Charlie Brown
"Solo gli imbecilli non hanno dubbi"
"Ne sei sicuro ?"
"Non ho alcun dubbio!"
(Luciano De Crescenzo)
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Nella foto, da sinistra verso destra: zia Tina, mia mamma e zio Tonino nella festa dei cinquant'anni di matrimonio di zia e zio
Ho sempre pensato che per scrivere storie gli scrittori prendano spunto da personaggi reali. Alcuni di loro possono diventare i protagonisti del romanzo o del racconto, altri fungono da mere comparse.
C’era uno scrittore (definirlo scrittore è riduttivo) i cui personaggi non solo erano più reali che mai, ma erano i suoi stessi parenti (nel senso che erano proprio i suoi parenti in carne ed ossa).
Siccome questo scrittore l’ho frequentato per venticinque lunghi anni e forse anche qualcosa di più, come si dice? Camminando con lo zoppo si impara a zoppicare. E io, appresso a lui, ho zoppicato e zoppico ancora.
Ho un parente di tutto rispetto che è anche un personaggione e, pertanto, è d’obbligo che ne parli.
Non è proprio un parente “di sangue”, ma acquisito. I fatti stanno così: quando venne al mondo non era solo, ma accompagnato dalla sorella gemella. La mamma di questo mio “zio” però non aveva abbastanza latte da sfamare tutti e due i nascituri, pertanto zio Tonino rischiava di deperire e morire se non avesse ricevuto quel nutrimento che hanno bisogno i neonati nei primi mesi di vita. Il paese in cui sono nata e vissuta, così come i miei genitori e i miei nonni, è un piccolo paese situato tra il mare e le montagne dove tutti si conoscono e, pressappoco, tutti sanno tutto di tutti. La mamma di zio Tonino conosceva mia nonna materna la quale, avendo partorito da poco, aveva abbastanza latte da poter sfamare un’altra bocca. I miei nonni, all’epoca, non erano possessori di grandi ricchezze; mia madre e i miei zii hanno sempre raccontato a me, a mia sorella e ai nostri cugini che facevano la fame, specie in tempo di guerra, pertanto la mamma di zio Tonino, approfittando anche della situazione di indigenza in cui versava in quel periodo la famiglia di mia mamma, bussò alla porta di nonna chiedendole di aiutarla a far sopravvivere il bambino che aveva in fasce. Mia nonna non se lo fece ripetere due volte, si prese a cuore il bambino e lo allattò come fosse un figlio nato dalle sue viscere. La signora Costantina (soprannominata ‘Ndnuccia) le fu grata a vita, e per dimostrarle la sua riconoscenza offrì ai miei nonni tutto il ben di Dio di cui disponeva il suo lignaggio.
E qui occorre fare una precisazione: mia nonna si offrì di allattare il bambino non per avere qualcosa in cambio, ma solo perché non se la sentiva di abbandonare una creatura indifesa e perché in tutta la sua vita non ha mai negato l’aiuto a chicchessia, profondendo la sua generosità nei confronti di chiunque (adulti o bambini) e dove c’era bisogno.
Non aggiungo altro se non che mio zio l’ha sempre chiamata “mammina” e che, una volta cresciuto (quindi intorno ai sei/sette anni), non perdeva occasione di mettere al corrente i suoi genitori biologici che voleva andare da mammina, che era triste perché voleva stare con mammina, che non se la sentiva di stare coi fratelli e le sorelle perché voleva correre da mammina dalla quale, più di una volta, si rifugiò scappando di casa (aveva quattordici anni) nel bel mezzo della notte per dormire accanto a lei, alle sorelle e al fratello adottivo. Non a caso mia madre, quando parla di zio, ne parla riferendosi a lui come “mio fratello di latte”; parimenti lui parla di mia madre definendola “mia sorella di latte” (in realtà dice direttamente “mia sorella” e basta ma vabbè).
