Charlie Brown

"Solo gli imbecilli non hanno dubbi"
"Ne sei sicuro ?"
"Non ho alcun dubbio!"
(Luciano De Crescenzo)


Diario di bordo




Addì, 17 settembre 2026


Ciao cuore mio,

ti scrivo per sapere come stai, io che non ti ho mai scritto nulla, né una lettera, né un telegramma e nemmeno una cartolina.

Ti scrivo oggi che non ci sei più, in un dialogo immaginario, in questo tempo sospeso, in un luogo sconosciuto della mia fantasia con l’auspicio che tu mi dedichi un po’ del tuo tempo ad ascoltarmi.

Ti scrivo per raccontarti cose stupide, per farti sapere come ho trascorso questi ultimi due mesi anche se so che non v’è alcun bisogno, ma io che ho ancora necessità di sedere alla tua tavola e di servirmi alla tua mensa, ti scrivo lo stesso.

Le mie parole non avranno lo stesso tessuto delle tue parole che avevano il pregio di essere raffinate nella loro semplicità, che erano chiare, dirette ed efficaci; son sicura che cadrò nella tentazione di fare uso di un lessico riciclato, di scarsa foggia, rozzo, scelto con poca attenzione e dettato da una stupida urgenza che tanto ti stava in antipatia.

Ebbene, eccomi qua.

Strano, nevvero? Proprio io che negli ultimi tempi facevo un uso ridotto delle parole e sai per quale ragione? Perché occorre sceglierle con cura affinché conseguano il loro scopo, il che non vuol dire usare frasi ad effetto, citazioni tratte da chissà quali saggi, testi filosofici o proverbi intrisi di saggezza, né occorre essere dei poeti per conquistare l’anima e la simpatia delle persone: basta un soggetto, un predicato e un complemento. La differenza la fa il pensiero, l’analisi riposta nelle tre componenti della frase.

Sembra facile, giusto? Eppure in pochi ci riescono. E meno ci riescono e più si sentono inarrivabili, del resto come dargli torto? Più dotto è il linguaggio più è grande la distanza che li separa dall’uomo comune.

Cosa credono di comunicare? Cosa si nasconde dietro le loro espressioni? Chi ha dato loro il potere di plasmare le folle attraverso la seduzione delle parole, e quanto tempo è passato dall’ultima volta prima che si svuotassero del loro significato perdendo la sapidità?

Ci sono stati due grandi cambiamenti nella calda stagione del 2026. Il primo, lo sai, ho messo un anno in più addosso. Non devo spiegarti cosa significa, non a te che hai sempre misurato la vita con il metro della morte attraverso la filosofia che, “in mano tua”, era tipo una bacchetta magica: bastava un tuo tocco, una parola… e quella una favola diventava! Una buona novella, una barzelletta. Altro che filosofia!

Ma, ti dicevo, l’anno in questione ha avuto il suo peso, si è fatto sentire. Il corpo si fa sentire adorato cuore mio… cuore mio, già. Cuore mio.

Il cuore c’entra, come c’entri tu. Tu c’entri sempre Lucia’, ti ricordi? Te lo dicevo sempre. È successo quest’anno al mare, in due occasioni. La prima volta con un’amica di mia madre (poverina, non se la stava passando bene) che, quando ho fatto il gesto di salutarla avvicinandomi per abbracciarla – mi aveva stretta forte forte Lucia’ –, aveva gli occhi che le luccicavano. Quando si è sciolta dall’abbraccio si è voltata dall’altra parte come se si vergognasse, poi, quasi a volersi giustificare ha detto “Sto diventando proprio vecchia, mi commuovo per ogni cosa”. Mi sono ricordata che una volta anche tu avevi detto una cosa del genere, che più passava il tempo e più ti commuovevi per un nonnulla, così le ho risposto “È una cosa comune, succede a tutti”. Avrei voluto confessarle che anch’io mi commuovo, che ultimamente mi capita sempre più spesso ma non l’ho fatto, mi era sembrato di averlo appena detto.

