La settimana scorsa, almeno dalle mie parti, c’è stata una tregua dal caldo torrido. Questo però non mi ha impedito di continuare a dormire con le finestre spalancate dato che la temperatura interna del mio appartamento aveva raggiunto i 31 gradi. Beandomi della frescura tornata a farci respirare – e soprattutto a dormire – mi sono messa a letto tutta entusiasta. E avrei dormito anche divinamente se non fosse stato che alle ore 3.34 in punto del mattino vengo svegliata da un canto che aveva tutta l’aria di essere una specie di mantra/litania propiziatoria di buoni auspici.
Per le strade non c’era nessuno, non si sentiva volare una mosca, né si sentiva il frinire delle cicale o dei grilli. Neanche le auto passavano, nessuna gazzarra a disturbare il sonno di una piccolissima fetta di umanità.
Ad un tratto si ode questa voce (maschile) che, pian piano, aumenta sempre più di intensità e squarcia la quiete di una sera d’estate. Le parole articolate sono incomprensibili, ma la melodia è molto bella. Trasmette un senso di pace e serenità.
Poi, così come è arrivata, la voce scompare assottigliandosi nel buio della notte e continuando a sparpagliare la sua scia lattiginosa per le vie, le piazze e i vicoli della città. Torna il silenzio, un silenzio di cui mi servo per scolpirmi il suono della melodia in testa nella vana speranza di riuscire a ricordarmela il mattino seguente che è alle porte.
Difficile da realizzarsi anche perché, tempo dieci minuti, e giungono due o tre cretini o forse anche più (o disgraziati, che dir si voglia) in sella alle loro moto e motorini impegnati in una gara di rally, guarda caso sempre nelle ore in cui la gente, stanca dal lavoro e dalle fatiche quotidiane (e d’estate anche dal caldo che prosciuga tutte le energie), ha una dannata voglia di riposarsi.
L’episodio che ho appena raccontato mi ha portato a fare una considerazione.
È quasi certo che la voce che aveva intonato quella melodia – alle 3.34 del mattino – appartenesse ad uno straniero che passeggiava per le strade in ora notturna, stante la mia difficoltà di riuscire a comprendere il testo di quella nenia. Un canto – torno a ribadire – molto bello, molto dolce e forse anche un po’ mesto ma che, nel complesso, diffondeva un’aura di spiritualità, di condivisione, di amicizia e di fratellanza (forse uno di quei canti appartenenti alla razza o alle tradizioni di un popolo che si tramanda di generazione in generazione).
La nota stonata sta nella circostanza che quel canto venisse salmodiato alle 3.34 del mattino, ora in cui – torno sempre a ribadire – la gente (normale) dorme.
Ora, il discorso immigrazione lo avevo già affrontato un anno fa a proposito di un ragazzo di origini extraeuropee che aveva bisogno di cure mediche, quindi il mio pensiero sul tema l’ho già espresso. Il fatto esposto poc’anzi è l’ennesimo pretesto di cui mi avvalgo per avvalorare la tesi già sottolineata in passato, e cioè: che per quanto il ragazzo avesse una bellissima voce, per quanto avesse interpretato una bellissima litania (tanto da volermela fissare in testa per conservarmela il giorno dopo), per quanto non avesse nessuna cattiva intenzione di recare disturbo ma anzi, sperando di fare una cosa gradita allietando il sonno dei suoi fratelli con una tenera ninna nanna (e magari pregando anche per loro perché il senso del testo sembrava quello di una preghiera), resta il fatto che cantava a squarciagola alle 3.34 del mattino (ho controllato l’ora sul cellulare poggiato sul comodino accanto al letto) in un momento in cui non si sentivano sbattere manco le ali dei moscerini, e in cui si sperava, finalmente, di riuscire a dormire dopo i 40 gradi dei giorni scorsi senza svegliarsi al mattino come zombie e co’ tanti di quei fastidi le cui ripercussioni si sarebbero fatte sentire sul collega a lavoro di lì a qualche ora.
Senza contare che già ci bastano e c’avanzano i disturbi e i casini provocati dai nostri cretini (quelli appartenenti alla razza italica, tanto per capirci).
Mi chiedo dunque, ma se la strada che è stata intrapresa nei confronti di questa povera gente non porta ad alcun beneficio ma anzi, reca solo (più) sciagure a loro e a noi in termini di economia e di sicurezza… perché non si pensa ad un cambio di rotta?
