"La distanza a volte consente di sapere
chi vale la pena tenere
e chi vale la pena lasciare andare".
(Lana Del Rey)
11.06.2026
Charlie Brown
"Solo gli imbecilli non hanno dubbi"
"Ne sei sicuro ?"
"Non ho alcun dubbio!"
(Luciano De Crescenzo)
"La distanza a volte consente di sapere
chi vale la pena tenere
e chi vale la pena lasciare andare".
(Lana Del Rey)
11.06.2026
Accedi o Registrati per commentare l'articolo
Corriere della Sera. Articolo a firma di Aldo Grasso.
La nota penna del quotidiano, che si occupa di recensire ed esprimere opinioni – molto garbate, questo bisogna precisarlo – sui programmi in onda in TV, questa volta si è soffermato ad elaborare alcune riflessioni sulla parola credibilità, rendendoci edotti anche sull’origine della parola, e lo ha fatto citando lo chef pluristellato Antonino Cannavacciuolo che ha prestato il suo volto per la campagna pubblicitaria di un supermercato.
Non tiriamola troppo per le lunghe, due sono le cose che si chiede il giornalista. La prima (che è più una curiosità): se lo chef in questione davvero approvvigioni la sua cucina dei prodotti del grande magazzino di cui è testimonial; la seconda è se la credibilità preservi ancora il suo significato semantico che ha appena spiegato nel paragrafo che precede il quesito de quo.
Anche questa volta Aldo Grasso è stato breve, chiaro e conciso nel suo articolo (è una dote che gli apprezzo tantissimo, vorrei emularlo ma non ci riesco) andando dritto al punto. E il punto è che ormai è norma che l’utenza confonda la visibilità con la credibilità.
Basta piazzarle davanti agli occhi un volto amatissimo e il successo di quel prodotto o di quello slogan è assicurato, con buona pace e soddisfazione da parte del committente e del portafoglio del testimonial.
Alt. Non è un puntare il dito nei confronti dello chef Cannavacciuolo, né mi permetterò mai di denigrare o biasimare il Grande Capo Chef di cui sono sua grandissima fan – il mio giudizio qui è di parte, quindi sono la meno adatta a esprimere opinioni per dire cosa è giusto e cosa è sbagliato oppure cosa fare o non fare – però anch’io due cose le voglio dire.
La prima è la stessa curiosità che ha assalito l’autore dell’articolo, e quindi mi domando se veramente Cannavacciuolo faccia rifornimento in quel supermercato; la seconda attiene ad una “traslazione” della riflessione su altri soggetti e, di rimando, ad altri ambiti (per quanto possibile).
Voglio togliere di mezzo il Gigante Buono perché mi rifiuto nella maniera più categorica di credere che si abbassi a certi giochetti di marketing per trarne un profitto, non ne avrebbe neanche bisogno. È come leggere che Mrs Ciccone ha perso abiti e mutande nei camerini e che se li sia andati a riprendere a qualsiasi costo, persino con la forza (ma che? Ha bisogno di recuperare vestiti e perizomi Lady Veronica con gli armadi che ha stracolmi di roba, boa di piume, gioielli, trucchi, parrucche e calzature?)¹. Anzi, secondo chi scrive qualcosa la acquista pure chef Cannavacciuolo in quel supermercato.
Cuoricini/cuoricini/pensavi solo ai cuoricini, cuoricini/stramaledetti cuoricini /cuoricini/persino sotto la notizia casca il mondooooo!!!
Visto? Che vi avevo detto? Sono di parte, è impossibile fare un discorso obiettivo, scevro da qualsiasi considerazione affrancata da simpatie, ammirazione e affetto nei confronti di chef Grande Capo Buono. D’altronde è comprensibile, ho vissuto per venticinque e passa anni con un napoletano, volete che mi metta a parlar male di chef Cannavacciuolo? Ma come si fa? (è da parac*** lo so spostare il discorso su altri soggetti per non parlare male di Antonino solo perché gli voglio bene e mi sta simpatico).
È poi è così pacioccone… ma davvero pensate che non ci rimanga tanto, tanto, tanto male se scopro cose che gli facciano perdere tutta la sua credibilità?