La seconda volta è accaduto con una mia amica di vecchia data. Era un pomeriggio in cui si era agli sgoccioli delle ultime settimane di vacanza e stavo passeggiando sul bagnasciuga. All’improvviso mi sono sentita chiamare, non era proprio un richiamo ma un grido, un grido che veniva dal mare (ma davvero provniva dal mare o dal passato?). Ho girato la testa posando lo sguardo ovunque… l’avevo davvero udito quell’eco oppure era solo una mia impressione? E poi eccola lì, la mia amica che si sbracciava in acqua, arrancando per raggiungere la riva il prima possibile e sgolandosi come una matta per attirare la mia attenzione.

Hai letto bene: “si sbracciava”, ho usato l’espressione corretta. Si stava davvero slogando le braccia e quindi si sbracciava, si scomponeva, muoveva le braccia fino a farsele cadere. E “si sgolava”. Perché urlava. Urlava Lucia’.

Lo senti anche tu il sapore che hanno le parole quando si usano correttamente per significare quanto stava avvenendo davanti ai miei occhi?

È stato un vero piacere rivederla, fermarmi a scambiare due chiacchiere con lei, e non solo per il gusto di parlarci di nuovo come i vecchi tempi ma per l’affetto e la felicità che mi aveva dimostrato nel rivedermi con quel semplice gesto di sbracciarsi e di urlare a perdifiato il mio nome. Capisci cosa voglio dire cuore mio, vero?

Che buffo, che buffo Lucia’… ti sto scrivendo queste povere e misere parole dopo aver letto un libro in cui una donna svela il suo amore all’unico uomo che ha amato per tutta una vita. Noi di quante vite siamo fatti? Hai sempre detto che sei stato fortunato perché, essendo nato e cresciuto a Napoli, sei un uomo d’amore, e che se avessi avuto la possibilità di vivere un’altra volta avresti voluto rinascere di nuovo a Napoli perché per te Napoli non era solo una città ma uno stato d’animo anzi, una componente dell’animo umano che eri sicuro di poter trovare non solo in ogni napoletano, ma in qualsiasi persona al mondo. Sai che ti dico? Che ne sono convinta anch’io. Il genere umano non è cattivo, nessuno nasce cattivo, nessuno desidera far del male a qualcun altro; che gusto c’è a farci la guerra tra noi? Vivremmo tutti male, non ci sarebbe alcuna armonia. E sono convinta anche che, pur se incontrassi la persona più malvagia, c’è stato un tempo in cui quella persona è stata anche lei un bambino con i suoi sogni, i suoi desideri, le sue tristezze e le sue malinconie, che conserva ancora, nonostante tutto, una parte pura nel suo cuore, ma come sai – lo sai meglio di me – è molto complicato spiegare il mondo alle persone.




Sai anche che, dopo un buon libro, ho preso l’abitudine di confrontarmi con R. e che, in linea di massima, al termine della lettura ci troviamo a concordare su molti aspetti. La parte più bella però di questi confronti è quando la nostra visione (o la nostra interpretazione) non viaggia nella stessa direzione. È accaduto proprio con il libro di cui ti ho appena accennato. Mi sono resa conto che lei lo aveva letto diversamente, probabilmente perché ha un bagaglio di esperienze diverso dal mio. Mi sono sentita anch’io come la protagonista di questo racconto, anch’io anni fa scrissi una lettera come la sto scrivendo in questo momento a te, una lettera che non avevo mai spedito ma che avevo consegnato a mano nascosta dentro un pacchetto regalo pregando chi mi stava di fronte di consegnarla al destinatario. Sono passati tanti anni da quel giorno, il tempo ha sbiadito quel ricordo ma non ha mai cancellato nella mia memoria il volto della persona a cui era destinata quella lettera. Ovviamente io non ero una sconosciuta… o forse ?

Ho cambiato copertine ai libri Lucia’, e cambiandole mi rendo conto che ogni giorno comincio a capire sempre di più il tuo lavoro e il senso delle tue parole.

Partiamo dal principio.