Nonostante tutto (parola di mio zio) mia nonna non ha mai pronunciato neanche mezza parola che potesse metterlo contro la sua famiglia naturale, ma anzi rammentandogli che non era stata lei a metterlo al mondo, ma lo aveva solo nutrito. Lo pregava quindi di non dare pena alla sua vera mamma che gli voleva bene (e che sapeva dove cercarlo quando spariva) e che era cosa buona che facesse ritorno quanto prima dalla sua famiglia (e non perché mia nonna non volesse tenerlo, ma non voleva coprire un posto e un ruolo che non le competevano).
Zio Tonino però era testardo, voleva stare con la sua mammina e quindi va da sé che zio, per tutti noi, è uno zio a tutti gli effetti avendo trascorso tanto tempo con i miei nonni e miei zii di sangue quando era piccolo, da adolescente e anche da adulto (e comunque anche da adulto, quando veniva a trovare mia nonna, ricordo che la chiamava sempre “mammina”). La signora Costantina se ne fece una ragione e non portò mai rancore a Rosinella (mia nonna) o nutrì sentimenti di invidia nei suoi riguardi.
Descrivere zio non è cosa semplice. E questo perché è piuttosto bizzarro (ci potrei scrivere tomi e tomi di libri humor). Lo farò riportando alcuni aneddoti, gli unici strumenti in grado di far capire il tipo di soggetto. È necessario che vi dica anche che per rendere meglio l’idea del personaggio sono costretta ad esprimermi come parla pena l’efficacia del racconto, e quindi se sarò ripetitiva (soprattutto riguardo all’uso di certi vocaboli e per via del dialetto utilizzato), non è per colpa mia, anzi. Chiedo scusa sin da adesso.
Il primo aneddoto che mi viene in mente è una sera di circa una ventina di anni fa. Si era nel bel mezzo della settimana santa di Pasqua e la ricorrenza in uso nel mio paese è che, nel pomeriggio del giovedì santo, i fedeli si recano in chiesa per seguire la messa e la liturgia della lavanda dei piedi. Terminate le celebrazioni religiose, si comincia con il giro delle chiese per emulare la Santa Vergine in cerca di Gesù la sera in cui venne prelevato dal Sinedrio e poi arrestato. In questo rituale c’è chi preferisce visitare le chiese verso ora di cena e chi preferisce a sera tardi, accodandosi alle processioni organizzate delle parrocchie.
Un giovedì santo di tanti anni fa, io e mia sorella ci trovammo a compiere questo giro verso sera tardi (saranno state le dieci, dieci e mezza); adesso, se la memoria non mi inganna, ricordo che stavamo attendendo all’ingresso di una delle chiese per far smaltire la folla all’interno e poi entrare, quando ad un tratto per strada, tra le persone, scorgemmo zio Tonino che si stava appressando nella nostra direzione. Quando ci fu vicino ci salutò con le solite cerimonie (lui non ci aveva ancora viste, quando si accorse di noi attaccò con il consueto saluto anche un po’ urlando: “Uèèèè, chi ci sta qua? Due belle attrici, vid vi’ k b’llezza!”¹), poi parlammo del più e del meno stando attente a moderare il tono di voce – stavamo pur sempre nel mezzo di una commemorazione – finché arrivammo a chiedergli se fosse da solo oppure fosse accompagnato da zia Tina. Scoprimmo così (non solo io e mia sorella ma tutto il gruppo di fedeli in raccolta) che sì, c’era anche zia ma che si era attardata a scendere da casa e che lo stava raggiungendo.
Era infatti in mezzo alla cerchia delle persone in strada e non lo aveva ancora avvistato, nonostante zio le facesse dei cenni con le braccia per farsi notare. Nulla. Zia Tina pareva proprio cecata, e allora zio Tonino pensò bene di farsi notare come si doveva, pertanto si mise ad urlare tra i brusii e le orazioni della gente: “Tinaaaa! Dove cazzo guardi? Sono qua!”
