Charlie Brown
"Solo gli imbecilli non hanno dubbi"
"Ne sei sicuro ?"
"Non ho alcun dubbio!"
(Luciano De Crescenzo)
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Ebbene, fermo restando che è brutto, bruttissimo, definire “quelli di sinistra” chi appoggia la scuola di pensiero del PD (nel corso del post vedrò di trovare un'altra nomenclatura per gli “intellettuali”), veniamo al capo del problema (o vizio).
Gli intellettuali si reputano persone colte, in grado solo loro di comprendere il mondo, di sapere come funziona (o come deve funzionare), di essere persone sensibili e caritatevoli verso il prossimo, di essere buonisti e di saper accettare il pensiero altrui.
Niente di più sbagliato.
In tanti anni di vita non ho mai conosciuto “uno di sinistra” che sapesse accettare il mio pensiero, o quello altrui, senza criticarlo (in alcuni casi anche ad attaccarlo). Non mi riferisco solo ai politici, alla gente di spettacolo, ai giornalisti e altri personaggi, ma anche alle Istituzioni (librerie, case editrici, fondazioni, associazioni, università) che dovrebbero essere i sostenitori e gli artefici del libero pensiero. In molti – tanti – di essi ho riscontrato un atteggiamento di chiusura invece che di apertura.
Breve accenno su un aneddoto che mi successe in passato, ma che da allora mi ha fatto molto riflettere sul pensiero intellettuale di sinistra.
I miei studi ateniesi sono stati orientati sul diritto, ergo giocoforza nel lontano 2000 e passa (non vi dirò mai l’anno esatto sennò vi fate i conti per sapere quanti anni ho) conseguii la laurea in giurisprudenza. Non contenta, qualche anno dopo, fresca di abilitazione alla professione legale, decisi di iscrivermi alla facoltà di Lettere Moderne; pertanto iniziai a studiare per dare gli esami del primo anno di corso. Ora dovete sapere che la passione per le materie umanistiche l’ho sempre avuta e, in ragione di questo ardore, rifiutavo qualsiasi voto inferiore al 27/30 (considerazione stupida a ripensarci, ma questo mi incentivava a sfidarmi per dare il meglio).
Capitò che quando mi trovai a sostenere l’esame di linguistica al primo appello non andò bene (bene secondo il mio parere, perché il voto fu di 24/30) e quindi rifiutai. Il professore – per inciso: un nome importante negli ambienti di “alta cultura” che scrive anche su un quotidiano nazionale molto autorevole – si indispettì, così quando tornai all’appello successivo fece di tutto per rendermi ostico l’esame. Il voto si abbassò (21/30) ma, se avevo rifiutato quello dell’appello precedente, figuriamoci se non mi azzardai a rifiutare questo.
Fu questo azzardo la mia rovina, la mia sentenza di condanna, e farmi diventare, agli occhi del Professore, l’offesa, l’ignorante, l’inetta, la prepotente di turno.
«Signorina vedo che lei è un avvocato, mi spiega a cosa le serve un’altra laurea in lettere ma, soprattutto, questa sua caparbietà a rifiutare voti al di sotto del 27?» mi domandò ieratico mentre scrutava il mio documento di identità.
«Veda professore, il fatto è che ci tengo. Lo faccio per una questione personale… mi piace leggere e scrivere e vorrei approfondire i miei studi sulla lingua italiana e su tutto ciò che ruota attorno alla materia»
«Avrebbe dovuto iscriversi a Lettere classiche allora. Sta pensando per caso di voler abbandonare la carriera legale e darsi all’insegnamento?»
«No, non ho mai pensato di insegnare»
«E allora?»
Non seppi davvero cosa rispondergli, sorpresa che quel confronto stesse avvenendo con un professore di Lettere di una delle più prestigiose università d’Italia.
«Mi ascolti, lasci perdere. Tanto un lavoro già ce l’ha. E comunque, anche se volesse riprovarci al prossimo appello, il voto resta quello».³
Altro momento, altro contesto. Quando venne pubblicato il libro del generale Vannacci, Il mondo al contrario, alcune librerie si rifiutarono di metterlo in commercio e, in alcuni casi, anche di pubblicizzarlo. Per quanto trovi molto discutibile l’autore e il suo pensiero, questa decisione assunta da talune librerie (sottolineo librerie come biblioteche, tempio del libero pensiero e dimora della Cultura, almeno così dovrebbe essere) la trovai assolutamente antidemocratica.
