Charlie Brown
"Solo gli imbecilli non hanno dubbi"
"Ne sei sicuro ?"
"Non ho alcun dubbio!"
(Luciano De Crescenzo)
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Forse dovremmo parlare delle cose
che ci fanno paura. Imparare a leggere
la vita, dici, ma forse neanche tu
ci credi. Il fiato all’alba scivola caldo
sulle lenzuola, mentre sinuose le curve
del corpo seguono la linea del pensiero.
I vetri appena bagnati nascondono
un’altra verità che giochi a indovinare,
nell’arte di un’infantile gioia.
Quante persone andranno oggi? Chi avrà
paura, chi spavento? E un angolo,
poi l’altro, tutto nasconde un inganno.
Ti dici sorpresa ancora, di tanta inquietudine.
Ma come negarsi al giorno? Non vedi,
anche noi siamo, camminando,
l’incognita. Anch’io potrei, per chi non so,
voltare lo sguardo, fare un inganno.
(Nicola Bultrini, I fatti salienti NordPress Edizioni 2007)
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Tu non ti preoccupare.
Eh già, la facevi facile. Mi preoccupavo eccome, e mi preoccupo anche adesso che sono passati (quanti?) anni da allora.
I tempi sono cambiati. I fatti, le persone, gli affetti. Sono cambiati i sentimenti. Alcuni sono maturati, altri sono rimasti tali e quali.
E sono cambiata io. O forse no, sono sempre la stessa. Solo con qualche capello bianco e qualche ruga sottile sulla faccia (“Non dire stupidità”, “Ma quali stupidità?”), e meno male che quelle sono appena visibili e non sono come i solchi che ho nel cuore che non vede mai nessuno.
Tu non ti preoccupare.
Eh già, io non mi devo preoccupare. Non dovevo farlo quella volta e non lo devo fare neanche adesso perché tanto ci sei sempre tu a coprirmi le spalle, anche quando a rispondermi è solo il silenzio.
Ci sei sempre quando è il dubbio a bussare dietro la porta, la decisione che devo prendere davanti a un bivio, un’altra sfida che devo combattere, una nuova paura da sconfiggere, espormi ad un coraggio che non ho mai avuto.
Tu non ti preoccupare.
Ché tanto ci sono io a farti scudo, a difenderti, a proteggerti. A metterti addosso una coperta quando senti freddo, ad ascoltare il tuo dolore dall’altra parte della parete. Ci sono io a vegliare su di te, a suggerirti dove devi andare, quale verbo scegliere, che fiore cogliere, eccetera eccetera.
Tu non ti preoccupare.
Se ti senti stanca, se non hai voglia di parlare, se sei stressata o se sei arrabbiata. Sistemo tutto io, penso a tutto io. Faccio tutto io. Non darti cattivi pensieri. Andrà tutto bene.
Tu non ti preoccupare.
Se ti senti battere forte il cuore. Se ti fa male il cuore. Se è stato spaccato, se ti è stato strappato, se premono troppo le emozioni, se lo senti troppo piccolo per contenere tutto l’amore che provi. Io la mano non te l’ho mai lasciata.
Tu non ti preoccupare.
Quando non sai dove sbattere la testa. Se ti senti di morire, se ti sembra di non essere mai all’altezza, se hai paura di ferire, di disturbare, di lasciarti sfuggire una parola di troppo, se hai paura di lasciar perdere e se hai paura di perdere. Se hai il timore di sporgerti con il muso sopra il burrone, di guardare oltre lo specchio, oltre il vetro, oltre il buio e oltre la nebbia; se ti viene da piangere, se ti senti tremare le ossa, se ti senti tremare la terra.
Tu non ti preoccupare.
Io non ti lascerò andare. Io non ti avrò dimenticata. Ci sarò sempre. Anche quando non mi vorrai, anche quando mi avrai gettato in pasto ai lupi, quando ti sarai stancata di me. Quando penserai che me ne sono andato e ti ho abbandonata, io ci sarò sempre perché tu non sia mai sola. Perché non sei sola. Non ti preoccupare.