Io e mia sorella volevamo seppellirci in quell’istante, superfluo inoltre aggiungere che a nulla valsero le preghiere di prestare un po’ di attenzione nella maniera di pronunciarsi e di attenersi considerata la circostanza e, poiché tutti ci stavano guardando, gli consigliammo di raggiungere zia che non s’era ancora capito se lo aveva visto o no (per diritto di cronaca: sì, lo aveva sentito. Sì, zio si precipitò a recuperarla).
Altro aneddoto. Siamo sempre per strada e i protagonisti sono sempre i soliti. Io, mia sorella e zio (altrimenti io, mia madre e zio). Ci siamo appena incontrati e salutati (sempre con le consuete cerimonie di complimenti) e trascorriamo qualche minuto a parlare, ma giusto qualche minuto perché zio va sempre di fretta, infatti altra sua “chicca” è quella di lasciarti parlare da solo o da sola come una scema proprio quando il discorso si fa interessante perché, improvvisamente, si ricorda che deve fare questa o quell’altra cosa e se ne va. Cioè, tu parli quando di botto lo senti che fa “Ciao uagliò, ti voglio bene!”. E si defila.
Dicevo, stiamo per strada e scambiamo giusto quelle due o tre battute quando ad un certo punto passa un tizio e lo saluta (“Ciao Toni’!”), e zio contraccambia (“Uè, ciao ciao!”). Io, o mia madre o mia sorella, gli chiediamo chi è la persona che ha appena salutato e lui risponde imperturbabile e con una alzata di spalle “K cazz n sacc”². Lo avrete sicuramente immaginato: mentre scoppiamo a ridere di fronte alla sua espressione seria e impassibile, gli domandiamo a questo punto perché lo saluta se non lo conosce.
“Un saluto non si nega mai a nessuno” è la risposta di zio Tonino.
Talvolta succede invece che quando qualcuno che non ricorda chi è lo saluta, è lui stesso a bloccare il discorso che sta intavolando con te e a domandarsi ad alta voce: “Chia cazz je quist?”³
Avrete anche capito che zio usa spesso il termine “cazzo” come se fosse un intercalare o un rafforzativo e senza farsi alcun problema. Oltre a citare spesso e volentieri il vocabolo di cui ogni persona al mondo è abituata a fare largo uso, bisogna che vi dica anche che quando lo menziona è talmente veloce nel farlo che la frase diventa un’unica parola (“Kcazznsacc”, “Chiacazzje”).
È successo anche in occasione dei cinquant’anni del suo matrimonio quando Antonio, il nipote, ha dedicato a zio e zia una filastrocca scritta da lui e letta davanti al pubblico degli invitati con cui prendeva bonariamente in giro i nonni. Era un testo bellissimo che metteva in risalto tutti i “difetti” dei due sposi; gli spettatori seguivano con gaudio e divertimento le perifrasi del componimento, e quando arrivò il momento di mettere in luce gli aspetti caratterizzanti la persona di zio Tonino, vi pare che lui non se ne è uscito rivolgendosi al nipote con un “Ma k cazz dic?”⁴ (tutto attaccato).
Lo abbiamo dovuto zittire altrimenti Antonio non sarebbe riuscito a concludere la lettura della sua poesia/filastrocca.
Zio Tonino è conosciuto da tutti in paese per la sua fama di comunista. Una delle tante altre cose che non sono mai riuscita a spiegarmi nella vita è come faccia ad andare d’accordo con mio padre che è di partito contrario.
Quand’ero ragazza e andavamo a pranzo o a cena fuori con gli amici dei miei genitori, ricordo che quando i discorsi prendevano la piega politica era inevitabile che la discussione si facesse accesa, così alle feste con i parenti. Le mogli o le zie dovevano intervenire per non far surriscaldare gli animi e interrompere seduta stante i “comizi”. Contrariamente, da quando sono nata, non ho mai visto mio padre e zio Tonino litigare quando discorrono di politica (e sono due caratteri, due persone, due mondi totalmente diversi).