A me non piace Tananai, ok? Trovo che non faccia buona musica, non comprendo i suoi testi, non lo definisco un artista (magari, come dicevo prima, domani cambio idea su di lui). Se gestissi un negozio di vinili, musicassette (esistono ancora le musicassette?), compact disc e, di punto in bianco, decidessi di non ordinare gli album del cantante milanese per impedirne l’acquisto al pubblico sulla base del mio gusto o di chissà quale altra considerazione personale, non starei rispettando le preferenze, il modo di essere, il pensiero, i principi, le abitudini di un’altra persona.
Contrastare la vendita di un prodotto, sia esso un libro, un cd, un fumetto, un quadro, una litografia (ma anche un dildo… ahhhhhhhh!, Eddai che sto scherzando! Ah! Ah! Manco tanto n.d.a.) ad un individuo che ha un metro di valutazione o un modo di concepire la realtà diverso dal mio, significa emarginarlo dalla società, non tenerlo in alcun modo in considerazione e atteggiarmi a despota costringendolo a conformare il suo pensiero sul mio codice di pensiero. Lederei, limitando, la sua libertà (quel bel vocabolo di cui si riempiono la bocca i soggetti che conosciamo, anzi che crediamo di conoscere perché si vestono di apparenza) impedendogli di essere sé stesso e manifestare le sue opinioni.
Sono anni che non esprimo il mio voto (male! Male assai! n.d.a.). È passato tanto di quel tempo che non ricordo neanche più dove ho riposto la mia tessera elettorale (male! Malissimo! n.d.a.), e questo perché tanto le “idee di destra” quanto “quelle di sinistra” non mi compiacciono in alcun modo.
Mentre i primi fanno ma fanno danno, i secondi chiacchierano vagheggiando di un mondo fantastico dove non esiste corruzione, mafia, guerre, povertà, diseguaglianze (beati loro che ci credono! Ma soprattutto beati loro che campano di certezze e che non si mettono mai in discussione né mettono in discussione le loro tesi! E bla bla bla,⁴ n.d.a.).
Un “vizio” che li contraddistingue da secoli dal partito avversario che è molto più pragmatico.
Ovvio che dissertare di politica richiede tempo, logica, precisione, approfondimento; non è con questo post che il discorso si esaurisce qui (pure perché semo tutti esauriti, n.d.a.).
Concludo con questa riflessione: ritengo che la Cultura non debba elevarsi, ma abbassarsi per accogliere nel suo grembo i frutti della Terra anche se marci, come fa una mamma col proprio bambino. Si piega sulle ginocchia per poterlo prendere in braccio e sollevarlo, stringerlo al petto, parlargli, rinfrancarlo, abbracciarlo. Anche se il bambino non ha un carattere docile, la mamma – una vera mamma – non lo abbandonerà mai per strada come un povero relitto.
«Ma insomma me lo dici sì o no per chi voti?»
Terminata la colazione ti stavo rincorrendo per le stanze e i corridoi di casa mentre indossavi la giacca e raccoglievi le tue cose per uscire. Sembravo una bimba petulante attaccata ai pantaloni del papà chiedendole di andare a fare una passeggiata per comprarle bambole e lecca lecca. Tu non rispondevi. E intanto ti tastavi le tasche della giacca e dei calzoni alla ricerca di qualcosa, tornavi indietro, raccoglievi le chiavi, la cartellina con i fogli, spiccioli dallo svuotatasche sistemato all’ingresso.
«Ohi?»
Luce, luce mia…
«Il PAT» rispondesti d’un tratto.
«Il PAT? E cos’è?»
«Il Partito dell’Acqua Tiepida. La cabina elettorale, a mio avviso, dovrebbe somigliare a una cabina per la doccia e avere due manopole» con una mano mi mettesti sotto gli occhi indice e medio «la prima con la scritta Egoismo e la seconda con la scritta Solidarietà. Dopodiché l’elettore valuta il movimento politico che sta vivendo e si regola di conseguenza. Se pensa che il suo governo, nei cinque anni in cui ha gestito il potere, abbia esagerato in Solidarietà, ovvero in pensioni, assistenza sanitaria, sussidi di disoccupazione o altro, gira la manopola di destra, altrimenti gira quella di sinistra, e tanto prova e riprova finché non vede uscire l’acqua giusta. Insomma, per dirla con Cleobulo: “Ottima è la misura”».⁵
(Fine terza parte)
³ Questo episodio, a differenza dell’intro, non è un romanzo o un racconto ma è la pura e semplice realtà di quanto accadde.