Fidati di me.
Era accaduto di nuovo, e tutto perché ti avevo dato retta. Giurai solennemente di non farlo mai più, tanto con te si rischiava solo di inguaiarsi e di fare la figura della scema. Chi se ne importava cosa pensavano gli altri, eh già (“Ma che te ne importa a te?”).
Un altro ballo, un altro ricevimento. Stessa storia, stesso copione. Stessa reverenza, stessi ossequiosi inchini, stesse deferenti distanze.
Io e il mio succo di frutta, io e il mio posto. Non presente a me, non presente agli altri. Non sapevo più se ero fatta di carne e ossa, se mai ero esistita, se esistevo (e se esistevo, in che forma esistevo agli altri?).
«Stavolta mi sente» borbottavo tra me e me, tra l’avvicendarsi dei balli in sala eseguiti sempre alla stessa maniera dalle coppie che si destreggiavano sul pavimento lucido e maestoso, pregustando un’altra delle mie sfuriate al ritorno a casa.
Di colpo quelle belle statuine smisero di trascinarsi da una parte all’altra del salone puntando lo sguardo alla porta spalancata che immetteva nella sala. Un nugolo di invitati si era radunato lì davanti ma tutte quelle teste ricche di sofisticate acconciature, tutti quei corpi trattenuti in ampie gonne, stole, tulle, smoking, cravatte e papillon mi precludevano la vista, incapace di rendermi conto di cosa aveva attratto così tanto la loro attenzione.
Avanzai quel tanto che mi concedeva il poco spazio a disposizione, scuotendo la testa a destra e a sinistra, abbassandomi e rialzandomi sulla punta delle scarpe infilando gli occhi negli spiragli che si creavano tra persona a persona. Poi quel mare di folla si convinse ad aprirsi in due spartiacque e a formare al centro un corridoio che mi permise finalmente di scoprire la ragione di tanto scalpore.
In giacca e pantaloni neri, farfallino abbinato, camicia bianca e scarpe da tennis dello stesso colore, i candidi capelli pettinati all’indietro, la barba fresca di rasatura, ti facevi avanti sorridente salutando e porgendo la mano a quanti ti reclamavano. Tra una battuta e l’altra, uno scambio di parole, un abbraccio, un inchino e un baciamano non avesti nemmeno il tempo di guardare di fronte a te. Ti voltavi prima da un lato, poi dall’altro e quando per poco i tuoi occhi sorvolavano tutte quelle teste, quelle braccia, quelle mani, quei profumi, venivi subito riportato senza scampo in mezzo a quel clamore e al bisogno di chi ti circondava di essere parte di te e di ingraziarti. Solo l’intervento dei padroni di casa riuscì a riportare all’ordine gli ospiti pregandoli di lasciarti respirare e farti godere la festa.
Tu eri a tuo agio, non sembravi turbato né infastidito da quell’ “assalto”.
Ero in fondo al corridoio umano quando mi vedesti. Il cuore aveva preso a ballarmi prima ancora che lo facessero le gambe e i piedi.
Ti avevo osservato con gli occhi colmi di amore stringere le mani, elargire sorrisi e buone parole. La rabbia e l’orgoglio che m’abitavano dentro fino a pochi minuti fa li avevo cancellati in un batter d’occhio.
Tu non ti preoccupare.
Avevi tenuto fede alla promessa.
Mentre mi venivi incontro gli altri ti facevano largo per farti passare. Ti fermasti solo quando fosti a meno di un metro di distanza da me. Abbassai gli occhi e li rialzai. Sorrisi stringendo le spalle, vergognandomi di ciò che avevo pensato di te fino a poco prima che onorassi il pubblico della tua presenza.
«Milady» allungasti un braccio affinché ti tendessi la mano per posarvi sopra un leggero bacio e chiedere «posso avere l’onore di danzare con lei?»
«Con molto piacere Milord».