Forse è vera la convinzione che i legami più forti non sono quelli di sangue, ma sono quelli che nulla hanno a che vedere col DNA delle persone.
Pur essendo il “fratello di latte” di mia madre, tanto da parte di mio padre che da quello di zia Tina c’è un collante molto profondo che tiene unite queste due coppie. Sarà che hanno passato la giovinezza e il periodo di fidanzamento insieme loro quattro, tanto che zio e zia sono anche il nostro padrino e madrina di battesimo⁵, fatto sta che nella mia famiglia c’è molta più unione con loro che con i nostri parenti biologici.
L’epiteto con cui è conosciuto zio Tonino è anche quello di “ricchiatuni”, ovvero quello che appena ti vede, o si congeda da te, fa partire una “pizza” o uno schiaffone dietro la tua nuca. È una cosa che fa solo con i maschietti (nipoti, nipoti o cognati acquisiti, amici, compari ecc.), mai con le donne o con le signorine con le quali ha un comportamento da gentleman (spreca complimenti come mai nessun altro).
Gli episodi che vedono zio come protagonista, come dicevo, sono tanti. Un altro è quando un giorno (un giorno? Fosse solo uno... n.d.a.) ha fatto impazzire zia Tina prima di arrivare in spiaggia. Quella povera donna non sapeva più che pesci pigliare tante le informazioni con cui veniva bombardata da zio Tonino.
“Tina scendo un attimo, vado a comprare il giornale e risalgo”.
“Apro il garage ed esco la macchina, tra cinque minuti fatti trovare giù”. Zia Tina scende ma non lo trova, lo chiama al cellulare e zio le risponde che è andato a farsi un giro in bici e che ora arriva. Ritorna.
“Aspe’ fammi riscendere, ho dimenticato di prendere un po’ di frutta per il pranzo”.
Passa un altro secolo.
“Ma dove sei?”, di nuovo zia al telefono.
“Mo’ vengo, mo’ vengo, mi sono fermato a parlare con Giannino”.
Una volta su. “Ma si s’cura ka vu j a mar? Ssu temp sacc com caz u ved…”⁶
“Toninooooo, mi vuoi far sapere che devo fare?????” sbotta zia che è in costume e in abiti da mare da due ore.
Avvenimento raccontato da zia Tina quando quella mattina riuscì, non si sa per quale miracolo, a scendere in spiaggia commentando il finale del racconto con un “M’ha sc’m’nuta”.⁷
Per concludere.
I primi anni di matrimonio, e almeno fino a quando i miei cugini frequentavano l’università, i miei zii abitavano in una zona un po’ isolata del paese con zero supermercati, zero vicini (e se c’erano erano pure anziani o morti), zero traffico e zero pettegolezzi. Così, un bel giorno, zio se ne uscì con questa riflessione (quando parli non è vero che non ti ascolta e poi ti pianta in asso con “Ciao, ti voglio bene!”, ma è perché ascolta e sta riflettendo su quel che dici. È un tipo molto riflessivo mio zio, infatti comincia sempre i discorsi con un “L’altro giorno facevo questa riflessione”):
“Ti’ ⁸, stavo pensando…quasi quasi t katt na casa mez au paes, k dic? Almen sta in cumpagnia, ti affacci sul balcone e vid i p’rson. S’nnò k caz ada fa’ quan j m’ mor?”⁹
Zio e zia oggi abitano in centro, in passato hanno seguito anche lezioni di ballo (tango, valzer, salsa, lenti), sono bravissimi e ballano meglio della sottoscritta che anche lei, in tanti anni, ha sempre ballato (ma mai in pubblico).
Non so se questo di oggi è l’ultimo articolo che posto prima delle ferie o seguiranno altri; come zio Tonino vivo alla giornata e faccio quello che mi passa per la testa.