⁴ Ma siete proprio sicuri che quello che promulgate sia giusto e che possa costituire il benessere per la comunità?
⁵ Tratto da La distrazione di Luciano De Crescenzo, Mondadori Editore 2000.
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L'illustrazione è di Luciano De Crescenzo, tratta dal libro Luciano De Crescenzo disegnatore, catalogo della mostra al Nilo Museum Shop, Enciclopius Edizioni 2015
Trasformava il dolore in allegria. Il buio in luce. Le lacrime in brio.
Era vietato essere tristi. E non perché non soffrisse (ero sicura che soffrisse come un qualsiasi essere umano), ma era un campione a nasconderlo. Amava gente di ogni tipo, senza perdersi in distinzioni o raffronti; tanto era l’amore che gli esondava dal cuore che non ammetteva mestizia nel volto, nei gesti, nei cuori degli altri.
Mai, mai avevo pianto in venticinque anni accanto a lui. Non avevo pianto neanche il giorno in cui se ne andò, forse perché il vuoto che aveva lasciato era un buco talmente grande e profondo da risucchiarmi anche le lacrime, o perché non avevo avuto il tempo né il modo di adattarmi alla sua scomparsa, presa ad adeguarmi ad una nuova vita senza di lui.
Mi succede adesso, a sei anni dalla sua morte.
Mi sforzo di non farlo. Lo so che non vorresti, ma quelle lettere… le infinite lettere che ho trovato nel tuo studio, di cui quelle persone vengono a rendermene conto continuamente… forse dovrei cominciare dall’inizio. Ma quando è cominciato?
Anch’io ho sempre amato stare in mezzo alla gente, ridere, scherzare, divertirmi e far divertire gli altri. Mi piaceva amalgamarmi, omologarmi alla folla, fare parte dell’insieme. In questo modo pensavo di essere qualcuno, di rendermi importante per chi mi stava attorno, di farmi “una reputazione”, di far parte della cerchia.
Io ero quella che erano gli altri. Ero gli altri. Credevo che questo bastasse per guadagnarmi il mio e il loro rispetto.
Poi sei arrivato tu ed è cambiato tutto. Il mio posto non era più in platea, in mezzo alle persone, ma in galleria nel posto che si riserva alla gente di un certo calibro.
È avvenuto senza che me ne rendessi conto.
Ero appena entrata in teatro, sola, senza di te. Tu avevi il tuo bel da fare con i libri. Nonostante questo mi accompagnavi sempre anche quando non c’eri e, cosa assurda, all’epoca furono gli altri ad accorgersene e non io. Ne presi consapevolezza proprio quella volta.
Ero in ritardo e, affannata, stavo correndo per il foyer e le sale del teatro per raggiungere i miei amici in platea. Mi tenevo sollevato l’orlo dell’abito per non schiacciarlo sotto le scarpe quando fui fermata da una maschera. Gentilmente domandò il mio nome e, sempre gentilmente, mi accompagnò al piano di sopra, al centro della galleria, aiutandomi a prendere posto e porgendomi una brochure. Ringraziai, grata ma anche sorpresa da quel cambio di programma. La maschera mi aveva atteso tutto quel tempo.
La visuale era magnifica: avevo il palco, la platea, i corridoi, il sipario, l’intero teatro davanti ai miei occhi, ma intorno a me le sedie erano vuote. Ero sola.
Al ritorno, sentendomi mettere piede nell’ingresso, ti affacciasti dalla porta dello studio e mi chiedesti se mi ero divertita e se mi era piaciuto lo spettacolo. Ti risposi frettolosamente di sì, al che mi domandasti se stessi bene o se fosse successo qualcosa. Ti risposi che no, non era successo nulla, che ero stanca e che volevo andare a dormire. Fingesti di essertela bevuta e la cosa si chiuse lì.
L’indomani, a colazione, ero distratta. I pensieri se ne andavano per conto loro mentre sorseggiavo un caffè bollente, quasi non sentii la tua domanda.
«Allora? Com’era questo spettacolo?»
«Bello»
«Tema?»
«Donne. Mafia. Omertà e… tanto altro. L’ho trovato un testo molto profondo. Molte delle persone in sala non lo hanno capito. Ero un po’ infastidita dal brusio che proveniva da sotto»
«Da sotto?»