Matilde Serao ti suggerisce qualcosa? Ti vedo mentre stai sorridendo e alla fine domandarmi “Allora, che ne pensi?”

“È nel tuo stile” ti risponderei “per questo mi piace”.

Ma non è stata l’unica piacevole scoperta, poco fa ti parlavo del corpo¹ ricordi? Questo corpo che più passa il tempo e più si fa sentire… “dormiente” nella prima metà del ciclo della vita e “capriccioso” nell’altro verso perché inizia a reclamare. Anche qui ho utilizzato il termine corretto. Reclamare deriva dal latino reclāmāre (rĕclāmo, rĕclāmas, rĕclāmāvi, rĕclāmātum, rĕclāmāre) che significa ri-chiamare, ossia chiedere urgentemente qualcosa, protestare, gridare contro, opporsi; insomma pretendere attenzione (anche questa storia di ricorrere al latino e di andare a scovare l’etimologia delle parole, perdonami, ma me l’hai inculcata tu che eri un fissato con il latino). Ebbene, perché tu lo sappia, questi benedetti “capricci” da qualche anno cominciano a farsi sentire. La soluzione è stata quella di comprare un ventaglio e l’ho scelto di una tonalità che ha il colore dei tuoi occhi. Adesso chiamami pure cretina ma è così, almeno mi sale un po’ d’allegria le volte che lo dispiego per farmi un po’ d’aria immaginando che sia tu, ancora una volta, a farmi una carezza come quando sfogliavo le pagine dei tuoi libri, e poi celeste è il tipico colore di una bella giornata di sole. Mi lascia immaginare un cielo splendente, terso, accecante, che fa capolino tra i palazzi della tua città addobbati di panni stesi ad asciugare… aspetta, com’era quella tua fantasia…? Quella di pensare che il bucato steso al sole stesse a significare che si festeggiasse qualcosa, che quei panni fossero come delle bandiere; immaginavi per un attimo che il Padreterno volesse potarsi in cielo una casa di Napoli e che, nel gesto, se ne venissero appresso tutte le altre come un gran pavese, “case corde e panni canzone ‘e femmene e‘allucche’ ‘e guaglione”.²A proposito di Padreterno e aldilà, l’hai poi incontrata a mammà, Lucia’? Le hai spiegato che l’UPIM è una catena di grandi magazzini addetta all’abbigliamento e altri articoli d’arredamento, e non la grande azienda di informatica dove per vent’anni hai esercitato la professione di ingegnere?³ Le hai detto che poi hai lasciato perdere quel lavoro e che ti sei dedicato ai libri e alla scrittura? Le hai detto che qui siamo tutti dei fessi, che abbiamo dimenticato il significato delle parole, che parliamo senza capire bene di cosa stiamo parlando, che scriviamo tanto per scrivere perché tanto, oggigiorno, tutti scrivono di tutto, anche di quello che non sanno, che siamo tutti scrittori, che non c’è bisogno di pubblicare un libro con questo o con quell’altro editore per discettare di scempiaggini, basta avere una tastiera, un monitor, anche un telefonino va bene (non per forza di ultima generazione), un profilo social e che, in verità, tu non eri uno scrittore ma un intellettuale? Eh? L’hai messa al corrente di quest’onta con cui ti definivano e ancora adesso ti definiscono?