Nel momento in cui vi scrivo vorrei solo essere altrove, spiaggiata in qualche isola tropicale del mondo con un bellissimo mare di fronte, le palme, il sole, il vento, l’acqua cristallina, un cocktail in mano e un libro nell’altra mano, occhiali da sole, telo, creme solari, e salutarvi da lì con un: “Ciao uagliù, vi voglio bene!”
¹ Guarda un po’ che bellezza!
² “Che cazzo ne so”
³ “Ma chi cazzo è questo?”
⁴ “Ma che cazzo dici?”
⁵ Zio Tonino si va vantando in giro di questo fatto, puntualizza sempre con tutti che è stato lui a battezzare me e mia sorella manco fossimo i suoi trofei. “A queste le ho battezzate io!” (stile Pippo Baudo, “Ti ho inventato io!”)
⁶ “Ma sei sicura che vuoi andare al mare? Questo tempo non so come lo vedo”
⁷ “Mi ha scemunita”, “Mi ha rincretinita”
⁸ “Ti’” sta per “Tina”
⁹ “Quasi quasi ti compro una casa nel centro del paese, che dici? Almeno sei in compagnia quando ti affacci al balcone, vedi le persone. Altrimenti che cazzo devi fare quando io morirò?”
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Beh, beata l’arzilla vecchina che le tette le aveva sia quando era giovane e sia adesso che è un pochettino in là con gli anni… io quand’ero giovane non avevo neanche le tette! Tragedia! Tragedia vera! E questo vale tanto per quando ero una pulzella, quanto per adesso. Perché?
Perché, come dicevo, quando ero giovincella le tette non le avevo. Al posto delle meringhe avevo l’asse da stiro per la gioia di tutte le casalinghe che potevano stirarci tutta la roba che volevano (e sempre ammesso che possa essere una “gioia” l’esercizio di stirare il bucato dopo averlo ritirato asciutto dalle corde fuori al balcone e con 40° dentro e fuori le mura).
Oh, però avevo un fisico da Eva Kant: vitino sottile, lato B alto e ben modellato, gambe dritte, pelle priva di strie, muscoli tonici… insomma tutto ben tenuto. Misure: 70-62-92. Tutto a posto, tutto in ordine. A parte le tette.
Pure questo fatto di non sapere bene come definirle mi mette un po’ in crisi. La definizione perfetta, più elegante e garbata, è seno o décolleté. Poi c’è chi preferisce chiamarle nella maniera più disparata: “le zinne”, “le poppe”, “le zizze”, “le mozzarelle”, “le mammelle”, “il petto”, “le pocce”, “le sise”, “le minne”, “le menne”, “le titte”, “le bocce” e in Puglia c’è chi le chiama anche “i caciocavalli” (mamma mi…)¹.
Tette comunque, almeno per quanto mi riguarda, resta la definizione più consona e più completa in assoluto. Dà proprio il senso della tetta nella sua forma anatomica, ecco, che tradotta in immagine fa pensare alla dolcezza, alla pienezza, alla rotondità; riporta alla reminiscenza ancestrale della mamma, del nutrimento, della protezione, qualcosa di caldo e morbido… e poi è bella anche solo la pronuncia: tetta. Provate a pronunciarla anche voi con la bocca: tetta. Non ve la sentite più piena? Non la sentite la carezza che vi sfiora la parte dentale alveolare della bocca? Non provate anche voi un senso riempitivo al suono del vocabolo accompagnato dall’immagine della tetta?
È la stessa conclusione a cui siamo giunti al termine del discorso con un mio amico, G. con cui ho frequentato un corso di dizione che si è tenuto a teatro, organizzato e svolto dallo staff dello stesso.
