Le favole sono bellissime, ed è proprio perché sono belle che ho deciso di raccontarvi una bella favola. Vi starete sicuramente chiedendo: «Ma come? Non eri quella che non credeva alle favole e le aborriva?». Sì, e tuttora le scanso, ma quella che vi propongo oggi è una favola diversa da quella che siete (e siamo) abituati a sentirci narrare. Anche qui c’è un Principe Azzurro. Purtroppo – sorpresa! sorpresa! – non c’è la Principessa bensì… una strega. Ahhhhhhhhhh- ah ah ah!!!!!!! (l’esclamazione sta per una risata, n.d.a.) La strega è la sottoscritta, il Principe è un Principe Azzurro che più azzurro non si può (vi sfido a trovarne uno uguale). La favola ha inizio tanti anni fa e … va bene, raccontiamola come si deve. C’era una volta una strega che aveva otto anni che iniziò a sfogliare e a conoscere i libri perché un giorno suo padre decise così. Ora, siccome era piccola, non aveva ancora la capacità di discernimento in merito agli autori e alle storie che poteva/doveva/voleva leggere, ragion per cui fu (appunto) il padre ad occuparsi della sua educazione alla lettura. Le prime storie che le capitarono sotto gli occhi avevano come tema centrale la povertà, la solitudine, la carità, l’accoglienza, l’amicizia, la famiglia, il rispetto verso il prossimo… insomma tutta la letteratura che si rivolgeva ai giovani lettori (Cuore di Edmondo De Amicis, Oliver Twist di Charles Dickens, Incompreso di Florence Montgomery, La capanna dello zio Tom di Harriet Beecher Stowe, Il giardino segreto di Frances Hodgson Burnett, Piccole donne di Louisa May Alcott e così via), a mano a mano che la piccola strega cresceva variavano anche le letture e così il genere. A dodici anni ci fu una svolta, ovvero la predilezione del genere crime (i gialli di Agatha Christie) e la virata sul genere horror (e quindi Stephen King a colazione, a pranzo e a cena). A quell’età cominciò a leggere anche molti romanzi rosa, tanto da ridursi ad avere solo due scelte: o il romance o l’horror. Ebbene, se sulle storie d’amore il padre chiudeva un occhio, stessa sorte non potevano avere i romanzi di Stephen King (secondo la sua concezione, non erano letture adatte agli adolescenti perché influivano in maniera negativa nell’approccio alla vita e nelle relazioni tra persone, e soprattutto condizionavano il pensiero). In linea generale, il padre le lasciava ampia scelta riguardo ai libri da acquistare, ma quando si accorgeva che tra questi c’era sempre qualcuno di Stephen King la ramanzina non tardava ad arrivare. «Ti ho detto un sacco di volte che questi libri non li devi comprare». Oggi non so se i libri del Re dell’horror ricalcano le stesse atmosfere di allora, non li leggo da un po’, ma ricordo che all’epoca erano davvero tremendi e spaventosi. E non so dire neanche se la convinzione di mio padre fosse giusta. Pensandoci, propenderei col dire sì. I libri ti formano, ti educano, ti costruiscono, ti plasmano. Il carattere è quello che hai dalla nascita, ma lo puoi affinare – o imbarbarire – con i testi che ti prepari a maneggiare. Oggi sono quella che sono grazie ai libri che ho cullato tra le mani, ho tenuto stretti tra le braccia e ho assorbito nei neuroni e nei pori della pelle. Oggi ho una forma mentis che si è modellata grazie ai princìpi di un autore, che è il Principe Azzurro di questa storia e il Principe di tutti i principi e i princìpi. Per farla breve: è il con-sorte che mio padre scelse per me. Sì, era arrivato il momento di combinare un matrimonio per quella figlia disubbidiente e sfuggente, assegnarle una persona ad hoc che l’avrebbe messa in riga e riportata sulla buona strada prima che quella ragazzina gli crescesse tutta storta e con disturbi psicosociali. I tempi si “sposarono” alla perfezione al quindicesimo anno di età (anno più anno meno), quando la streghetta dovette iniziare a fare i conti con una materia del tutto nuova da studiare: la filosofia. Diversi sono i fattori che contribuirono alla riuscita del matrimonio imposto dal capofamiglia: il primo fu la professoressa che insegnava la materia di studio, una persona preparata, colta, amante del suo lavoro, della disciplina, elegante, impeccabile ed eccellente nell’insegnamento e nel savoir-faire. Il secondo fu l’improvviso e inspiegabile desiderio della strega di fare bella figura con la prof (nonostante le voci di corridoio dell’Istituto sussurrassero che fosse una tipa