«Prima o poi vanno tutti a letto, dico bene? Sono cose che succedono la notte. Le persone spariscono, sempre che ci siano mai state. La vita è orrenda, infame, come e più del tempo»*.
Le persone spariscono. Sei d’accordo? Anche tu sei sparito, da un giorno all’altro. Puff! E sei andato via.
Lo ricordo ancora quel pomeriggio.
Mi aveva raggiunto una chiamata al telefono. Io ero al computer alle prese con il mio lavoro – quello che ho sempre considerato il mio lavoro – e con gli occhi fissi al monitor del pc, concentrata a costruire una frase di senso compiuto e, al contempo, che restituisse ai lettori le scene e le immagini che mi aveva evocato lo spettacolo la sera precedente, appresi della tua dipartita. Mi crollò il mondo addosso. Una voragine si aprì nel pavimento, ne fui come risucchiata. E adesso?
Stavo allestendo i festoni, le luminarie per Natale arrampicata su una scala fuori della vetrina del negozio, ignara che un passante volesse tirarmi un brutto scherzo e togliermela da sotto i piedi (la sensazione fu pressappoco questa; nei giorni seguenti, e ancora oggi, quando ci penso vengo ghermita dal terrore quando mi sporgo verso quel vuoto). Sto provando con tutte le mie forze a scacciare questo moto d’angoscia, da un po’ di mesi le cose non vanno come dovrebbero andare (ma come devono andare?).
Ieri sono entrata nel posto dove più ti piaceva mettere piede, e in cui mi ci trovo a mio agio anch’io. È l’unico posto in cui non guardo in faccia a nessuno, buffo no? Soprattutto se consideri che tutto parte da lì, da quelle pagine che profumano di inchiostro stampato, di resina, di colla, e che ricordano l’odore degli alberi. Sono ben piantati nel terreno con le loro radici, è nella loro natura… allora perché la gente si dimentica da dove proviene? Perché questa mania di andare controcorrente, di sfidare la terra, gli esseri umani e il suo ecosistema?
Ti ho cercato, ti cerco sempre, anche se ho tutte le tue opere intatte e quando eri in vita non ho fatto altro che studiarti ed ascoltarti; non so cos’è che mi spinge a farlo – venire a cercarti, dico – forse la paura di scoprire che di te mi sono persa qualcosa, o per vedere se c’è qualcuno che ti pensa e che ti tiene in grande considerazione invece di rincorrere falsi miti e chi si finge intellettuale del nostro tempo. Scorrendo con un dito i volumi adagiati in quelle scansie, ho fatto un passo indietro: una di quelle lettere era lì… era identica a quelle che ho trovato a casa…
Ho proseguito la ricerca, con la tipica caparbietà di chi vuole entrare in possesso del libro che vuole acquistare, non badavo ai nomi ma alle copertine, rammentando in mente il titolo del testo. Ero avanzata di qualche scaffale più avanti quando, con sgomento, mi ravvidi che dovevo tornare indietro, il romanzo non era tra quelli. Sono tornata dove c’eri tu. Mi hai vista, so per certo che mi hai vista, lo sapevo con la stessa convinzione di sapere che il libro c’era, dovevo solo spostare qualche volume, togliere, togliere, mandar via, mettere da parte, cambiare posto, cambiare ordine alle cose, dare la giusta sistemazione, la corretta classificazione.
Il libro era lì, non mi sbagliavo. S’era nascosto. Qualcuno o qualcosa lo aveva nascosto. Quel qualcosa aveva macchiato le mie dita di sangue. Pregai che nessuno mi vedesse (nessuno mi aveva visto, davanti a quel peccatore che sfuggiva alla propria vergogna c’erano solo gli occhi vigili e severi del giudice della coscienza che da anni mi osserva ed è pronto a redarguire), nella fretta ho raccolto il libro come si raccoglie un fiore da un giardino, infilato in mezzo ad un cespuglio di rose e di spine, e mi sono diretta alla cassa.
Forse ero come uscita da un sogno, forse ero in trance o forse stavo ancora dormendo. «Mi piacerebbe che mi facessero uscire da me stesso e mi infilassero in un cassetto. Uno di quei cassetti che si aprono in sogno quando in fretta e in furia si fanno le valigie ai confini del mondo»*. Io un sogno lo avevo appena sfilato invece di infilarlo (chi sono per rubare un sogno a qualcuno?) e non vedevo l’ora di tornare a casa (dov’è casa mia?) per infilarmi sotto le coperte, continuare a dormire e di svegliarmi, guarita.
Volevo fare ritorno nella nostra casa, nella nostra camera, raccontarti del libro che stavo leggendo, e della prima volta in cui non ero io quella a fare indigestione di parole e di storie, ma erano le parole e la storia che mi stavano inghiottendo, spingendomi giù nello stomaco fino a farmi uscire dal buco del culo. Non infastidirti, la smetto subito, so quanto odi le volgarità («Chi è stato?», retorico anche questo, perdonami).
