«Ma benedetta ragazza» alzasti di poco anche tu il tono della voce «e sai quante persone al mondo passano un periodo uguale al tuo se non pure peggio, e quel che è peggio pure tutti i giorni? E non è possibile che devi lamentarti sempre di tutto! E ora è la signora Pontuti che si diverte a buttare dal balcone la spazzatura dall’ottavo piano, e ieri era il parrucchiere che ti ha sbagliato il taglio dei capelli, poi c’è Titti che non ti ha ringraziato neanche con una pizza l’ultima volta che le hai offerto ospitalità a casa, per non parlare dell’ultimo paio di scarpe che hai acquistato – pagate un occhio della testa – e che, hai scoperto troppo tardi, ti vanno strette. E poi ancora il ragazzo della pubblicità che ti vuole far sottoscrivere chissà quale contratto per l’acquisto dei libri online, e la tua fiction preferita in tv che te l’hanno spostata dal martedì al venerdì e il venerdì non puoi vederla perché sei al laboratorio di scrittura, quell’altro insulso del tuo compagno di università che ha preso trenta e non ha spiccicato nemmeno una parola mentre tu hai risposto a tutto e ti hanno dato ventisei, e la vecchia al supermercato che ti passa davanti alla cassa, e la cacca che non riesci a farla…»
«Che c’entra ora la mia stipsi?»
«C’entra, c’entra»
«E comunque l’ho fatta la cacca stamattina»
«Ooooh, sia lodato il cielo» e alzasti gli occhi alla volta celeste.
«E sempre sia lodato» ti feci eco.
Chissà come sarebbe finita quella conversazione se non avessero suonato alla porta. Ci guardammo in faccia appena udimmo il trillo del campanello.
«E adesso chi è?» domandasti.
«E chi vuoi che sia? Quella scassaca…»
«Ehi!» mi rimbrottasti con lo sguardo.
«…mbrella⁸ del piano di sotto. Quella pure ‘n altra è: “Signorìììì! E smettetela di camminarmi coi tacchi sopra la testa!” come se stessi con le décolleté ai piedi acca ventiquattro»
«Andiamo ad aprire va’, che è meglio».
Ci dirigemmo alla porta e aprimmo. Ci trovammo di fronte un ragazzo sui vent’anni, di media statura, non troppo magro e nemmeno troppo in carne. In testa calzava un berretto e aveva una bic nera dietro all’orecchio. La divisa non lasciava spazio a dubbi (gialla e blu) così com’anche il pacco delle lettere che reggeva in mano.
«Buongiorno» salutasti per primo. Il postino, dopo essersi accertato di aver raggiunto l’effettivo destinatario della busta, s’affrettò a comunicarci che c’era una raccomandata da firmare.
«Eh, qua siamo» gli dicesti ad ulteriore conferma.
«Di che si tratta?» domandai sospettosa.
«Una multa» rispose quello.
«Una multa????»
«Così sembra, signo’⁹»
«Signorina» lo correggemmo all’unisono.
«E vabbè nun ve ‘ncazzate»
«La perdoni, è che non sta passando un buon periodo» ti affrettasti a scusarti col ragazzo.
«Eh, sapeste io… ieri mi hanno tamponato sul raccordo anulare, stamattina ho litigato con la mia ragazza, c’ho pure i turni doppi da fare a lavoro e mi devo pure togliere un dente del giudizio che chissà quanto mi verrà a costare»
La tua espressione fu eloquente quando ti girasti a guardarmi sulla soglia della porta dove eravamo rimasti, come a dire “Che ti ho detto poco fa?”.
«Scusi ma lei come è entrato?» chiesi al postino.
«Ho trovato il portone aperto, ho domandato al tizio che stava uscendo dov’è che abitavate ed eccomi qui. Mettetemi una firma qua» mi rispose il ragazzo, porgendomi la penna.
«Lucia’…» cominciai con tono lamentoso.
«Dai che poi passa» tronca fu la tua risposta.
«Ieri sera l’ho vista in tv» s’intromise quello rivolto questa volta a te mentre io gli firmavo la mia condanna e lui mi porgeva la raccomandata «complimenti per il suo intervento, sempre ricco di spunti di riflessioni interessanti. Ma lo sa che ho tutti i suoi libri? Li ho letti tutti, dal primo all’ultimo, se sono riuscito a prendere il diploma al liceo è stato grazie a lei che mi ha salvato in corner. Avevo quattro in filosofia»
«Se posso dare un contributo all’umanità sono sempre lieto di farlo, grazie a lei per l’apprezzamento al sottoscritto»
«Dotto’ je posso chiede’ ‘n autografo?»