E così danzammo. Il resto della serata se ne andò così, ballando quasi tutto il tempo con gli altri invitati che facevano altrettanto intorno a noi. Esaurito l’entusiasmo per la tua comparsa, nessuno badò più a noi. Ognuno si rifugiò nella propria monade, intrecciato al suo cavaliere o alla sua dama, chiusi nei loro discorsi, presi dalle loro occupazioni, rigidi nelle proprie vanità e ritrosie.
Di tanto in tanto mancavo un passo, ti pestavo un piede ma tu eri pronto a riportarmi a tempo. Inciampavo, e mi veniva naturale aggrapparmi a te per paura di cadere. Incespicavo, e ti veniva naturale sorreggermi quando accadeva. Ridevamo come due matti, incuranti del giudizio di tutti i presenti in sala. Fu la serata più bella di tutta la mia vita, fino a quel momento.
«Lucià»
Più tardi, quando finimmo, ti presi in disparte. Stavi sorseggiando un bicchiere di champagne ed eri concentrato in una conversazione con un gruppetto di tre invitati. Ti scusasti con gli oratori per quella breve defezione e ci appartammo in un angolo della sala.
«Mi sa tanto che ce ne dobbiamo andare»
«Ti sei stancata?»
«No è che… ho rotto un tacco della scarpa e non posso più né ballare e né camminare»
Alzasti un sopracciglio divertito.
«E questo è un bel guaio».
Non colsi l’ironia.
«Eh. E mo’? Come facciamo?»
«Aspettami seduta, io vado a dire a Mrs. B. e a Mr. I. che domani mattina abbiamo un appuntamento che non possiamo assolutamente disertare e che io me n’ero dimenticato, e per questo ci tocca abbandonare il ricevimento. Quando torno da te con la scusa di aiutarti a metterti il cappotto tu ti alzi, te lo infili e quando hai finito ti metti subito sottobraccio a me e usciamo. In questo modo nessuno si accorgerà del piccolo incidente che ti è occorso»
«Va bene».
Allacciata al tuo braccio riuscii a non zoppicare. Nessuno sospettò nulla quando ci congedammo distribuendo sorrisi a destra e a manca.
Tornammo a casa sani e salvi, tacco a parte. Avevo l’orlo dell’abito scucito, i capelli flosci e disordinati e avevo perso anche un orecchino.
«Ti sei divertita?»
«Tantissimo. Si vede eh? Guarda in che condizioni sono» mi tolsi la scarpa integra e quella senza tacco e feci una giravolta su me stessa così che ti rendessi conto in che condizioni era il mio aspetto «ho perso qualche paillettes, ho scucito il vestito e ho perso pure un pendente. Sarà stato mentre ballavamo»
«Non è stato mica un paio di orecchini a metterti in luce».
Ti guardai dal riflesso dello specchio, alle mie spalle.
«Hai fatto bene ad indossare le scarpe da tennis, la prossima volta le metto anch’io. Mi fanno male i piedi a furia di stare su questi trampoli, ho sempre trovato molto scomode le scarpe col tacco»
«Perché le calzi allora?»
«Mia madre. Dice che quello che veste alla fin fine è la scarpa, e che bisogna saperla abbinare alla mise. Se vesti elegante non puoi andartene in giro con le scarpe da tennis, con le ballerine o con le scarpe senza tacco, dài l’impressione di una persona sciatta e fuori posto. Non ho mai capito se questa sua fissazione le derivi da una deformazione professionale³ o perché ha sempre sofferto di un complesso di inferiorità dovuto alla sua bassa statura… a me non è mai importato nulla essere piccola e minuta. Mi è sempre sembrato che volesse trasferirmi questo suo senso di inadeguatezza come una sorta di ereditarietà. Figuriamoci, ne ho già tanti di complessi di inferiorità! Questo è l’unico da cui vado esente e lei cerca in tutti i modi di appiccicarmelo addosso. Da oggi cammino scalza, ti dà fastidio?»