inflessibile e tosta, alla ragazzina garbava quella donna), il terzo fu il bisogno di avere una mano in più per meglio apprendere la lezione e ottenere minimo minimo otto all’interrogazione (ma sarebbe stato meglio se i voti si mantenessero sulla media del nove/nove e mezzo), infine il nome di una persona, che la strega sentiva spesso sulla bocca del padre, che la spronava a conoscere e a leggere quanto prima. Ed è qui che ha inizio la favola vera e propria. Il nome di questo Gran Signore, ai tempi, era molto in voga nella società che contava. Siamo in un feuilleton, ok? Avete appena cominciato a leggere un libro ambientato nell’Ottocento. Al centro della vicenda c’è un padre chiamato a decidere il futuro della propria figlia, che poi è anche la primogenita. Una bimbetta un po’ ribelle che non è sempre facile capire cosa le passa per la testa. Fino ad ora si è occupato personalmente della sua educazione ma, siccome è giunto il momento dello “svezzamento”, sorge la necessità che la strega sia affiancata da un suo pari (per “pari” s’intende colui che faccia le veci del padre). Inizia così a parlarle di questo piacente giovanotto sì da stuzzicarle la curiosità. “E chi sarà mai! Questa è un’altra delle sue trovate… mo’ vallo a capire chi mi vuole presentare (sottotitolo: cosa mi vuol far leggere) … Se è di una noia mortale, lo pianto subito. Va bene quando ero piccola, ora però sarò pur libera di fare le mie scelte, non mi deve più dire lui chi devo frequentare (sottotitolo: cosa devo leggere)” pensa la figlia. Aderendo a quelle che sono le convenzioni del tempo e le prese di posizione di tutti i capifamiglia in merito alla scelta del partito migliore al quale dare in sposa la propria figlia (che deve solo sottostare al volere del padre senza diritto di ribattere oppure opporsi alle sue determinazioni), fu così che la ragazzina si ritrovò, suo malgrado, ad assecondare il genitore. Ed eccomi quindi con un libro (del tutto) nuovo (nuovo come genere) in mano e, visto che di mano si sta pur parlando, eccomi pure a fare le dovute presentazioni col soggetto con il quale, da quel momento in poi, avrei avuto a che fare. Già il titolo la diceva tutta (una specie di premonizione): Ordine&Disordine (come a dire, guarda ora come ti scombussolo l'esistenza). In copertina c’era un uomo che si presentava con un doppio aspetto. Quello a sinistra era vestito di tutto punto con giacca, pantaloni, papillon e scarpe di colore nero e camicia bianca; a destra era vestito in maniera sciatta indossando un paio di jeans, camicia a quadri e sotto di essa una t-shirt nera con una stampa sopra, scarpe sdrucite con le stringhe slacciate. Sul viso, in ambedue le foto, la stessa espressione e lo stesso sorriso sornione. Lo guardo e penso: “Beh dai, almeno ha la faccia simpatica. Anche se gradisco di più il suo lato trascurato”. A questo punto, tocca mettersi nei panni di quella “poveretta”: le è stato appena presentato il partito che, diciamola tutta, tanto giovane non è, con il quale non può discorrere nemmeno di certi argomenti con cui è abituata ad avere a che fare (i romance, gli harmony e altra roba così), ora le si ordina pure di stare ad ascoltarlo, di impegnarsi a collaborare e a rapportarsi con persone di tutt’altro rango – quella che ha frequentato sino a quel momento è tutta gente di bassa lega – e di mantenere un tipo di condotta che si addice ad una signorina beneducata e di buona famiglia. Così, quando i due “piccioncini” rimangono soli, ella gli domanda: «C’aggia fa?» ² (Una possibilità doveva, difatti, comunque dargliela per ordine del padre). Lui le risponde con la stessa espressione impassibile di prima: «Lassa fa’ a me» ³. Allora lei gli si abbandonò. Gli diede la mano (sottotitolo: aprì il libro) e si lasciò guidare verso la strada che lui le mostrava. L’uomo, seppur anziano, era di bell’aspetto: pulito, elegante, dai modi gentili e raffinati, e con due splendidi zaffiri al posto degli occhi che emanavano una luce molto particolare che la ragazza mai aveva visto prima in nessun luogo e in nessun essere vivente sulla Terra. Decise d’istinto di affidarsi al fascino di quel bagliore, perché d’istinto sapeva che non l’avrebbe ingannata.
Seguì dunque quel brillio che le spalancò le porte a mondi infiniti e meravigliosi, e che avrebbe continuato a sedurla anche dopo la morte dell’uomo, con la consueta inconsapevolezza dei giovani.