Che vuol dire non buttarli fuori o buttarli a mare come se si giocasse a mosca cieca (ndo cojo, cojo; tu sì e tu no perché quello mi sta antipatico e tu simpatico), ma esportare la nostra cultura nel loro Paese e nei loro territori, investendo risorse, tempo e denaro aiutandoli a migliorare le loro condizioni di vita e di civiltà.
Mi rendo conto che anche questa soluzione non è che sia proprio una passeggiata, servono molti molti fondi, oltre ad una ampia partecipazione e collaborazione incondizionata, attiva e volontaria senza alcun fine di lucro da parte di tutte le potenze occidentali; però se il denaro pubblico speso in tutti questi anni – tanto denaro – è stato sprecato senza un nulla di fatto concedendo bonus, case, sussidi, asilo, assistenza gratuita nei tribunali ecc., ecco se magari questo denaro fosse stato utilizzato per costruire scuole, ospedali, centri di aggregazione, biblioteche, e tante altre cose utili a combattere malattie come la malaria, l’ebola o per bonificare terreni, fiumi, paludi (sono solo esempi eh) insomma non dico che avremmo risolto la situazione, ma almeno avremmo posto le basi per migliorare davvero le condizioni di vita di un po’ di gente.
L’ idea è quindi quella di dirozzare il loro modo di vivere e di pensare alla maniera paleolitica, in modo da consentir loro un’evoluzione e una crescita culturale che si appiani al costume e allo stile di vita occidentale.
Quello che sta accadendo è esattamente il contrario. Sempre più spesso, per non dire tutti i giorni – almeno nella città in cui attualmente vivo (siamo i Numeri Uno per la cronaca nera d’Italia) – si assiste a fenomeni di violenza, di abusi, di furti, risse e omicidi (metà di questi riguarda assassinii di donne), gran parte per mano di extracomunitari. Ma questo non è nulla in confronto al deplorevole “spettacolo” ambulante che i cittadini sono costretti a sopportare davanti ai loro occhi, ovvero del marito padre padrone che si atteggia a capo supremo e che porta a spasso la compagna, moglie e madre, nonché schiava di lui e dei figli come un cane al guinzaglio, costretta ad ubbidire ai suoi ordini senza alcun diritto di replica (e guai se si azzarda a togliersi il velo dalla faccia). La scena è questa: lui davanti, lei dietro con al seguito i ragazzini, il passeggino, la spesa, altro bagaglio che funge da “accessorio” alla allegra passeggiata di famiglia, i maschi liberi di vestire come vogliono al contrario di lei che è coperta da capo a piedi senza che si possa scorgere una striscia di pelle (e con 40 gradi all’ombra).
Essendo una città che conta un numero di abitanti suppergiù pari ai centocinquantamila (misti tra italiani e stranieri) è facile che questi scenari siano all’ordine del giorno, come è diventato ormai “naturale” finire in prima pagina sui giornali per risse, violenze e, malauguratamente, per femminicidi.
Qual è l’origine del problema?
Ormai sono tanti anni che queste persone sono radicate nel territorio divenendone parte stessa, ma solo per ciò che attiene alla loro presenza. In quanto al processo di integrazione, condivisione, adattamento, commistione, fusione, sono rimasti esattamente dove erano anni fa quando sono sbarcati sulle coste dell’Occidente. Il cambiamento è avvenuto solo nel passaggio da un continente all’altro, tutto il resto è rimasto uguale (modo di pensare, modo di vivere, modo di vestire, modo di gestire la famiglia, concezione del matrimonio e approccio con il sesso femminile). Se c’è stato un avanzamento o una progressione socioculturale riguarda solo la parte più piccola della fetta della torta; la parte più grande è il nodo da sciogliere per risolvere la drammatica situazione in cui imperversiamo – da cui sembra non ci sia via d’uscita – e che continua a creare disagi, sentimenti di odio, razzismo, insicurezza, disgusto per chi è diverso, e chi più ne ha e più ne metta.
Si parla tanto di politiche di immigrazione, ma nessuno che affronti il tema dell’esportazione culturale finendo con l’importare quella che è la “cultura” orientale (che, a parere di chi scrive, ha portato e continua a portare solo sopraffazione e ad immillare l’odio tra la gente e le classi sociali, fomentate dalle polemiche dei giornalisti in merito alle iniziative legislative e governative dello Stato).
Insomma, a trovare una soluzione che metta tutti d’accordo – e che faccia stare tutti, ma proprio tutti bene – non siamo proprio capaci. O forse perché risolvere non conviene a nessuno.
Se avessimo un mondo dove tutto filasse liscio e dove non si ha più nulla di cui sparlare e per cui fare polemica, cosa dovremmo inventarci per passare il tempo?
9.07.2026