Charlie Brown
"Solo gli imbecilli non hanno dubbi"
"Ne sei sicuro ?"
"Non ho alcun dubbio!"
(Luciano De Crescenzo)
Corriere della Sera. Articolo a firma di Aldo Grasso.
La nota penna del quotidiano, che si occupa di recensire ed esprimere opinioni – molto garbate, questo bisogna precisarlo – sui programmi in onda in TV, questa volta si è soffermato ad elaborare alcune riflessioni sulla parola credibilità, rendendoci edotti anche sull’origine della parola, e lo ha fatto citando lo chef pluristellato Antonino Cannavacciuolo che ha prestato il suo volto per la campagna pubblicitaria di un supermercato.
Non tiriamola troppo per le lunghe, due sono le cose che si chiede il giornalista. La prima (che è più una curiosità): se lo chef in questione davvero approvvigioni la sua cucina dei prodotti del grande magazzino di cui è testimonial; la seconda è se la credibilità preservi ancora il suo significato semantico che ha appena spiegato nel paragrafo che precede il quesito de quo.
Anche questa volta Aldo Grasso è stato breve, chiaro e conciso nel suo articolo (è una dote che gli apprezzo tantissimo, vorrei emularlo ma non ci riesco) andando dritto al punto. E il punto è che ormai è norma che l’utenza confonda la visibilità con la credibilità.
Basta piazzarle davanti agli occhi un volto amatissimo e il successo di quel prodotto o di quello slogan è assicurato, con buona pace e soddisfazione da parte del committente e del portafoglio del testimonial.
Alt. Non è un puntare il dito nei confronti dello chef Cannavacciuolo, né mi permetterò mai di denigrare o biasimare il Grande Capo Chef di cui sono sua grandissima fan – il mio giudizio qui è di parte, quindi sono la meno adatta a esprimere opinioni per dire cosa è giusto e cosa è sbagliato oppure cosa fare o non fare – però anch’io due cose le voglio dire.
La prima è la stessa curiosità che ha assalito l’autore dell’articolo, e quindi mi domando se veramente Cannavacciuolo faccia rifornimento in quel supermercato; la seconda attiene ad una “traslazione” della riflessione su altri soggetti e, di rimando, ad altri ambiti (per quanto possibile).
Voglio togliere di mezzo il Gigante Buono perché mi rifiuto nella maniera più categorica di credere che si abbassi a certi giochetti di marketing per trarne un profitto, non ne avrebbe neanche bisogno. È come leggere che Mrs Ciccone ha perso abiti e mutande nei camerini e che se li sia andati a riprendere a qualsiasi costo, persino con la forza (ma che? Ha bisogno di recuperare vestiti e perizomi Lady Veronica con gli armadi che ha stracolmi di roba, boa di piume, gioielli, trucchi, parrucche e calzature?)¹. Anzi, secondo chi scrive qualcosa la acquista pure chef Cannavacciuolo in quel supermercato.
Cuoricini/cuoricini/pensavi solo ai cuoricini, cuoricini/stramaledetti cuoricini /cuoricini/persino sotto la notizia casca il mondooooo!!!
Visto? Che vi avevo detto? Sono di parte, è impossibile fare un discorso obiettivo, scevro da qualsiasi considerazione affrancata da simpatie, ammirazione e affetto nei confronti di chef Grande Capo Buono. D’altronde è comprensibile, ho vissuto per venticinque e passa anni con un napoletano, volete che mi metta a parlar male di chef Cannavacciuolo? Ma come si fa? (è da parac*** lo so spostare il discorso su altri soggetti per non parlare male di Antonino solo perché gli voglio bene e mi sta simpatico).
È poi è così pacioccone… ma davvero pensate che non ci rimanga tanto, tanto, tanto male se scopro cose che gli facciano perdere tutta la sua credibilità?
(Nel momento stesso in cui sto scrivendo questo paragrafo mi rendo conto di quanto sia centrato il pezzo di Aldo Grasso e di tutta la potenza racchiusa nella sua riflessione).
Grande Capo… Chef, ve lo chiedo in ginocchio… almeno voi non mi abbandonate… non mi deludete! Non cedete alle lusinghe del Dio Denaro e della Vanity Fair come la maggior parte dei vostri compari che non riconosco più… Resistete!
Scena tratta da Così parlò Bellavista di e con Luciano De Crescenzo
Ma torniamo seri per cortesia e riprendiamo le fila del discorso dove lo avevamo lasciato. Dicevo, devo traslare la medesima riflessione su altri soggetti e su altri ambiti del settore celebrity.
Occorre innanzitutto che confessi che appresso a questi slogan, pubblicitari e non, che hanno per protagonisti i grandi nomi dello spettacolo e della televisione non ci sono mai andata appresso.
Tanto per dirne una (e prima che abbandoni il territorio di chef Cannavacciuolo): negli anni in cui frequentavo l’università andava in onda uno spot che pubblicizzava un famosissimo olio, e il testimonial di quel prodotto era Luciano De Crescenzo. Ebbene, con tutto l’amore, l’immensa stima e gratitudine che nutro per il Maestro non ho mai acquistato il prodotto del marchio che insegnava ad utilizzare in quella réclame associandolo alle pietanze da gustare. La prima volta che lo feci fu quando ormai era passato molto, molto tempo dallo sponsor e l’intellettuale partenopeo non si dedicava a nient’altro che ai propri libri. Solo dopo che mi ritrovai l'alimento nel carrello della spesa mi sovvenne quella famosa pubblicità e, tanto per fare un confronto, comprai anche un altro marchio – altrettanto noto – per capire quale dei due valesse veramente la pena acquistare (avevano più o meno lo stesso prezzo ed erano buoni entrambi).