(Nel momento stesso in cui sto scrivendo questo paragrafo mi rendo conto di quanto sia centrato il pezzo di Aldo Grasso e di tutta la potenza racchiusa nella sua riflessione).
Grande Capo… Chef, ve lo chiedo in ginocchio… almeno voi non mi abbandonate… non mi deludete! Non cedete alle lusinghe del Dio Denaro e della Vanity Fair come la maggior parte dei vostri compari che non riconosco più… Resistete!
Scena tratta da Così parlò Bellavista di e con Luciano De Crescenzo
Ma torniamo seri per cortesia e riprendiamo le fila del discorso dove lo avevamo lasciato. Dicevo, devo traslare la medesima riflessione su altri soggetti e su altri ambiti del settore celebrity.
Occorre innanzitutto che confessi che appresso a questi slogan, pubblicitari e non, che hanno per protagonisti i grandi nomi dello spettacolo e della televisione non ci sono mai andata appresso.
Tanto per dirne una (e prima che abbandoni il territorio di chef Cannavacciuolo): negli anni in cui frequentavo l’università andava in onda uno spot che pubblicizzava un famosissimo olio, e il testimonial di quel prodotto era Luciano De Crescenzo. Ebbene, con tutto l’amore, l’immensa stima e gratitudine che nutro per il Maestro non ho mai acquistato il prodotto del marchio che insegnava ad utilizzare in quella réclame associandolo alle pietanze da gustare. La prima volta che lo feci fu quando ormai era passato molto, molto tempo dallo sponsor e l’intellettuale partenopeo non si dedicava a nient’altro che ai propri libri. Solo dopo che mi ritrovai l'alimento nel carrello della spesa mi sovvenne quella famosa pubblicità e, tanto per fare un confronto, comprai anche un altro marchio – altrettanto noto – per capire quale dei due valesse veramente la pena acquistare (avevano più o meno lo stesso prezzo ed erano buoni entrambi).
Stesso discorso vale per il caffè. Circa una quindicina di anni fa mi regalarono una di quelle macchine da caffè tanto in voga in quel periodo grazie alla pubblicità che fioccava a valanghe e che fece raggiungere il massimo delle vendite quando fu scelto, anche qui, come promoter un volto molto noto e amatissimo (soprattutto dalle donne di ogni fascia d’età). Visto il successo, al brand concorse un altro marchio con un altro volto – forse l’unico – in grado di spalleggiare col “rivale”. Lo shopping del primo prodotto aveva raggiunto un potere d’acquisto così esteso tra i consumatori che la cosa mi riporta un ricordo legato all’episodio, e cioè i continui sfottò di mio padre che scherniva la famiglia la quale faceva un uso e consumo spropositato di capsule di quel caffè.
«Voi e tutti gli altri fessi² lo bevete solo perché lo pubblicizza il signor Tal dei Tali e non perché chissà cos’ha di tanto buono ‘sto caffè, è un caffè come un altro».
Per quanto mi riguarda, se mi ero messa a bere quel caffè era solo per togliermi di torno il fastidio di apparecchiarmelo con la classica moka (prendere la confezione di caffè, prendere la macchinetta, svitarla, riempire la base di acqua quel tanto che basta, poggiare il filtro sopra la base, aggiungere il caffè, avvolgere la caldaia col bricco, mettere sui fornelli, accendere il gas e aspettare che esca. Nell’attesa che sia pronto, pulire il piano del tavolo dei grani di caffè che si sono riversati durante la preparazione, asciugare le gocce d’acqua cadute assieme a i grani e, dopo aver spento il gas e sorseggiato il liquido che dovrebbe resuscitarti dal coma o farti digerire dopo il desinare, ripulire il piano cottura dei fornelli – impossibile che non si sia versata neanche una stizza – svitare la moka e sciacquare il tutto), ma devo dare atto che papà aveva ragione. Sì, il caffè in capsule era buono ma mai quanto il caffè preparato con la moka, per non parlare del fatto che, coi mesi, quella mania era diventata una tassa fissa oltre ad essere, in tutto e per tutto, una stupida sciccheria.
E fu così che ritornai alla cara, vecchia e amatissima moka che adopero tutt’oggi (se qualcuno è interessato alla macchina da caffè che non uso più mi contatti che gli faccio un buon prezzo. Assicuro essere ancora in ottime condizioni, sono una che tiene bene le cose).
Questo per dire che tutto ciò che vediamo, che dicono, che sponsorizzano i nostri beneamati beniamini non sempre ha del vero. Il più delle volte sono copioni che recitano per imporre un codice di regole e di pensieri e assoggettare le masse ad una ideologia politica, economica, di mercato, di etica o di religione che le uniformi il più possibile (‘fancina la diversità, la multietnicità e la condivisione della molteplicità di opinioni e costumi).
Vattelapesca – come fa correttamente osservare Aldo Grasso – se poi ci credono sì o no a quello che sponsorizzano e a tutto quello che ci costringono a bere dalle loro labbra (“C’è del marcio in Danimarca? Mah!” si chiedeva, anche, quel gran filosofo³ di Totò nella pellicola di Sergio Corbucci del 1960⁴). L’essenziale è tener viva l’adorazione della folla. Finché ti amano, finché sei tu quello buono, il più bello, il più chiacchierato, il più desiderato, il supereroe, l’integerrimo, il credibile, tutto procede secondo i piani.
Una tavola "diabolika" tratta da Il nemico invisibile, disegni di Flavio Bozzoli
«Essere credibile significa preservare la coerenza tra il dire e il fare, restando onesti e responsabili. Tradire le promesse o mascherare i problemi non solo distrugge ciò che si è faticosamente costruito, ma azzera ogni opportunità futura, provocando fratture insanabili nei rapporti, poiché recide il cordone ombelicale della fiducia» scrive Grasso nel suo articolo.
Converrebbe tenere sempre bene a mente questo assioma, e non solo quando ci troviamo di fronte alle pubblicità commerciali.
Il rischio è quello di fare la fine delle capsule di caffè.
11.06.2026
¹ L’episodio, come tutti ricorderanno, è realmente accaduto alla popstar americana durante il concerto al Coachella nell’aprile di quest’anno, salvo poi scoprire che l’appello pubblicato sui social dalla cantante per riavere indietro i capi d’abbigliamento era dovuto più ad un valore simbolico/affettivo in luogo di quello economico, in quanto facenti parte del suo archivio personale e quindi considerati “pezzi di storia” della sua carriera.
² “Fessi” sta per persone stupide e ingenue.
³ Prestiamo ascolto ai filosofi veri, non quelli che in era moderna si travestono da filosofi.
⁴ Chi si ferma è perduto.
Accedi o Registrati per commentare l'articolo
Dŭbĭto ergo cōgĭto, ergo sum
11.06.2026
Accedi o Registrati per commentare l'articolo
Accedi o Registrati per commentare l'articolo
9.06.2026
Accedi o Registrati per commentare l'articolo
Dicevi che capire il Tempo equivale a capire la vita, e di conseguenza la Felicità.
Dicevi che tutti sono convinti di essere stati felici in passato e che sperano di essere felici in futuro, ma nessuno è in grado di dire se è felice nel momento in cui si pone la domanda, e quindi se è felice nel presente.
Ma cos’è poi questo presente?
Dicevi che se il passato non esiste (come può esistere qualcosa che non è più?) e il futuro nemmeno (come può esistere qualcosa che non è ancora?), come fa ad esistere il presente come separazione tra due cose che non esistono?
Esiste il presente del passato (memoria), il presente del futuro (speranza) e il presente del presente (intuizione). Okay, se lo dici tu va bene. Mi fido di te.
Ho parlato al presente, mi accorgo che devo esprimermi utilizzando un verbo al passato visto che non ci sei più. Che dici?
Secondo il tuo sillogismo sei Memoria. Allora io ti chiedo: se sei Memoria (passato), da qualche parte, in qualche tempo – prima di me – sei esistito; altrimenti, come posso ricordare una cosa che non è mai stata? Ti ho forse sognato?
Ho un problema con i sogni, lo sai. Non andiamo d’accordo. Prima mi veniva facile immaginare, adesso temo non solo di non riuscire più ad immaginare, persino di non riuscire più a vedere. E se non riesco a vedere, come faccio ad immaginare?