«Mi hanno messa in galleria. Per caso, sei passato in teatro nei giorni scorsi?»
«Purtroppo non ci metto piede da tanto»
«E quando vai a Napoli cosa fai?»
«Mi godo le bellezze della città»
«Credevo che Napoli fosse la patria del teatro»
«Credi»
Feci di sì con la testa.
«Credi o pensi?»
«Credo»
«Credere è un verbo importante»¹
«Penso che abbiano cambiato politica nel teatro in cui sono stata ieri»
«Ti riferisci alle proposte presenti in cartellone?»
«Mi riferisco a tutto. La politica è una cosa seria, o almeno così dovrebbe essere»
«E non sbagli»
«Per chi voterai alle prossime elezioni? Non ho mai capito da che parte stai tu»
«Che brutta parola! Che brutta espressione!» arricciasti il naso mettendo su quella che doveva essere un’espressione disgustata (doveva, perché in realtà la tua era un’espressione burlona e gaudente mentre spalmavi marmellata sulle fette biscottate) «Parte»
Ti guardavo con la faccia di chi s’era rassegnata da un pezzo.
«Da che parte stai…» continuasti sempre burlandomi, frugando nel cestino della frutta.
Alzai gli occhi al cielo.
Di poche cose avevo certezza. Quella di non aver mai saputo per chi votavi era una di queste.
La politica è una cosa seria. Cominciamo da qui.
Voi, in genere, per chi votate? Sapete che vi dico? Non voglio saperlo, tanto non mi direste la verità. Il voto è segreto!, mi direste. E avreste pure ragione. Ma tanto, con un po’ di concentrazione e con spirito di osservazione penso (e non credo) che riuscirei a capire da che parte state.
Non ho mai compreso perché chi appoggia le idee di destra sia reputato una persona malevola, cattiva e narcisista. Chi invece appoggia le idee di sinistra è il filantropo, l’umanista, l’altruista.
Se io oggi affermassi di parteggiare per Fratelli d’Italia o di avere simpatie per la Meloni verrei tacciata come una brutta persona, con un pensiero limitato, per non dire di scarsa cultura (brevemente: la cultura non è di destra né di sinistra, per sua definizione non può essere circoscritta a un rango, a una classe o a un’élite, altrimenti si configurerebbe un paradosso), razzista, omofoba, che pensa solo al proprio interesse.
Domanda: pensate veramente che chi sostiene la Schlein covi il desiderio di accogliere un extracomunitario in casa propria (per casa non intendo il suolo italiano, ma casa dimora, il posto in cui mangiate, dormite, fate l’amore, vi spogliate ed espletate i vostri bisogni corporali), di impazzire di gioia quando si trova a dover pagare le tasse per sostenere i meno abbienti, di fare beneficenza e lasciare una moneta per ogni individuo che incontra sulla strada (ogni individuo! non chi sì e chi no, altrimenti di che uguaglianza tra i popoli va vaneggiando? Se sei per il diritto di eguaglianza, tutti sono uguali a tutti, senza alcuna differenza), di non essere infastidito dal tizio che non la pensa come lui, oppure di non provare ribrezzo di fronte al bimbo sporco e puzzolente e di giustificarlo se ti ruba il portafoglio dalla tasca?
Per uso e consuetudine i più colti, i più benevolenti, i più intelligenti, i più intellettuali sono “quelli di sinistra”.
A parte che già chiamarli “quelli di sinistra” non è sintomo di intelligenza; come accennavo poc’anzi, fare distinzioni tra destra e sinistra è sufficiente per denotare un certo grado di deficienza più che di intelligenza. Per una mente aperta, a mio modo di vedere, distinzioni di questo genere non devono assolutamente esistere. È pur vero che il mondo è vario, si diversifica; ma le differenze, la diversità deve essere concepita come qualcosa che arricchisce e non che pone limiti (io so’ io e tu si’ tu)². Questo non va bene. Che poi io non possa essere d’accordo con quello che dice o pensa chi mi sta di fronte non significa che non debba accettarlo o condannarlo o mettergli muro. Non lo condivido. Punto. Ma non devo non accettarlo a priori, perché così facendo permetto al seme del pregiudizio di mettere radici nella mia testa e di calare il velo sul mondo precludendomi alla conoscenza. Se oggi non vado d’accordo con lui, non è detto che domani possa pensarla come oggi. Solo gli imbecilli non cambiano idea.