(Fine prima parte)
¹ È stato lui ² «Che devo fare?» ³ «Lascia fare a me»
Autrice : Carla Iannacone |
Categoria : Storie di libri e di teatro |
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Data : 08/06/25
« È lei? » « Sì. È lei » « È bellissima » Erano nella camera da letto di lui. Lei seduta sul letto, lui mezzo seduto e mezzo sdraiato vicino al capezzale. Tutti e due erano in pantaloni neri e camicia e senza scarpe. Anna teneva in mano una fotografia di Silvia a mezzo busto che la ritraeva sorridente con un cappello a tesa larga e con un vestito di chiffon sgargiante di colori. « Lo aveva detto anche il fotografo. Era un suo amico ai tempi del liceo. È stato lui a fargliela. Eravamo ad un ricevimento. Disse che era la foto più bella in assoluto che le avesse mai scattato. Silvia la diede a me. Ha altre foto di quel giorno. Ha fatto diversi servizi fotografici » « È una modella? » « No lavora in società con me. Lo fa come hobby. Nel tempo libero le piace essere fotografata. Non so se avesse voluto fare la modella. Non gliel’ho mai chiesto » « Hai una bella casa. È qui che verrete ad abitare quando vi sposerete? » Diego evitò di guardarla quando le rispose. « Non ci sarà alcun matrimonio. Ho lasciato Silvia » Gli chiese perché. « Perché non l’amavo » « Dopo cinque anni insieme » Anna fece il gesto di alzarsi ma lui la bloccò. « Dove vai? » « Ti sto rovinando la vita Diego » « Tutt’altro. Se non t’avessi conosciuta avrei commesso l’errore più grande della mia vita » « Diego io e te abbiamo solo scopato. Non confondere il sesso con qualcosa che non c’è mai stato » « Sbaglio o mi sembrava che fossi felice di rivedermi questa sera? Hai detto che mi avresti aspettato. E l’hai fatto. Adesso perché ti tiri indietro? » « Non è come pensi » « Com’è allora? Spiegamelo » « Non lo so! » « Che vuoi fare? » le chiese. « Non lo so…io…non lo so, proprio non lo so » S’addormentarono vestiti tenendosi abbracciati. Fu Anna la prima a svegliarsi. Lo trovò che dormiva vicino a lei come un bambino vicino al suo giocattolo. Gli accarezzò la fronte, gli occhi, il viso, la barba. Gli baciò la fronte e gli occhi annusando il suo profumo dalla fragranza non troppo forte ma deciso. Scivolò dal letto, raccolse i suoi sandali col tacco e sgusciò fuori dalla porta.
Diego non era più riuscito a chiudere occhio da quando l’aveva sentita uscire di casa. Fu così che s’alzò con un cerchio alla testa e con quel dolore presenziò al CDA di quella mattina quando il cellulare squillò. Lo sentì vibrare nel taschino interno della giacca. Lo tirò fuori, lesse il numero e si scusò coi soci allontanando la sedia dal tavolo ovale della sala riunioni e uscendo fuori. « Anna? » All’altro capo della linea sentì solo dei singulti soffocati. « Diego… Diego ho bisogno di te… ti prego vieni…vieni…» Si diresse al Blue Valentine di corsa e appena aprì la porta del suo camerino Anna gli fu addosso piangendo e singhiozzando come non l’aveva mai vista. « Anna, calmati. Ci sono qui io. È tutto finito, avanti. Che è successo? » Gli ci vollero dieci minuti prima di riuscire a calmarla. La fece sedere sul letto, riempì un bicchiere d’acqua e glielo porse. Lei bevve. « Va meglio? » le domandò sedendole accanto. Annuì. « Ti va di raccontarmi cosa è successo? » « Non lo so… non so cosa sia successo. Ero a casa e stavo leggendo un libro quando ad un tratto mi sono sentita soffocare. Ho lasciato tutto e sono venuta qui di corsa perché credevo di star meglio e invece…invece è stato peggio » ricominciò a piangere. Diego prese il suo cellulare e avvisò in ufficio che avrebbe fatto ritorno nel pomeriggio. Non seppe mai cosa accadde dopo che quel giorno l’ebbe lasciata sola. Aveva trascorso tutta la mattinata con lei portandola al parco, sulle giostre, mangiando un gelato e camminando per le strade della città. Quando la sera fece ritorno al Blue Valentine la trovò ubriaca e con le ecchimosi sul corpo. La portò con sé contro la volontà di lei che gli vomitò in macchina durante il tragitto fino a casa di lui. La condusse in bagno. La spogliò, la fece stendere nella vasca che aveva riempito d’acqua e dove aveva versato il bagnoschiuma, e la lavò con le maniche della camicia arrotolate fino ai gomiti. Anna si lasciò fare senza neanche