Mi sono sempre domandata come fanno le persone cieche dalla nascita ad immaginare: loro il mondo non lo hanno mai visto, lo hanno solo sentito. Ecco, lo sapevo e qui arriviamo a Platone e alla sua concezione del mondo con il Mito della caverna, alla distinzione tra mondo sensibile (l’opinione) e mondo ultrasensibile (Mondo delle Idee), quello della Conoscenza assoluta.
Vorrei partire proprio dal Mito della caverna del tuo caro Platone.
Secondo il discepolo di Socrate – altro filosofo a te caro, più del suo allievo – bisogna immaginare una caverna all’interno della quale vi sono dei prigionieri incatenati mani e piedi sin dalla nascita, finanche collo e testa in modo che non possano compiere movimenti, costretti solo a fissare la parete che hanno di fonte. Alle loro spalle è stato acceso un fuoco e, sempre dietro le spalle dei prigionieri, corre una strada rialzata all’esterno della caverna. E non è tutto.
Tra la strada e gli sventurati posizionati di schiena insiste un muro avanti al quale sfilano alcuni uomini con in mano oggetti di ogni forma e materia. Il passaggio di questi ultimi proietta delle ombre sulla parete, è cioè le uniche cose che è concesso vedere ai prigionieri costretti sin dall’infanzia a stare con le spalle rivolte all’uscita. Una visione distorta, secondo il Mito, dato che le immagini sono confuse e non ben distinguibili.
Sì come queste ombre generano confusione riguardo agli oggetti che stanno sfilando davanti al muro, allo stesso modo se gli uomini che si avvicendano in questo passaggio provassero a parlare i prigionieri penserebbero che l’eco che giunge dentro la caverna è quello delle ombre (e non l’eco prodotto dalla voce degli uomini).
Proviamo adesso ad immaginare che uno di questi prigionieri riesca a liberarsi dalle catene e a uscire fuori dalla caverna. In un primo momento rimarrebbe abbacinato dalla luce del sole e per ripararsi gli occhi sarebbe persino tentato di tornare dentro; poi però, abituatosi alla luce naturale, si renderebbe conto che quello che guardava riflesso sulla parete della caverna erano le ombre degli oggetti, e non gli oggetti stessi. A quel punto, tornato dentro la spelonca, immaginiamo che si metta ad urlare per la sorpresa informando i suoi compagni di sventura di quello che c’è là fuori, e che descriva loro per filo e per segno tutte le bellezze mettendoli al corrente che quel che guardano sono le loro ombre proiettate sulla parete, questi nemmeno gli darebbero retta scambiandolo per pazzo.
Perché?
Perché il mondo che sono costretti a vedere, il mondo che sono abituati a vivere è quello delle “tenebre” dove a far loro da compagnia sono, appunto, esclusivamente le ombre proiettate sulla parete che hanno di fronte. Questo mondo è il “mondo sensibile”, ovvero un mondo basato sui sensi e sulla percezione; quindi fallace, fuorviante.
La Conoscenza sta da tutt’altra parte, è fuori dalla caverna, alla luce del sole dove tutto è perfettamente distinguibile: l’acqua dei fiumi e dei laghi, il prato, gli alberi, i fiori, le montagne, le formiche, le colline; dove la bellezza corrisponde all’Idea di Bellezza – laddove l’Idea è un’entità esterna, unica, immutabile ed eterna – e dove il cielo corrisponde all’Idea di Cielo.
Il mondo delle Idee è il “mondo ultrasensibile”, dove il sole (l’Essere) è la Conoscenza contrapposto alle ombre (il Non Essere) e in mezzo, tra il sole e le ombre, c’è l’Opinione (Apparenza), quello che pensiamo degli oggetti sensibili.¹
Noi siamo opinioni perché il nostro scibile è limitato. Non vediamo le cose come sono ma in base a come le percepiamo.
Qual era la percezione che avevi di te stesso?
Sono ombra, sì sono un’ombra come quelle proiettate sulla caverna del mito di Platone. A giorni alterni mi chiedo se esisto. Faccio fatica a vedermi, allo specchio nemmeno mi guardo. Roba che se mi compare una macchia strana sulla pelle o un neo che non ha le dimensioni o la forma di un neo manco ci faccio caso e lascio che faccia il suo corso, come fanno i capelli da un paio d’anni.