Il corso era finito già da un anno ma abbiamo avuto modo di incontrarci spesso a teatro; io andavo a seguire gli spettacoli della stagione teatrale, G. si era iscritto ad un altro corso attinente alla recitazione. Mentre aspettavamo fuori sul marciapiede antistante l’ingresso un giorno ci siamo messi a parlare un po’. Sapendo della sua intenzione di voler seguire il corso di recitazione, gli chiesi come stava andando e come era strutturato. G. mi confessò che erano alle prese col saggio di fine corso, e che a ciascun frequentante era stato dato il compito di scrivere un copione/monologo da portare in scena (potevano crearlo ex novo, di loro fantasia, oppure riprendere qualche testo vecchio o contemporaneo e portarlo sul palco). A tal proposito mi disse che, prima dell’espletamento delle prove, qualcuno aveva proposto un monologo sulle tette. Ora non ricordo bene se era stato proprio G. a proporlo o qualcun altro, o se il monologo ad un certo punto doveva far riferimento alle tette pur non essendo il tema centrale, insomma fatto sta che mi disse che, nell’ora di lezione/prova dei testi, era venuto fuori un simposio sulle tette tra maestri e allievi dove ci si chiedeva se fosse più adatto chiamarle, appunto, tette oppure seni (anzi, tetta o seno). Alla fine la decisione era caduta su seno, meno volgare, più “top” in luogo di tetta; io e G. eravamo di parere contrario affermando che sì, era sicuramente più fine come scelta, ma “vuoi mettere che tetta è molto più bello?”
L’interazione con G. mi riportò ad un altro colloquio di siffatto genere avvenuto qualche anno prima.
Salone estetico. Io e la mia estetista di fiducia (con la quale condivido lo stesso giorno di nascita). Durante l’appuntamento, mentre si diletta – perché si diverte proprio la “strega”² – a far guerra alla mia natura barbara e selvaggia di donna delle caverne a suon di strappi, mi racconta di aver finalmente capito cosa provano i maschi quando toccano le tette.
«E come lo hai capito?» le domando facendomi già venire strani pensieri per la testa.
«Mo’ sto lavorando e vabbè, ma non vedo l’ora di tornarmene a casa e sai perché?» mi fa «Un po’ sono stanca, ti dico la verità, ma soprattutto perché c’è Regina che mi aspetta davanti alla porta e che non vede l’ora di farsi strapazzare di coccole ma, soprattutto, non vedo io l’ora di spupazzarmela!»
«E chi è Regina?»
«Regina è la padrona di casa, la nostra cagna, la nostra gioia, il centro dell’universo! Miiin quant’ je bella!³ La mattina non faccio in tempo a svegliarmi e già me la trovo vicina al letto che aspetta che io apra gli occhi. Lei sta a cuccia e aspetta. Poi, quando mi alzo, la prima cosa che faccio è accarezzarla, le consumo il pelo a forza di carezze. A lei siccome piace, si stende sulla schiena, resta a pancia in su e io mi fiondo sulle tette, e quanto mi piace accarezzare quelle tette…!!!! Poi lei sta piena piena perché mangia, è ciacciona capi’?⁴ E quindi tu immagina che cosa può essere accarezzare tutta quella ciccia morbidosa… Cioè, io impazzisco! È grazie a lei che ho capito cosa provano gli uomini quando toccano le tette».
(Poi non mi venite a dire che i vostri amici a quattro zampe non servono a niente, sono solo animali e animali restano, questa è la chiara dimostrazione di come anche un animale possa insegnarvi qualcosa, n.d.a.).
Quando S. mi raccontò di Regina – nome più appropriato non poteva avere la dolce e fedele compagna – aveva gli occhi che le brillavano, era talmente in estasi che oltre a sembrare “fatta” mi fece venire pure a me la voglia di accarezzare le tette della sua cagnetta (e di spupazzarmela, beninteso). Comunque, tette o non tette, io a Regina la riempirei di coccole a prescindere, e questo per il semplice fatto che davanti ad un musetto peloso non riesco a resistere.