guardarlo. Teneva lo sguardo altrove verso angoli della casa scoperti e vuoti. Gemeva quando lui le passava la spugna sui lividi della pelle. « Chi ti ha conciata così? » La aiutò ad alzarsi per avvolgerla nell’accappatoio, le fece indossare una camicia da notte di Silvia che le stava lunga e larga e la mise a letto. Per tutta la notte ebbe un sogno agitato borbottando frasi incomprensibili. Diego la osservò standosene seduto a cavalcioni su una sedia e coi gomiti alla spalliera. Una lacrima scivolò lungo il viso di lei. Il mattino dopo fece venire un medico a casa sua di modo che la visitasse. Non trovò segni di violenza anche se non gli nascose che la donna aveva avuto diversi rapporti sessuali. « Chi è Diego? » « Una poveretta che ho raccolto per strada ieri di ritorno a lavoro » Il dottore gli lasciò una pomata che si raccomandò la donna usasse ogni volta che andasse in bagno. « Non avresti dovuto farlo » lo ammonì Anna ancora a letto dopo che il medico se ne fu andato. « Resterai qui finché non ti sarai completamente rimessa » « Perché? » « Perché non voglio che tu metta di nuovo piede in quel locale » « Non è certo la prima volta che mi accade una cosa simile » Si guardarono negli occhi. Poi Diego le diede la pomata che gli aveva lasciato il medico. « Devo andare a lavoro prima che si faccia troppo tardi. Usala tutte le volte dopo che ti sei lavata » le disse mentre indossava la giacca. « Non hai paura che possa entrare la tua fidanzata e possa trovarmi qui da un momento all’altro? » « È un mese che Silvia non mette più piede in casa mia. Verrà la donna di servizio alle dieci. Ma non darti pensiero. Dirò a lei la stessa cosa che ho detto al dottore » In ufficio Diego ci restò fino a tardi. Tutto il giorno aveva faticato a concentrarsi sul lavoro e per ben due volte Jill e Giorgio si erano trovati a parlare con lui mentre giocava ad impilare carte da poker una sull’altra tirando su strane costruzioni. Quando uscirono fuori dalle stanze del Presidente la segretaria e l’amministratore delegato si scambiarono un’occhiata. L’ultima persona che vide prima di andare a casa fu Silvia. Erano le undici e nella sede della Dragone SpA non era rimasto nessun altro. Silvia gli posò sulla scrivania gli ultimi incartamenti di quel giorno. « I contratti che mi avevi chiesto » « Hai dato loro un’occhiata? » « Mi sembrano buoni. Ma l’ultima parola spetta a te. Sei tu che devi siglarli » Diego li prese e li firmò uno per uno senza neanche leggerli. « Che fai? » gli domandò Silvia che non si era seduta. « Mi sono sempre fidato di te » Lei non disse nulla abbassando lo sguardo. « Ho parlato con Padre Domenico. Ho disdetto la cerimonia e la sala nuziale. Hanno detto che ci faranno causa. E ho detto a Jill di chiamare tutti gli inviatati per informarli che il ricevimento non ci sarà ». Aveva raccolto i capelli lunghi in una coda di cavallo. Aveva il volto tirato e il trucco era scomparso. Da qualche giorno piccole e sottilissime rughe le erano apparse agli angoli degli occhi. La camicetta rosa era stropicciata, un bottone ballonzolava sulla giacca. Gli unici gioielli che portava erano degli orecchini a pendenti. « Grazie » disse Diego « grazie per il lavoro svolto Silvia. Non credo che ce l’avrei fatta senza il tuo aiuto » « Dimentichi che se non fosse per te a quest’ora ci mangeremmo le mani per la mancata fusione con la Golden Power. Comunque di qualsiasi cosa tu abbia bisogno sai che puoi contare su di me » Diego s’alzò dalla sedia dietro la scrivania e si accese una sigaretta. « Non vai a casa? » gli domandò Silvia. « Sì, ci vado tra un po’ » « C’è qualcosa che non va? A me puoi dirlo » Diego si passò una mano sulla fronte. « Non lo so » Scoppiò a piangere tenendo il viso nascosto dietro la mano. Silvia lo raggiunse dall’altro lato della scrivania. « Diego cos’hai? » Diego l’abbracciò e lei lo stinse a lui. « Non so nulla Silvia…» singhiozzò con la testa reclinata tra l’incavo della spalla sinistra e del collo di lei « non so cosa mi stia succedendo ». Per un po’ lei lo lasciò sfogare annusando il suo profumo di dopobarba sulla pelle e sui vestiti. Poi lasciò che lui sollevasse il capo. Fissò quel volto scomposto dal dolore e dalla resa. Lo baciò sulle labbra e Diego rispose a quel bacio.