Ti ricordi quella volta al mare? La mia estate era sempre uguale, ho cambiato da poco le mie abitudini. Forse c’entri anche tu. C’entri sempre tu.
Insomma stavamo al mare, dai miei. Ero scesa in spiaggia, stanca delle solite futili chiacchiere e fissavo, appunto, il mare. Ma non vedevo niente. Non sentivo niente. Sfrucugliavo le mie fantasie andando con la testa a ciò che avevo visto il giorno prima e che desideravo m’apparisse davanti in quel momento in carne ed ossa. Era l’occasione buona. Invece fosti tu a materializzarti.
Ti vidi venirmi incontro scendendo le scalette e imboccando il sentiero delimitato da strame che portava alla spiaggia. Eri tutto vestito di bianco (come la neve, come un angelo) e in testa portavi un cappello a tesa larga.
Vado, mi dicesti quando fummo l’uno di fronte all’altro.
Buon viaggio.
Sicura che non vuoi accompagnarmi?
Sì, resto qui.
Ti sfidavo. Mi sorridevi.
Dovresti, pronunciasti le parole penetrandomi gli occhi con la stessa intensità con cui si sta copulando. C’è chi arriva dritto al cuore, chi all’utero, chi all’anima… non sai quanto grande è il buco che mi hai lasciato dentro quest’anima... (credevi saresti riuscito a colmarlo anche dopo che te ne saresti andato?).
Perché?, chiesi reggendo il tuo sguardo di sole e di abisso. Sentii un brivido stagliarmi il centro della schiena e schiantarsi nel coccige come un fulmine che si schianta al centro di un campo durante un temporale. Ne ebbi paura. Ultimamente quel serpente subdolo e impavido veniva a strisciare un po’ troppo spesso sulla mia pelle.
Silenzio. E il tuo splendido sorriso che faceva comparire una mezza luna sulle labbra prima di congedarti e risalire la duna della sabbia. Benedetto Iddio, quanto odiavo i tuoi silenzi carichi di significato! Quanto odiavo odiare e amare il tuo non detto che sapeva sempre cosa dire anche quando era il caso di non dirlo! Dovevo intuire a cosa stavo andando incontro, a cosa mi stavi preparando e a quello che desideravi mostrarmi… perché non ti ho dato retta prima? Perché lo comprendo solo adesso?
Volevo raccontarti di una donna e di un uomo. Lei è molto malata, vuole adottare un bambino. Per farlo costringe l’uomo a recarsi in un orfanotrofio, un luogo che sembra perdersi nell’oscurità della notte, dove non ci sono confini, non ci sono emozioni, non ci sono strade, né stelle, né religioni; il cibo è scarso come scarse sono le persone, solo personaggi grotteschi che si muovono e parlano un po’ strano… sono morti anche loro o sono solo marionette che seguono un bizzarro burattinaio?
La donna è piegata su sé stessa, sembra un cartoccio nel buio della notte col cappotto ricoperto di neve, il treno li ha appena lasciati in una stazione deserta, intorno c’è un assordante silenzio. Solo il cono di luce di un lampione illumina la banchina e la donna che sembra morta mentre lo aspetta. Lui è andato a cercare un taxi nell’unico parcheggio poco distante, non vuole che lei si stanchi; si sente inetto e inutile quando le ricorda quanto la ami. Lei lo vede e non lo vede, ritiene sia un egoista, non vuole mai parlare della sua malattia, non vedi l’ora che sia morta gli dice, con un cancro al quarto stadio speri che la faccia presto finita.
«Resto sbigottita davanti a una tale profondità di sentimento. Sentimento d’amore, immagino. O forse non sarà amore, ma commuoversi fino alle lacrime… Quando si smette di provarli, ci si dimentica che i sentimenti esistono, che altre persone effettivamente li provano. L’amore, per esempio. Forse sarà una cosa dovuta alla vecchiaia o forse i sentimenti, come i muscoli, si atrofizzano. Penso proprio di sì, almeno nel mio caso. Ecco perché continuo ad esibirmi, anche se è difficile che venga a sentirmi qualcuno»* è quanto confessa invece all’uomo Livia Pinheiro-Rima.
Io ti confesso quanto sia sbalorditivo che i libri possano sbatterti crudelmente in faccia la realtà. Ti tirano per le braccia, ti scrollano, ti schiaffeggiano, ti mettono di fronte alla tua immensa stupidità e sbadataggine, e quando prendi realmente coscienza di quel poco che sei, di quanto poco vali, senti tutto il peso del mondo… hai paura di soccombere, no, questa volta ci resto secco, ci resto secco per davvero, pensi; ma poi ti svegli e ti riprendi, riparti per far incetta di energie almeno fin quando un altro coma non ti sorprenderà dietro un altro sogno.