(to be continued)
Teatro dell'Opera di Roma
¹ La citazione è contenuta in Sembra ieri di Luciano De Crescenzo, Mondadori Editore 1998
² “Io so’ io e voi nun siete un c****!” nota citazione di Alberto Sordi ne Il marchese del grillo del 1981 di Mario Monicelli.
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Potrà sembrare una recensione, ma non lo è. Forse una riflessione, una critica, una serie di parole buttate giù a caso. Un deliro? Boh. Iniziamo e vediamo dove andiamo a finire.
Parto mettendo le mani avanti: il romanzo non l’ho ancora concluso. Conta poco se vi dico che, trattandosi di un thriller, che l’abbia finito o no – come si dice – a voi “non ve ne cale” perché, quantunque lo avessi terminato, non potrei comunque spoilerare.
Michaelides è un autore che ho scoperto l’anno scorso con La paziente silenziosa, un testo che mi ha colpito e mi ha piacevolmente sorpresa. È uno scrittore che ama giocare con la psicologia dei personaggi, le sue storie ricalcano le tragedie greche, in particolare quelle di Euripide (citato anche ne La paziente silenziosa). Penso che le sue origini influiscano molto sulle sue opere così come i suoi studi (è nato a Cipro ed ha studiato letteratura inglese all’Università di Cambridge e cinema all’American Film Institute di Los Angeles).
La Furia, infatti, non è un romanzo. È una sceneggiatura. Un copione.
Sarebbe banale dire che ogni personaggio della storia nasconde un bagaglio di segreti (è un thriller, volete che il giallo, il mistero, non stiano al centro della trama?) perché questa volta non sono i segreti a fare da basamento al romanzo, ma le maschere.
Sì, avete letto bene: le maschere.
È o non è un copione? Allora… che lo spettacolo abbia inizio. Su il sipario!
E invece non vi racconterò proprio un bel niente perché non c’è proprio un bel niente da raccontare. Quel che troverete nel libro lo vivete tutti i giorni. E i personaggi sono sempre gli stessi: il vicino di casa, l’amico della palestra, la moglie, l’amante, il collega di lavoro, una vecchia conoscenza dell’infanzia, il cugino, la zia con la quale ti scambi meme e battute, il prete, la persona con cui ti confidi, il personaggio pubblico che tanto ti piace e che segui sempre in televisione, a teatro, alle manifestazioni e, se ne avessi la possibilità, pure al mare mentre si sta a fa’ il bagno col salvagente a forma di paperella (o magari è alle Seychelles a bere mojito. Intermezzo: “Sto bene al mare, al mare/Oh, al mare, sto bene al mare/Sto bene al mare (Oh-oh), al mare/Oh, al mare, sto bene al mare” ¹).
No questa volta non dirò proprio nulla perché sai, lettore o lettrice (pazzo o pazza che sei capitato in questo blog), desidero che tu per un attimo ti fermi ad osservare, ad ascoltare e a pensare. E a fare le tue deduzioni. Cominciamo prima di tutto con una serie di massime. ²
“Sappi che cercherò di dirottare il meno possibile il corso del racconto. Ma spero mi perdonerai una digressione ogni tanto. E prima che tu mi accusi di narrare i fatti in modo contorto, voglio ricordarti che si tratta di una storia vera, e nella vita reale è così che raccontiamo le cose, mi sbaglio? Siamo dappertutto: saltiamo avanti e indietro sulla linea del tempo; ci soffermiamo a lungo su certi momenti e sorvoliamo su altri; confezioniamo la storia man mano che prende forma, minimizzando i difetti e dando risalto ai punti forti. Siamo tutti narratori inaffidabili delle nostre storie”.
“Nessuno vuole la realtà: vogliamo tutti la favola”.
“Nessuno può indicare con precisione il momento in cui l’amore diventa odio. Tutto finisce. Soprattutto la felicità. Soprattutto l’amore.”
“La vera tragedia, quando si guarda sempre fuori e ci si concentra costantemente sull’esperienza altrui, è che si perde il contatto con la propria. Procediamo nella vita impersonando noi stessi, siamo gli impostori che fingono di essere noi. Ma non pensiamo mai: ecco, sono io. Oppure: io sono questa persona”.
“La verità, come si dice, spesso è più strana della finzione”.
“A noi le questioni morali piacciono semplici, no? Buono o cattivo, innocente o colpevole. