisti – Ricciardi, Sara, i Bastardi – sono dei guerrieri (da Guerra è naturale che mi venga di dire guerrieri), li combattono questi personaggi perché sono la specie peggiore che esiste sulla Terra.
Allora perché sono rimasta così attratta da un personaggio così negativo come Marco Valerio Guerra? Non ho una risposta a questa domanda. So solo che è strano. Molto strano se si considera che le mie preferenze sono orientate su tutto ciò che non è Marco Valerio Guerra.
Quasi lo adoro.
Come ho adorato e adoro Anna Carla Santucci in Guerra (di nome e di fatto), la moglie di Marco Valerio (che a darle voce in capitolo è Cristina Cassar Scalia).
Un piccolo spoiler per chi non ha letto il libro: la donna non gode di grande “considerazione sentimentale” da parte del Guerra, nel senso che non gliene può frega’ de meno se la ama o no o se lei lo ama o non lo ama, ma assurge ad eccellente compagna di vita solo sotto un profilo strettamente professionale (opportunistico) e al ruolo sociale che ella può rivestire nel giro della gente che conta (pensate ‘n po’ che tipo ‘sto Guerra! V’o’ raccomanno!).
Naturale quindi che un tipo così non possa che suscitare una certa antipatia. Manco a di’ che è bono o affascinante: è basso, tarchiato, pelato, l’unica nota positiva è che ha gli occhi grigi (beh, almeno questo)… allora perché tutto questo magnetismo?
Dirò di più. Fino a quando si manteneva entro la linea del punto di non ritorno (o punto di rinc***********o) mi andava a genio, oltrepassata la linea del rinco-from-disco-to-disco non mi è più piaciuto. E questo è strano, vedete.
Strano che lo dica Charlie Brown¹.
Perché è nel momento dell’attraversamento – e quindi della trasformazione, della metamorfosi, della catarsi di Marco Valerio – che viene fuori l’Umanità di cui da sempre sono a caccia e mi nutro dentro e fuori il mondo dei libri. Lui la definisce “crepa”, quel che ha mandato in frantumi la sua determinazione. Ecco, la vita di Marco Valerio si divide in due momenti: il primo afferente alla Determinazione, il secondo afferente alla Crepa.
Quando al corso di dizione ci venne chiesto di portare un testo in forma di monologo perché dovevamo leggerlo in Teatro durante lo spettacolo di chiusura, fui molto indecisa su cosa lanciarmi. Partita con un soliloquio della Littizzetto estrapolato da Madama Sbatterfly (ed. Mondadori 2012) fui subito invitata, neanche senza tante cerimonie o garbo, ad orientarmi su altro. Dovetti quindi rivedere del tutto le mie preferenze, leggerle ad alta voce, provare come mi stavano addosso.
Chi di voi ora non penserà “Vabbè, ma dovevi solo leggere mica dovevi recitare?”. È vero. Dovevo solo leggere. Non recitare. Ma un minimo di interpretazione la devi pur dare al testo, coinvolgere il pubblico che viene a vederti e ad ascoltarti, far capire di cosa stai parlando o chi sta parlando. Va da sé, quindi, che non puoi leggere un testo mono-tono come se stessi leggendo il vangelo secondo Luca davanti al leggio sull’altare della chiesa, devi dargli un certo ritmo, una certa tensione, devi solleticare l’immaginazione di chi ti sta seduto di fronte. Cominciai così in prima battuta con un pezzo di Lettera a un bambino mai nato di Oriana Fallaci (che scartai subito), seguito dall’ultima parte del primo capitolo di Marco Valerio Guerra.
Andai nel panico.
Fui presa dal terrore perché, allora, non me lo sentivo bene. Provai e riprovai, ma niente. Non mi calzava affatto. Non era la mia taglia, non era il mio personaggio, non era la mia voce quella. Troppo dolce, troppo calma, troppo delicata, troppo generosa, troppo aperta in confronto al personaggio che dovevo far conoscere al pubblico degli spettatori.
Marco Valerio è un uomo astuto, uno stratega, uno che guarda tutti dall’alto in basso, uno che giudica, che scarta, che prende quel che gli serve, un pescecane, una persona senza scrupoli, un opportunista, che finge quando è il caso di fingere, un camaleonte, uno disposto a passare pure sul corpo dei suoi genitori pur di ottenere quello che vuole. Per interpretarlo dovevo guastarmi.
E io non ci riuscivo. Era troppo per me.
A distanza di soli due anni, riaffacciandomi su quel libro che lessi qualche mese dopo la sua uscita (l’anno di pubblicazione è il 2020), l’ho riletto ad alta voce.
Non mi è costato alcuno sforzo, la mia voce si è adattata da sola alla sua voce. O forse è il contrario. Marco Valerio ha avuto la sua catarsi e io ho avuto la mia.
Sarebbe stato meglio se avessi scelto (il monologo di) Anna Carla al suo posto, la figlia di Remo Santucci. Il re dei cessi. E non solo perché abbiamo due cose in comune (il nome e il doppio nome, anche se il mio è più lungo. E qui mi viene una battuttaccia “meglio lungo che corto”, e vabbè… era tanto per stemperare un po’ il registro dell’articolo).
Per quanto anche lei…
Sono due persone complementari Anna Carla e Marco Valerio, un ottimo assortimento (è forse lei la mano omicida?). Lui la descrive come una donna bella, colta, intelligente, ma relegata sempre al ruolo di “accessorio”. Accessorio della casa, accessorio dell’ufficio, accessorio nelle relazioni sociali, accessorio della sua famiglia, accessorio delle amicizie. E pensare che lei – un tipetto niente male – lo ha pure amato e lo ama ancora (nonostante la schifezza d’uomo che è).
Il romanzo comunque lo ricordavo bene. Ricordavo bene l’incipit e ricordavo bene il finale. Mi ero persa qualche passaggio, ma la storia la rammentavo perfettamente. Tutta per intero.
Anche questa cosa di ricordare le trame dei libri dall’inizio alla fine non è così semplice. Voi riuscite a ricordare tutti i libri che avete letto nella vostra vita? Tutti tutti? Io non credo. Ci restano scolpite solo le storie che ci hanno sedotto maggiormente, solo quelli sono i libri che ricordiamo e che ci portiamo dentro per sempre. E sono i romanzi migliori. Tutto il resto – perdonate questo slancio di opinione – è robaccia.
A differenza di Marco Valerio la crepa di Anna Carla mi è piaciuta tantissimo. La si intravvede nell’ultimo capitolo, dove il commissario Davide Brandi (delineato da un esperto Magistrato con anni ed anni di esperienza e una lunga carriera alle spalle nel campo del diritto qual è Giancarlo De Cataldo) ha la certezza di aver individuato il vero colpevole che ha messo fine a uno splendore di bellezza e cotanta giovinezza come Giada Colonna. Una crepa che, in raffronto con quella del marito, ha tutte le ragioni di esistere, che ammette qualsiasi giustificazione.
Quella crepa si palesa alle spalle del commissario nel bel mezzo di una conversazione che avrebbe il solo scopo di chiarire alcuni aspetti emersi nel corso dell’indagine sull’omicidio della ragazza. In quel preciso istante quella donna forte, che nulla sembra scalfirla, che ha sopportato tutto e tutti, genitori, amici, parenti, conoscenti, assistenti, dipendenti, che per quarant’anni ha tollerato le scappatelle e assecondato tutti i capricci del marito e la sua totale indifferenza verso il loro unico figlio, ha ingoiato rospi e rospi, Anna Carla “la roccia” si spacca.
Ho apprezzato moltissimo la caratterizzazione che le ha donato la Cassar Scalia. A dispetto dell’opinione comune di tutti gli uomini, Anna Carla dimostra che è una Donna con gli attributi sotto la gonna e che non è da meno del marito. Guai a sottovalutarla. Quando vuole, l’ “accessorio” sa essere molto pericoloso.
Chi è quindi l’assassino? E se fosse il commissario Brandi?
¹Riferito non al personaggio dei Peanuts creato da Charles Monroe Schulz.