Il problema, seduta stante, è un altro. Se da giovane il dilemma era avere una diplomatica per seno al posto di due zeppole di San Giuseppe o di due cassatine siciliane, attualmente (che mi sto avvicinando alla pensione e spero di poterla vedere e avere in questo futuro incerto) la faccenda si è capovolta.
Le zeppole so’ state sfornate: mancano i commensali (che, nel frattempo, si so’ defilati). E io che me ne faccio di ‘sti dolci che, parliamoci chiaro, mo’ non mi servono più?
La lupa di Romolo e Remo è andata, quindi il compito per cui ‘sti due pesi stanno lì, che sia avvenuto o non avvenuto, è stato “assolto” (diciamo così), mi serve solo capire come combattere la forza di gravità che, precocemente, non ne vuole sapere di arrestarsi. Si accettano consigli.
Voi che metodi usate? A parte il bisturi, s’intende, e che non adopererò mai (sono una c***sotto) che altro c’è da fare oltre ai pesi per rafforzare i pettorali, usare creme antirughe, antietà, antidecadentismo, antimosciaria…? Cioè, tecnicamente, c’è un principio fisico che blocca la discesa (o la pendenza)? A chi devo chiedere per la soluzione? A Isaac Newton? Leonardo Da Vinci? Galileo Galilei? Luciano De Crescenzo?
Lucià! Vie’ qua! Stammi un po’ a senti’: come fermo la caduta delle tette?
Nu’ magna’. E grazie a Graziella⁵, pure perché qua altro che Regina… arriveranno col chiamarmi Happy Hippo o Happy Hippa se continuo ad ingozzarmi (rotola, rotola, rotola/strada facendo rotola/rimbalza qua e là, la-la-la-la…)⁶.
Va bene, ma lo status quo non cambia: siccome sto entrando nel Decadentismo, cibo o non cibo, qua s’affloscia tutto… che devo fa per mantenere il turbo??? Ma mannaggia ai pescetti, non si poteva nascere tutti uguali? O, perlomeno, ‘ste due boe nun se ne potevano sta’ in letargo come hanno fatto fino a qualche anno fa? Ma che cavolo! È proprio vero che non ti puoi fidare di nessuno, manco del tuo corpo ti puoi fidare! (questo un bel giorno parte e dice “ciao, sono qui”, oppure “ciao, mi sto rompendo”. “Eh, e tu mo’ che vuoi da me?”).
Ho deciso (si fa per dire): da settembre (l’anno è ancora in fase di decisione) mi metto a dieta, mi depuro dalle schifezze e mi sottopongo ad un duro esercizio fisico, e poi vediamo se non mi faccio venire la silhouette di Miley Cyrus! Spariranno le tette (e vabbè) machissenefrega! Non mi servono, non ci faccio nulla e poi voglio tornare al mio fisico di Juny Peperina, vabbuò?
Tie’, vi posto pure il video, guardate qua.
Mamma che fisicaccio!⁷ Lo (ri)voglio pure io. (Se ti chiudi la bocca forse ce la fai, n.d.a.)
Un’ultima cosa però a voi maschietti la devo dire: vi affannate tanto per ammazzare le donne nel corpo e nello spirito… è fatica sprecata. È palese, oltre che scientificamente provato⁸, che non riuscirete mai a competere né per intelletto né per aspetto estetico (anche quando è opulento).
¹ Mamma mia.
² Strega in senso affettuoso, S. lo sa che le voglio bene.
³ Madonna, quanto è bella!
⁴È cicciottella, capisci?
⁵ Bicicletta molto in voga dagli anni ’70 in poi.
⁶Il barattolo, brano di Gianni Meccia.
⁷ Bellissima e super super super Miley Cyrus!
⁸ Per approfondimenti si rimanda al testo I segreti del linguaggio del corpo di Marco Pacori, Sperling&Kupfer Editore 2019
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