Stesso discorso vale per il caffè. Circa una quindicina di anni fa mi regalarono una di quelle macchine da caffè tanto in voga in quel periodo grazie alla pubblicità che fioccava a valanghe e che fece raggiungere il massimo delle vendite quando fu scelto, anche qui, come promoter un volto molto noto e amatissimo (soprattutto dalle donne di ogni fascia d’età). Visto il successo, al brand concorse un altro marchio con un altro volto – forse l’unico – in grado di spalleggiare col “rivale”. Lo shopping del primo prodotto aveva raggiunto un potere d’acquisto così esteso tra i consumatori che la cosa mi riporta un ricordo legato all’episodio, e cioè i continui sfottò di mio padre che scherniva la famiglia la quale faceva un uso e consumo spropositato di capsule di quel caffè.
«Voi e tutti gli altri fessi² lo bevete solo perché lo pubblicizza il signor Tal dei Tali e non perché chissà cos’ha di tanto buono ‘sto caffè, è un caffè come un altro».
Per quanto mi riguarda, se mi ero messa a bere quel caffè era solo per togliermi di torno il fastidio di apparecchiarmelo con la classica moka (prendere la confezione di caffè, prendere la macchinetta, svitarla, riempire la base di acqua quel tanto che basta, poggiare il filtro sopra la base, aggiungere il caffè, avvolgere la caldaia col bricco, mettere sui fornelli, accendere il gas e aspettare che esca. Nell’attesa che sia pronto, pulire il piano del tavolo dei grani di caffè che si sono riversati durante la preparazione, asciugare le gocce d’acqua cadute assieme a i grani e, dopo aver spento il gas e sorseggiato il liquido che dovrebbe resuscitarti dal coma o farti digerire dopo il desinare, ripulire il piano cottura dei fornelli – impossibile che non si sia versata neanche una stizza – svitare la moka e sciacquare il tutto), ma devo dare atto che papà aveva ragione. Sì, il caffè in capsule era buono ma mai quanto il caffè preparato con la moka, per non parlare del fatto che, coi mesi, quella mania era diventata una tassa fissa oltre ad essere, in tutto e per tutto, una stupida sciccheria.
E fu così che ritornai alla cara, vecchia e amatissima moka che adopero tutt’oggi (se qualcuno è interessato alla macchina da caffè che non uso più mi contatti che gli faccio un buon prezzo. Assicuro essere ancora in ottime condizioni, sono una che tiene bene le cose).
Questo per dire che tutto ciò che vediamo, che dicono, che sponsorizzano i nostri beneamati beniamini non sempre ha del vero. Il più delle volte sono copioni che recitano per imporre un codice di regole e di pensieri e assoggettare le masse ad una ideologia politica, economica, di mercato, di etica o di religione che le uniformi il più possibile (‘fancina la diversità, la multietnicità e la condivisione della molteplicità di opinioni e costumi).
Vattelapesca – come fa correttamente osservare Aldo Grasso – se poi ci credono sì o no a quello che sponsorizzano e a tutto quello che ci costringono a bere dalle loro labbra (“C’è del marcio in Danimarca? Mah!” si chiedeva, anche, quel gran filosofo³ di Totò nella pellicola di Sergio Corbucci del 1960⁴). L’essenziale è tener viva l’adorazione della folla. Finché ti amano, finché sei tu quello buono, il più bello, il più chiacchierato, il più desiderato, il supereroe, l’integerrimo, il credibile, tutto procede secondo i piani.
Una tavola "diabolika" tratta da Il nemico invisibile, disegni di Flavio Bozzoli
«Essere credibile significa preservare la coerenza tra il dire e il fare, restando onesti e responsabili. Tradire le promesse o mascherare i problemi non solo distrugge ciò che si è faticosamente costruito, ma azzera ogni opportunità futura, provocando fratture insanabili nei rapporti, poiché recide il cordone ombelicale della fiducia» scrive Grasso nel suo articolo.
Converrebbe tenere sempre bene a mente questo assioma, e non solo quando ci troviamo di fronte alle pubblicità commerciali.
Il rischio è quello di fare la fine delle capsule di caffè.
11.06.2026
¹ L’episodio, come tutti ricorderanno, è realmente accaduto alla popstar americana durante il concerto al Coachella nell’aprile di quest’anno, salvo poi scoprire che l’appello pubblicato sui social dalla cantante per riavere indietro i capi d’abbigliamento era dovuto più ad un valore simbolico/affettivo in luogo di quello economico, in quanto facenti parte del suo archivio personale e quindi considerati “pezzi di storia” della sua carriera.
² “Fessi” sta per persone stupide e ingenue.
³ Prestiamo ascolto ai filosofi veri, non quelli che in era moderna si travestono da filosofi.
⁴ Chi si ferma è perduto.