Me lo spieghi che cosa vuol dire scrivere, scrivere sul serio? Anche io sto scrivendo, ti sto scrivendo adesso. Anche ieri ho scritto, e l’altro ieri e l’altro ancora, e come me altri milioni di persone scrivono e stanno scrivendo; e pensa che non serve neanche più un pezzo di carta per farlo, ci hanno rubato pure la bellezza delle lettere col suo carico di attesa, di trepidazione, di segreti e di pudore. Una volta le proprie confessioni, i propri stati d’animo, le proprie vergogne, venivano affidate alla carta o, tutt’al più, al sacerdote della parrocchia nel sacramento della confessione. Oggi è tutto su piazza. Basta un click e tutti sanno esattamente cosa stai facendo in questo momento: se hai mangiato un panino o pastasciutta a pranzo, con chi hai appena fatto l’amore, da quale psicanalista sei seguito, quante volte hai pestato l’acceleratore lo scorso fine settimana sulla carreggiata dopo una scampagnata con gli amici, se hai preso la tachipirina per il mal di testa, se indossi il perizoma o le comodissime mutande della nonna, se ti porti il pupazzo di Topo Gigio quando vai a letto, se sei in regola con la TARI, se sei incensurato, quanti processi hai a carico, se hai cariati più di due denti e il preventivo che ti ha mostrato il tuo dentista di fiducia, se hai passato la notte in bianco perché tua figlia ha pianto tutta la notte ma anche l’ultima frattura che ti sei procurato ad una gamba cadendo dalle scale; se sei entrato in pronto soccorso a causa di un’allergia che ti ha procurato uno shock anafilattico, se ti sei cagato addosso mentre ti recavi al lavoro e quale è stato l’ultimo intervento di chirurgia estetica a cui ti sei sottoposto; se sei fan di Ilary Blasi o di Francesco Totti, quale regalo hai fatto a tuo nipote per la prima comunione, di quanti mesi sei incinta, a chi hai querelato perché ti ha insultato sui giornali o in televisione o in radio, oppure la location di lusso (scusa… volevo dire il posto, il ristorante, sì insomma il luogo) in cui celebrerai il tuo “fantastico” matrimonio.

Ma non è finita, nooo… perché anche quelli che scrivono non sanno più che cosa scrivere. Fidati, non lo sanno manco loro. Capita anche a me sai? (“Non essere severa!”), a furia di parlare sempre delle stesse cose, a furia di commentare sempre gli stessi avvenimenti finisco con l’intortarmi anch’io, finisco col manducare anch’io questi – chiamiamoli – “neologismi” che non mi fanno più capire di che cavolo sto parlando finendo col farmi sentire la “quaquaraquà” di turno.

Beh a questo punto allora è meglio starsene zitti, non credi? Credere è un verbo importante, anche questo me lo hai detto tu.³

Finalmente hai avuto una rivincita caro e tenero cuore mio, io per prima ne sono rimasta entusiasta quando solo questa estate ho appreso che comunque eri e sei stato considerato un grande avversario culturale, seppur soltanto da una cerchia di critici meridionali. So che non ti piace vederla in questo modo, che non ti piace parlarne in termini di competizione, per te scrivere non era una gara, né una corsa a ostacoli per arrivare sul podio e incensarti di prestigiosi premi. Per te era semplicemente un modo di essere. Se ti domandavano “che tipo di persona è lei?” Tu rispondevi “Non mi piace essere etichettato, mi imbarazza. Sono un uomo, e un uomo è fatto di tante cose: sono un pittore, un fotografo, un disegnatore, un attore, un aforista”…

È proprio vero, un essere umano è tante cose. Ecco perché le persone ci stupiscono sempre, perché non si finisce mai di scoprirle.

Addì, 17 settembre 2026. Queste sono le ultime parole per mezzo delle quali concludo la mia lettera.

Addì che non vuol essere un addio grande cuore mio e nemmeno una supplica rivolta a Dio, ma una data per annotare appunti di viaggio sul diario di bordo.

Post scriptum: chissà cosa penserebbe il destinatario di quella lontana lettera se la sorte, il caso, il fato, il destino, Ananke – lascio ai lettori il piacere di adottare la definizione che ritengano più appropriata – volesse che s’imbattesse in questo blog, per scoprire che da questo corpo non è mai andato via.




 17.09. 2026


(fine nona parte)




¹ Si legga L’animale morente di Philip Roth.

² V. Chi non muore si rivede di Paola e Luciano de Crescenzo.

³ Sembra ieri di Luciano de Crescenzo.

⁴ Il ventre di Napoli di Matilde Serao, con la prefazione di Antonio Pascale.

Autrice : Carla Iannacone | Categoria : Pensieri