Dopo che Anna era andata via da casa sua Diego non la cercò per tre settimane. Fu lei a farsi sentire dopo circa un mese. Gli diede appuntamento al solito albergo. « Perché hai voluto che venissi fin qui? » « Avevo voglia di vederti e di stare con te » gli passò le braccia intorno al collo. Quella sera indossava un vestito di seta nero e largo a bretelline, semplice ed elegante. Portava i capelli sciolti e sulle labbra aveva passato un velo di lucidalabbra. « Se non avessi accettato cosa avresti fatto? » « T’avrei aspettato tutta la notte » Diego si sciolse da quell’abbraccio. Andò al balcone e si accese una sigaretta. « Hai in mente qualcosa di’ la verità » « No. Voglio solo stare con te » Diego sedette sulla sedia accanto al tavolino fuori dove sopra erano stati disposti un secchiello con dentro del ghiaccio e dello champagne ed un cesto di frutta. « Te ne vai da casa mia senza neanche avvisarmi, sparisci per tre settimane e poi mi chiami per dirmi che vuoi stare con me? » « Hai ragione ad essere arrabbiato. Mi sono comportata come una sciocca » lo vide prendere una ciliegia dal cesto e poi mangiarla. Ebbe paura a domandarglielo. « Tu e Silvia siete tornati insieme? » « Con lei ci vediamo tutti i giorni » « Diego » « Resterò qui solo se mi farai fare quello che voglio » « Cos’è che vuoi? » Diego s’alzò e si avvicinò a lei guardandola dall’altro in basso. « Farlo senza il preservativo » Prima che lei potesse dire qualcosa Diego l’attirò a sé e la baciò sulle labbra. Gli mollò uno schiaffo cogliendolo di sorpresa. Diego rise divertito. « È stato meglio che scopare » Si diresse alla porta della stanza. La chiuse a chiave che mise nella tasca dei pantaloni. Tornò indietro. La prese per un braccio e la trascinò con sé fuori al balcone. Anna si dimenò. « Smettila » « Io non mi faccio dare ordini da nessuno » « Sei stata tu ad iniziare questo gioco » « Non posso fare quello che mi hai chiesto » « Sarà molto semplice e nemmeno te ne accorgerai » « Perché? » Diego la guardò. « Perché vuoi farlo? » « Quando ti agiti sei ancora più bella » Anna fece il gesto di mordergli la mano ma Diego la mollò prima che potesse farlo. Tornò a sedersi fuori al balcone prendendo della frutta nel cestino. « Giuro che mi butto di sotto » lo provocò Anna. « Accomodati » « Credi che non ne sia capace? » « Sì che lo credo. Ma non questa sera » « Non sfidarmi Diego » « E tu non sfidare me » Anna sedette a terra tenendosi a debita distanza da lui. Diego la guardava continuando a mangiare ciliegie e albicocche. La seguì con lo sguardo quando si alzò per prendere il pacco di sigarette e i fiammiferi per accendere. Quando tornò a sedersi le tremavano le mani. Diego cercò di trattenere un sorriso di fronte alla scena ma non vi riuscì. « C’è poco da scherzare » « Ti riferisci al bacio o alla situazione in cui ti ritrovi coinvolta? » « Te l’ha mai detto nessuno che sei un uomo arrogante? » « Tutti » Anna chiuse gli occhi appoggiando la testa al braccio che teneva sul ginocchio. « Perché non vieni qui? » « Qui dove? » « Sulle mie ginocchia. Al posto di star seduta lì » Anna si alzò e gli si mise a cavalcioni sollevando il vestito sulle cosce. « Eh no, io dicevo di metterti seduta composta come fanno le brave signorine » « Ma io non sono una signorina né una signora. Sono una puttana. La tua puttana » lo baciò sulle labbra avidamente. E non fu più in grado di farne a meno. Diego la tenne stretta a sé per tutta la sera e per tutta la notte. Fecero l’amore per la prima volta e il mattino successivo, quando si rivestirono, Diego aveva ancora in bocca il sapore fruttato del suo lucidalabbra. Aveva smesso di baciarla solo un minuto prima che il sonno la cogliesse e quando andò a trovarla il giorno seguente al locale e gli altri a venire fece lo stesso. L’ultima volta che la vide fu per regalarle una catenina con un ciondolo a forma di quadrifoglio che lei aveva messo subito al collo. « Spero ti porti più fortuna delle tue sigarette » le aveva detto Diego mentre l’aiutava a metterla. Non dimenticò mai l’aspetto raggiante di Anna mentre passeggiavano l’ultima notte per le strade del centro. Si erano fermati davanti ad una vetrina che vendeva borse di Louis Vuitton, Chanel, Hèrmes e Valentino quando lei si era accorta che Diego stava guardando tutt’altra cosa. « Che stai guardando? » « Io e te » rispose tenendole un braccio intorno ad una spalla davanti alla vetrina che rifletteva di rimando la loro immagine. Erano passati giorni, settimane, e di Anna non aveva più avuto alcuna notizia. Finché una mattina ricevette una telefonata. Si recò sul posto dove Silvia aveva avuto un incidente. La trovò che tremava e in stato di shock. Aveva investito una donna con la macchina e ora quella donna giaceva a terra scossa dai