Ma tu queste cose le sai, non ho bisogno di dirtele. Le tue letture, le tue professioni miravano a questo: essere onesto il più possibile con la gente, con l’accortezza di non insultare nessuno, neppure un verme. Ma non tutti i generi sono uguali. Sì, anche quel genere può insegnarti qualcosa. E se fosse un inganno, e se…? No, lo hai appena letto. Anche il foglio più stupido ha qualcosa da dirti, tutti abbiamo qualcosa da dire. Il problema è che abbiamo smesso di ascoltarci. Non è vero, io ti ascolto. (Sospiro). Perché sospiri? Cosa racconta quel tuo libro? Te l’ho appena detto, di un uomo e di una donna che intraprendono un viaggio in un freddo paese del Nord, che non è dato sapere quale, per adottare un bambino… Non mi riferivo a quello. Volevo consigliarlo alla mia professoressa di filosofia. Volevi? Voglio. Come mai? Quella volta del mio viaggio a Vieste mi confidò che stava leggendo un’opera di questo autore, ma che arrancava nella lettura. Così ho pensato che con questo libro sarebbe stato diverso… c’è buio, lo so, ma dove c’è il buio si nasconde la verità, vero? La verità non si nasconde mai, è sotto gli occhi di tutti. Che dici? Diciamo che a gran parte della gente non piace e se ne inventa una tutta sua, così Tizio ne ha una, Sempronio un’altra, Caio un’altra ancora e alla fine, a furia di ammucchiare così tante verità una sopra l’altra, quella vera finisce col rimanere sotto i piedi della montagna e nessuno riesce più a vederla. Solo il saggio ci riesce. Apro la bocca per dire qualcosa, ho un nodo di pensieri nella testa che non riesco a sciogliere in parole. Chiudo la bocca e chiudo gli occhi. Mi sembra di essere su un altro pianeta e non sulla terra.
Ti ricordi di quella volta al mare? Quale volta? Sono confusa, ho la testa che mi gira. Non ti senti bene? Ho un capogiro, adesso passa. Eravamo al mare. Non ti è mai piaciuto il mare, hai sempre preferito la città al mare, oppure la montagna. Non ti seguo. No, non mi segui. Nemmeno quella volta hai voluto seguirmi. E ho fatto bene. Sei sicura?
È un silenzio denso quello a cui mi hai abituata. È l’idioma del cuore e della saggezza. È un linguaggio difficile da comprendere per chi non è incline a praticarlo, per chi ha paura ad allontanarsi dalla sponda del mare e addentrarsi nelle sue profondità, per chi non è semplicemente curioso.
Ti guardo e non sono più sicura di nulla. Non sei più accanto a me, ma adesso che ti scrivo mi sei più vicino che mai. Non sei solo nel cuore ma sei in ogni parte di me, ti sento nei miei vasi sanguigni come ti ho sentito nei vicoli e nei bassi della tua città in mezzo al frastuono e ai colori, quando ti cercavo in tutte le botteghe d’artigianato come la Madonna cercava Gesù la notte in cui fu tradito da Giuda Iscariota e poi arrestato.
Sono seduta alla tua scrivania, nella tua stanza e ti sto scrivendo. Non vengo mai qui, ho preferito lasciare tutto come tu lo hai lasciato. Non voglio profanare i tuoi spazi, contaminare il tuo odore col mio odore. Ci vuole coraggio ad entrare qua dentro e a guardare in faccia la verità. Io e te lo sappiamo meglio di chiunque altro.
Non so se questa lettera ti arriverà lì dove sei, mi piace immaginare di sì. Che tu la prenda con fare sicuro, e con fare sicuro e svelto nel tuo completo blu, i capelli ben pettinati, candidi, e la barba in ordine, stracci la busta con le dita e la leggi di sbieco alla finestra rubando un po’ di lucore al sole. E che sorridi mentre divori le mie frasi.
E se ho sbagliato una virgola, sarà quella delle tue labbra a rimediare al mio errore.
Sono stato quasi sempre una testa di cazzo. Una testa di cazzo stronza e ubriaca.
Lascia stare, non importa. Sono cose che succedono la notte.
L'uomo d'affari si alzò e rimase a fissare per qualche istante l'uomo e il bambino. Hai una calma e una dolcezza che mi piacciono, disse. E che io non ho.
L'uomo tacque. [...].
L'uomo d'affari indugiò ancora per un attimo. Cose che succedono la notte, disse. Mi piace. Diede una pacca sulla spalla all'uomo e uscì dalla stanza.*
(Fine quarta parte)
*Le citazioni contenute nel testo fanno parte del libro Cose che succedono la notte di Peter Cameron