«Fai come ti senti di fare senza dar retta a nessuno, nemmeno a me. Se vuoi truccarti truccati, se ti vuoi mettere i tacchi anche quando cucini mettiteli. Se vuoi stare in minigonna o in pigiama non ti fare problemi a indossarli, o se ti va di andare dal parrucchiere tutti i giorni vacci. Decidi tu come sentirti bella».
Mi spiai allo specchio e scoppiai a ridere.
«Sono indecente»
«Se vuoi li ricompriamo gli orecchini»
«Non hai capito Lucià» non riuscivo a trattenermi «Scusa… oddio scusa…» avevo le lacrime agli occhi.
Intanto mi guardavi in silenzio, aspettando.
«Macchissenefrega degli orecchini e di tutti gli altri orpelli!» ti dissi quando riuscii a smettere ancora piegata in due dalle risate.
«Ma non sei tu quello che dice che quello che conta è altro?»
19.12.2025
(Fine sesta parte)
³ Sarta, cucitrice, ricamatrice.
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Nella foto la copertina dell'albo (fonte: sito ufficiale di Diabolik)
Sono tanti gli episodi de Il Re del Terrore in cui i bambini sono i protagonisti, in genere sono delle povere vittime usate a scopo di ricatto/estorsione.
Per citarne solo alcuni ricordiamo Angoscia (albo n. 9 del maggio 1966) dove per la prima volta fa la sua apparizione la piccola Bettina, un personaggio che ritorna più volte nelle storie diaboliche tanto che la casa Astorina le ha dedicato un volume a parte (Una bimba di nome Bettina, Collana I Classici marzo 2001), Infame ricatto (albo n. 2 del marzo 1993), Un piccolo imprevisto (albo n. 8 dell’agosto del 2002), La sposa in bianco (albo n. 9 del settembre 2004), La scelta di Altea (albo n. 9 del settembre 2023), Giovani vittime (albo n. 1 del gennaio 2025).
La storia di Tragico rapimento rientra nel girone degli episodi sopra citati.
La vicenda ruota attorno al rapimento di un bambino in cui il terribile criminale si imbatte casualmente. Durante un colpo Eva viene scoperta e arrestata e Ginko non tarda a prendere precauzioni nel caso il compagno tenti di liberarla. Diabolik non sa infatti dove l’ispettore l’ha tradotta, i giornali non hanno fatto trapelare nessuna notizia al riguardo; potrebbe pedinare Ginko o disseminare cimici negli uffici del commissariato di polizia ma il rischio che il poliziotto lo scopra è alto. Decide allora di sostituirsi al Ministro della giustizia.
Si reca quindi sotto il palazzo di fronte a quello del Ministro e con la scusa di essere un venditore di piante chiede al portiere chi abita all’ultimo piano del condominio. Lo scopo è quello di prendere il posto del proprietario per spiare l’abitazione di fronte, raccogliere informazioni su dove possa esser stata portata Eva e studiare mosse e movimenti del Ministro, ma si trova davanti a uno scoglio: la proprietaria è Luisa Marvel, una ex attrice di teatro che non dà confidenza a nessuno perché vive col terrore dei ladri e men che mai si sognerebbe di aprire la porta di casa a chicchessia. L’unica occasione per agganciarla è incrociarla nel momento in cui esce per fare la sua solita passeggiata quotidiana. Diabolik decide di fare comunque un tentativo.
Dopo una ricerca in emeroteca, il giorno seguente trova il modo di avvicinare l’attrice fingendosi un suo vecchio ammiratore e la invita a cena fuori. Al ritorno trova una scusa per salire a casa sua, narcotizzarla e spiare il condominio di fronte dove abita il Ministro. Dopo aver addormentato la Marvel con un sonnifero che fa scivolare in un bicchiere di whisky, nel puntare la macchina fotografica sulla finestra dell’altro palazzo Diabolik si accorge che è in corso il rapimento di un bambino, e che i criminali sono penetrati nell’appartamento (che si trova sopra quello del Ministro) calandosi con un elicottero dalla terrazza.