fremiti. Diego la riconobbe subito. « Anna! » Si precipitò da lei facendosi largo tra la folla e chinandosi sul corpo disteso a terra che lo guardava come se a tratti lo conoscesse e dopo poco non sapeva chi fosse. « Anna… Anna guardami. Guardami Anna, mi riconosci? » Provò a sollevarla per prenderla e portarla via ma nel farlo la sentì gemere. Il sangue le colava dal naso e aveva tutt’e due le ginocchia sbucciate. « Chiamate un’ambulanza! » qualcuno gli disse che era già stata chiamata e che stava per arrivare. Giunta sul posto Diego volle salire insieme ai paramedici e agli infermieri. Silvia, che aveva osservato tutta la scena, gli chiese se la conosceva. « Ti spiegherò tutto dopo. Adesso devo andare » Diego salì sulla autoambulanza che corse spedita all’ospedale con le sirene spiegazzate. I medici dissero che Anna aveva riportato diverse fratture al bacino e alla spalla e che aveva tre costole incrinate. Quando Silvia lo raggiunse in ospedale lo trovò in corridoio, dietro la porta della stanza di Anna, che guardava fuori dietro i vetri della finestra. « Da quanto tempo la conosci? » « Tre mesi e mezzo, quattro » « Dove l’hai conosciuta? » Diego chiuse gli occhi e li riaprì subito sull’affaccio del cortile del nosocomio. « In un bordello » « Mi hai lasciata per una puttana? » « Sì, ti ho lasciata per una puttana va bene? Cos’altro vuoi sapere? » Un’infermiera passò loro accanto e si voltò a guardarli proseguendo per il corridoio. « Diego noi due stavamo per sposarci, o te lo sei forse dimenticato? » « Perché pensi che t’abbia lasciato? È stato meglio così, credimi. Pensa se l’avessimo fatto. Avremmo sofferto sia te che io » « Come fai a sapere quello che è giusto per me? » « Perché ho visto molti matrimoni fallire. Ed è stato un bene accorgermi in tempo che stavo commettendo un grave errore » Silvia riuscì a stento a trattenere le lacrime. Gli mollò un ceffone. « Vaffanculo stronzo » Rimase al capezzale di Anna fino a che lei non si svegliò. Le avevano ingessato la spalla e per qualche ora fu ancora sotto effetto degli antidolorifici. Riconobbe Diego e lo salutò. Parlarono poco. La aiutò a mangiare dopodiché Anna tornò a dormire. Diego andò a farle visita tutti i giorni. « Quando uscirai di qui, quando sarà tutto finito, verrai via con me » « Diego io e te non possiamo stare insieme » « Di cosa hai paura? Che quella strega al locale venga a cercarti e minacciarti? » « Sarebbe il minimo…no » « Allora cos’è? » « Non posso sposarti Diego » Prima di parlarle lui la guardò a lungo. « Promettimi che uscirai dal giro della prostituzione. Mi basta saperti fuori. E non sentirai più parlare di me. Se lo farai, uscirò fuori dalla tua vita per sempre » « E se non lo facessi? » gli chiese. « In quel caso dovrai sposarmi. Tanto non ti servirà a nulla continuare a vivere in questa maniera. Tu non lo hai mai dimenticato » La vide piangere tra il guanciale e le lenzuola bianche. « Mi dispiace Diego » « Anche a me ». Due mesi dopo Diego Dragone e Silvia Villani si sposarono nella chiesa di Santa Croce a Firenze.
Autrice : Carla Iannacone |
Categoria : Storie di libri e di teatro |
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Data : 19/02/25
Gli uffici della Dragone SpA erano immensi e composti da diversi piani comprensivi di scale e ascensori. Al piano terra vi erano le cabine di controllo, le portinerie, gli sportelli adibiti alle informazioni. Sopra vi erano gli uffici dei soci, la sala riunioni per il CDA, quella del Presidente, del vice presidente, dell’amministratore delegato e l’ufficio legale. Al primo piano c’era il bar e all’ultimo piano il terrazzo con vista sulla città. L’intero edificio era a vetri e ad ogni piano, all’interno, era consentito affacciarsi al piano terra. Era mezzogiorno quando Diego ebbe concluso la riunione con gli americani. Se ne stava affacciato alla ringhiera del primo piano ad osservare dabbasso la gente che entrava nell’edificio quando la vide fare il suo ingresso. Indossava un tailler bordeaux, giacca e gonna, i capelli sciolti e ricci le ricadevano sulle spalle. Quasi come se avesse sentito i suoi occhi puntati su di lei a sua volta alzò il capo per riabbassarlo subito. Prima che scomparisse Diego scese le scale andandole incontro con le mani nelle tasche dei calzoni. « Complimenti Dottoressa Villani. Vorrei congratularmi con lei per il tempismo dimostrato quest’oggi » « Non so a cosa ti riferisci » lei rispose mentre era intenta a parlare con gli addetti ai controlli. « Sai benissimo a cosa mi riferisco. Se non era per me l’affare con gli americani sarebbe saltato » « Sei tu il Presidente della società » « E tu ne sei il vice. Cos’è? Vuoi vendicarti per quello di cui abbiamo discusso due sere fa? » Lei lo guardò. « Dovresti solo vergognarti » « Non ho fatto nulla di cui debba vergognarmi, anzi. Ho agito in tempo prima che fosse troppo tardi » Se ne stava andando quando Silvia gli disse: « Voi uomini siete tutti uguali. Pensi di poter risolvere la faccenda con un semplice “Non sono pronto per un simile passo”? » Lui continuò a camminare senza voltarsi uscendo dalla porta accanto a quella di ingresso e scendendo le scale. « Diego! »