«Lucia’!»
«Guagliunce’¹⁰ oggi non è giornata, casomai ripassa un’altra volta» esortasti il “boia” con un cenno della mano in segno di fuga mentre iniziavi a chiudere la porta.
«No guai a lei se passa di nuovo da queste part…».
Di nuovo soli, all’interno delle mura di casa, cercasti di far tornare la quiete.
«Pure la multa ci mancava, non ce la faccio più di tutta questa sfiga che mi piove addosso! Io proprio non ce la faccio» mi lamentai buttandomi a sedere sul divano.
Squillò il telefono.
«Oddio un’altra disgrazia…!» ricominciai la nenia guardandoti con occhi impauriti.
«E poi quello esagerato sono io. Stai facendo una tragedia per cose da niente, e poi chi ti dice che sia una disgrazia? C’era una volta un contadino cinese al quale era scappato un cavallo. Tutti i vicini cercarono di consolarlo, ma il vecchio cinese, calmissimo, rispose: “E chi vi dice che sia una disgrazia?” Accadde infatti che, il giorno dopo, proprio il cavallo che era fuggito ritornasse spontaneamente alla fattoria, portandosi dietro altri cinque cavalli selvaggi. I vicini, allora, si precipitarono dal vecchio cinese per congratularsi con lui, ma questi li fermò dicendo: “E chi vi dice che sia una fortuna?”. Alcuni giorni dopo, il figlio del contadino, cavalcando uno di questi cavalli selvaggi, cadde e si ruppe una gamba. Nuove frasi di cordoglio dei vicini e solito commento del vecchio cinese: “E chi vi dice che sia una disgrazia?”. Manco a farlo apposta, infatti, scoppiò una guerra e l’unico a salvarsi fu proprio il figlio del contadino che, essendosi rotto una gamba, non era potuto partire per il fronte. Come vedi, quello che in un primo momento può sembrarci nefasto può nascondere delle conseguenze positive assolutamente inaspettate»¹¹
Rincuorata dalle tue parole, alzai – cautamente – la cornetta del telefono che era sul mobile accanto al divano e risposi con un sussurro.
«Pronto?»
La voce all’altro capo della linea mi rivelò la sua identità.
«È tua figlia» ti informai porgendoti la cornetta riacquistando in un battibaleno il mio aplomb.
Anche tu cambiasti lesto tono ed espressione, perdendo l’aura di leggerezza e umorismo che avevi mantenuto sino a quel momento e lasciando il posto a un sentimento a cui ancora oggi non riesco a dare una definizione.
«Passamela di sopra».
Ed eri già sparito, salito su nel tuo studio.
“Ecco” pensai “adesso deve passare Natale prima che scenda di nuovo giù. Quando Paola chiama, non c’è più per nessuno”.
Paola De Crescenzo. L’inavvicinabile. L’intoccabile. La gara persa in partenza.
La donna con la quale è sempre stato impossibile fare un paragone perché per te era impossibile anche solo pensare di fare un paragone con le altre donne o qualsiasi altra figura femminile del passato e del presente. Paola vinceva su tutti, su tutte le donne e su tutti gli uomini. Non esisteva nessuna all’infuori di lei. Il tuo grande amore, l’amore della tua vita. Per sempre.
Ebbi tutto il tempo di aprire la raccomandata e di scoprire quale infrazione avevo commesso, al termine feci uno spuntino e infine sfogliai i giornali che avevi lasciato sul tavolo del salone (tra cui il Corriere della Sera) e di dara una lettura veloce alle notizie. Dopo una buona mezz’ora tornasti di sotto.
«Mi spieghi una cosa?» ti domandai mentre sgranocchiavo un pacco di crackers «Perché leggi tutti questi quotidiani e non uno soltanto? Tanto le notizie sempre quelle sono, mica cambiano da un giornale all’altro»
«Hai ragione, le notizie quelle sono e quelle restano. Cambia il punto di vista di chi scrive, però».
(to be continued)
7.04.2026
⁸ Scassambrella in gergo napoletano è una rompiscatole.
⁹ Signo’ è la contrazione del sostantivo signora.
¹⁰ Trad.: ragazzino, giovincello.
¹¹ La favola del contadino cinese è tratta da Il caffè sospeso di Luciano De Crescenzo, Mondadori Editore 2015.