Sto facendo i capelli bianchi Professore… o devo chiamarti Luciano?
Ecco che ritorna il concetto del Tempo. Panta Rei. Se tutto scorre, se anche l’acqua di un fiume non è mai la stessa, lo vedi che il Tempo è qualcosa che esiste? Qualcosa che cambia la forma e l’essenza delle cose… qualcosa che ci cambia?
Ricordo che ti guardavi allo specchio e dicevi che non eri più lo stesso. E non sto parlando solo dei capelli che si incanutivano ma anche di qualcosa che avviene all’interno di ciascuno di noi.
«Prof ha visto? Ho studiato anche oggi» ti dicevo dopo aver fatto una giravolta e inchinandomi davanti a te.
«Da quand’è che mi chiami professore? Anzi, prof? Non ti piace più rivolgerti a me chiamandomi col nome di battesimo? E poi cos’è questo “prof”? Non dirmi che anche tu stai prendendo il vizio di parlare come fanno i tuoi compagni usando espressioni, diminutivi e modi di dire in voga tra voi giovani, un idioma che nulla ha a che vedere con l’italiano e con il linguaggio comune»
«Vuoi dire lo slang?»
«E mo’ che è ‘sto slang?»
«L’insieme di tutte le espressioni che differiscono dal gergo, proprio come hai detto tu, ovverosia una lingua alternativa a quella che viene usata dal volgo… dal “popolino” insomma»
«Senti “popolino”, vedi di fare meno la spiritosa»
«Ma se ti ho appena fatto un complimento chiamandoti Prof invece di Luciano! Non fai altro che erudirmi su questo o su quell’argomento, di mettere a tacere una mia curiosità e di stuzzicarmene un’altra…»
«Ma sentila, senti un po’… prima fa la smorfiosa e poi usa vocaboli da intellettuale per darsi delle arie e far vedere che ha studiato»
«E non sei contento scusa? Vuol dire che ti ascolto, apprendo tutte le lezioni che impartisci»
«Ma tu devi studiare per te stessa, mica per me o per fare contenti gli altri. Studiare è tutto a tuo vantaggio, consideralo un gioco a tuo beneficio»
«Ma perché, tu studiare lo consideri un gioco? Io l’ho sempre considerato un lavoro, forse pure di più di un lavoro… un impegno vero e proprio! Il padre di tutti gli impegni»
«E tu per renderlo più leggero fai finta che sia un gioco, in questo modo avrai imparato tante cose e ti sarai pure divertita»
«Lucia’ io mi diverto solo leggendo e ascoltando a te»
«Tu sei un’approfittatrice»
«Perché dici che sono approfittatrice?»
«Perché sai che quando c’è qualcosa che non capisci o quando sei colta da un dubbio sempre a me vieni a chiedere aiuto, ma va bene lo stesso. Sono qui apposta»
«Il fatto è che come le spieghi tu le cose non le spiega nessuno. Ti ricordi quando stavo al liceo? I professori spiegavano la lezione in classe e quando tornavo a casa, al momento di fare i compiti, mi accorgevo di non aver capito nulla. Allora venivo a domandare a te cosa significava questo o quel concetto, oppure di aiutarmi a comprendere una formula matematica o un principio di fisica. Subito dopo, come per magia, ogni cosa mi si era schiarita nella testa: avevo capito tutto Lucia’! Tutta giuliva e fiera di me il giorno dopo mi recavo di nuovo a scuola. Quelli, i professori, riprendevano a spiegare e… non ci crederai mai… io tornavo a non capire più niente. Mi dicevo: com’è che sono di nuovo diventata cretina se fino a ieri mi era tutto chiaro? Allora dàlli, di nuovo da te a prendere ripetizioni. Solo con te riesco a capire bene le cose, ma come fai?».
Una rappresentazione grafica del Mito della Caverna di Platone (fonte: Wikipedia)
(fine prima parte)
9.06.2026
¹ “La conoscenza differisce dall’opinione in quanto la prima vede le cose come effettivamente sono, mentre la seconda le immagina in forma sbiadita e confusa, cioè intermedia tra l’essere e il non essere” (cit. tratta da: Chi non muore si rivede di Paola e Luciano De Crescenzo, Mondadori Editore 2026).