Era ormai un mese che si frequentavano. Quando poteva Diego andava ad assistere al suo spettacolo e a trascorrere il resto della serata con lei. Dopo il rapporto una o due volte era capitato che la sentisse piangere dandogli le spalle. Diego non le chiese mai nulla né lei accennò a qualcosa. Succedeva che parlassero, anche a lungo prima di passare ai fatti, e alla fine prima di salutarsi. Anna gli aveva concesso di fare con lei e di lei tutto ciò che volesse. Il più delle volte la ricopriva di premure, altre volte si lasciava andare a giochi più audaci. Lei lo lasciava fare tanto da insinuargli la convinzione che quelle piccole perversioni piacessero soprattutto a lei. « Mi piace scopare con te » gli confessò una notte in albergo dopo l’amplesso mentre gli accarezzava i capelli umidi tenendolo stretto tra le braccia. Era la prima volta che lo portava in un ambiente di lusso trasgredendo le regole del Blue Valentine. Aveva organizzato tutto lei. Gli aveva dato appuntamento all’hotel Luxor e aveva fatto mettere tutto sul suo conto. Lui era rimasto sorpreso ma anche molto divertito e alla fine le aveva chiesto perché. « Perché un uomo come te è abituato a questo ambiente e non allo squallore del Blue Valentine » gli aveva risposto. Diego aveva contro ribattuto che non gli importava dove trascorresse la notte ma che la trascorresse con lei. « La tua fidanzata è molto fortunata ad avere un uomo come te. Sei una persona buona, onesta, dolce. Sei un bravo massaggiatore e… un gran scopatore! » Diego rise insieme a lei. Durante i loro incontri era successo che le avesse massaggiato i muscoli del collo e della schiena a causa di un torcicollo e dolori che Anna avvertiva di tanto in tanto. Dopo si era sentita subito meglio. « Non sempre si presta a fare certi giochetti » le confidò mentre si toglieva di dosso a lei, allungando un braccio sul comodino per prendere sigarette e accendino. « Tu glielo hai mai chiesto? » « Con la propria donna certe cose non si possono fare » disse sputando fuori il fumo e guardandola distesa, nuda sul letto mentre giocava con una ciocca di capelli. « È per questo motivo che sei venuto al Blue Valentine? » « Quella sera pioveva. Mi sono trovato a passare di lì col mio autista e sono entrato per curiosità » « E sei rimasto soddisfatto a quanto pare…» gli insinuò un piede tra le cosce. Diego lasciò la sigaretta consumarsi nel posacenere e le fu di nuovo sopra. Avvicinò le labbra a quelle di lei. Anna volse il viso da un’altra parte. Diego ci riprovò e si ritrovò con le labbra di lei sul collo che presero a morderlo e a leccarlo.
La settimana seguente fu una di quelle ricche di impegni per Diego. Aveva il CDA, un appuntamento con l’amministratore delegato di una grossa società, una serie di contratti da stipulare e una conferenza a Zurigo. In più doveva fare i conti con i biglietti di auguri che ogni giorno Jill gli faceva trovare sulla sua scrivania e le innumerevoli telefonate del fioraio e di quelli del catering. Il tutto tra controlli dei titoli di borsa, colloqui con Giorgio e clienti che provenivano da gran parte dell’Italia, dell’Europa e da altri continenti. « Jill, mi scusi la Dottoressa Villani è nel suo ufficio? Allora guardi le chieda cortesemente di passare dal mio prima che vada via » « Che vuoi fare? Guarda che dobbiamo prima discutere del piano di ammortamento » « Dopo Giorgio, dopo » gli disse Diego con le maniche della camicia arrotolate e la sigaretta in mano che spense nel posacenere. Giorgio si alzò dalla sedia portandosi appresso i fascicoli. « Mi fai chiamare tu? » « Sì » In quel frangente Giorgio aprì la porta per uscire e Silvia entrò. « Jill mi ha detto che mi cercavi » « Sì. Ti vuoi sedere? » « Vieni al dunque » « Ti avevo chiesto di occuparti tu di ogni disdetta e non lo hai fatto. Oggi ho ricevuto anche una telefonata dal prete sul cellulare » « Io… non ne ho avuto il coraggio, ecco » « Silvia che cosa significa? Mi sembrava di esser stato chiaro con te » « Sei tu quello che ha deciso di mandare tutto a monte. Io non ce la faccio Diego, non puoi chiedermi una cosa del genere perché io non ci credo che tu lo voglia veramente. Perché non ne parliamo? » « Ne abbiamo già parlato » « Beh allora scordatelo. Io mi rifiuto di farlo. Mi vergogno solo a pensarlo se dovessi divulgare la notizia » « Presto tutti lo sapranno. In azienda lo sanno già. Vogliamo continuare questa farsa in eterno? » « Perdonami, ho un mal di testa atroce. Ti dispiace se ne riparliamo in un secondo momento? »