A questo punto il Re del Terrore si rende conto che non potrà più seguire il piano originario di sostituirsi al Ministro perché a breve il palazzo pullulerà di poliziotti. La sua prima reazione è quella di esser colto dalla disperazione di non poter trarre Eva in salvo, ma quando scopre la notizia del rapimento del piccolo Luca Elker dai giornali un nuovo piano comincia a delinearsi nella sua testa. La soluzione prevede di rintracciare i colpevoli, salvare il bambino dalle loro grinfie e barattarlo con la polizia in cambio della liberazione della sua compagna.
Ad aver ideato il rapimento del piccolo Luca, figlio del ricco industriale Mario Elker, sono stati i tre camerieri del conte Lanzer, proprietario dell’elicottero privato di cui si sono serviti i tre per calarsi nell’appartamento degli Elker.
Diabolik approfitta delle indagini che si stanno svolgendo nella città di Clerville per rintracciare i responsabili del sequestro, la polizia sta interrogando tutti i soggetti che detengono un elicottero o ne sono i proprietari, così, fingendosi un poliziotto, entra nel castello del conte Lanzer (che si è dovuto assentare per alcuni giorni e ignaro che i suoi servitori sono, in realtà, persone senza scrupoli e avidi di denaro) trovandosi a tu per tu con i colpevoli del rapimento e, con uno stratagemma, riesce ad ingannarli e a liberare il piccolo nascosto in uno scantinato. Al termine, alza l’apparecchio del telefono per avvisare Ginko che Luca Elker è insieme a lui ma succede che il bambino, di spalle a il Re del Terrore, si ferisce a una mano giocando con un posacenere di porcellana. Appena si rende conto di quanto è accaduto Diabolik lo trascina immediatamente in macchina con sé per portarlo all’ospedale più vicino e farlo curare. Luca è emofiliaco, e se non gli viene prestata subito l’assistenza necessaria rischia la morte.
Una tavola dell'albo: disegni di Sergio Zaniboni
Giunto in nosocomio, Diabolik lo affida agli infermieri e scappa prima che si accorgano che lui non è Peter Lang, il cameriere del conte Lanzer, di cui ha preso il posto.
Il giorno appresso la notizia che un individuo si è presentato in ospedale portando in braccio Luca Elker è su tutti i quotidiani e fa il giro di tutte le stazioni radio. Tutti sanno che ad aver salvato il figlio degli Elker è stato Diabolik poiché la sera prima è stato lui a mettersi in contatto con la polizia e barattarne lo scambio con la liberazione di Eva: valutando e apprezzando il gesto di umanità del criminale nei confronti di un bambino (soprattutto se si tiene conto che dall’altra parte c’è in gioco la vita di Eva), gran parte della popolazione di Clerville si schiera a suo favore chiedendo la liberazione della sua compagna.
Se il Ministro della giustizia è disposto ad “accontentare” – solo per questa volta – il criminale visto quanto è successo e grazie al suo aiuto la polizia è riuscita ad arrestare i colpevoli, Ginko è di tutt’altro parere. Diabolik è e resta un criminale che si è macchiato di delitti orribili, i sentimentalismi non lo dispensano dalla condanna per le azioni passate e presenti poste in essere e contrarie alla legge.
Diabolik apprende le dichiarazioni dell’ispettore dai giornali. È angosciato e tormentato, questa volta per Eva (e per lui) è davvero la fine.
Davvero?
Tutte le storie riservano un colpo di scena finale. Tragico rapimento non fa eccezioni.
17.12.2025
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"Ogni tanto mi pongo qualche domanda facendo ricorso
a quella dialettica greca che tanto detestavi.
Per esempio, se si assume per vera la premessa che quando si perde qualcosa
se ne guadagna un'altra,
io che ci ho guadagnato perdendo te?
E cosa ci guadagnerò ora perdendo il mondo visibile?"
(Han Kang, L'ora di greco Adelphi Editore 2023)