La stanza era pervasa dall’oscurità. L’unica luce che proveniva dall’esterno era offerta dalle luci della città nella notte e dalla luna che splendeva pallida in un cielo senza stelle. I balconi erano stati lasciati aperti e una soffice brezza faceva muovere le tende bianche e sottili portando un po’ d’aria fresca nelle stanze. La camera d’albergo era grande abbastanza da poter accogliere una famiglia. I vestiti erano abbandonati sul pavimento del salone. La giacca e il reggiseno in pizzo buttati sulle poltrone. Anna dormiva nel grande letto matrimoniale. La schiena nuda e liscia era scoperta, i capelli neri erano sparsi a ventaglio sul cuscino, una mano era sotto il guanciale e l’altra accanto al viso. Diego la osservò a lungo prima di infilarsi i pantaloni e la camicia per andare fuori al balcone a fumare. Si diresse in salone dove prese una sigaretta e l’accendino sul tavolo dove aveva poggiato il pacchetto e il cellulare. Tenne la sigaretta tra le labbra senza accenderla mentre controllava se fossero arrivate delle chiamate o dei messaggi. La accese dirigendosi al balcone scostando le tende e stando attento a non bruciarle. Sedette sulla poltrona di vimini accavallando le gambe e si gustò l’aria della sera. Diede un’occhiata alle altre stanze dell’albergo. Alcune avevano la luce spenta altre le persiane chiuse. Piante di belle di notte erano sparse accanto alla ringhiera in ferro e in marmo al balcone. Il campanile di una chiesa suonò in lontananza. Diego s’alzò e poggiò le mani sul marmo per godersi il panorama della città ammantata di tante piccole luci che brillavano come zaffiri. Il vento gli scostò la camicia che aveva lasciato aperta. Sentì la brezza sulla pelle della pancia. Quando ebbe finito di fumare rientrò facendo attenzione a non svegliare Anna che trovò come l’aveva lasciata. Sedette all’altro lato del letto per sciogliersi le scarpe e posarle a terra. La sentì muoversi. Anna allungò il braccio sotto il cuscino e si destò. « Dov’eri? » « In balcone a fumare. Ti ho svegliata? » « Credevo fossi scappato » « Scappato? Perché? » « Tutti scappate prima o poi » Diego accese l’abat jour sul comodino e si voltò a guardarla. Anna, con la schiena in su e con i gomiti sul cuscino, socchiuse gli occhi. « Non ho voluto svegliarti. Dormivi come una bambina » « Cos’hai? » « Che cosa? » « Hai qualcosa. Sei strano. Non vuoi dirmelo? » Diego si allungò sul letto con la faccia rivolta verso l’abat jour. Indossava ancora i pantaloni e la camicia. Anna gli carezzò i capelli. « Domai parto. Starò via per lavoro » Anna indugiò con le dita tra i capelli di lui. « Quanto tempo conti di rimanere fuori? » « Tre giorni al massimo » « Ti aspetterò ».
Fece ritorno dopo cinque giorni. Andò al Blue Valentine. Anna lo stava aspettando come gli aveva promesso. Appena la vide se la strinse al petto riempiendole di baci i capelli, la fronte, il collo, il petto annusando il suo profumo che sapeva di vaniglia. « Vieni ». La portò a casa sua e quando Anna vi mise piede rimase colpita dalla grandezza della casa guardandosi attorno. Diego accese le luci. Il salone aveva la capienza di una palestra. C’erano due grossi divani in pelle nera al centro insieme a due poltrone e a un tavolino. Le vetrate dei balconi occupavano tutta la parete di fronte. Sulla destra e accanto la porta di ingresso vi erano due mobili in nero lucido. Sulla superficie di quello a destra erano poggiate tre fotografie oltre a targhe d’argento. Anna prese una foto. Ritraeva un bambino che suonava il pianoforte. « Questo sei tu? » gli chiese. « Sì. Quando ero piccolo mi piaceva suonare » « E adesso? » « Ho smesso. Dopo che mi sono laureato e ho cominciato a lavorare non ho avuto più il tempo di suonare » Anna annuì poggiando la foto dove l’aveva presa. Alle pareti erano appesi quadri di Chagall – Anna riconobbe il Carro Volante – Kandinskij e Picasso. Diego si avvicinò a lei e prese ad accarezzarla insinuandole una mano nella camicetta. « No Diego » si divincolò lei « non mi va di farlo qui » « Perché? » e Anna intuì dal tono con cui lo disse di essersi offeso. « Perché se entrassi nel tuo letto smetterei di essere una prostituta » « Ma tu non sei una prostituta. E io non ti ho mai trattata come tale » « Diego » tese una mano per accarezzargli una guancia dove aveva fatto crescere la barba da pochi giorni « tu meriti molto di più » Lui le prese la mano e la baciò. « Ma io voglio te » L’abbracciò. « Rimani qui stanotte. Con me. Parliamo »
Autrice : Carla Iannacone |
Categoria : Storie di libri e di teatro |
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Data : 11/02/25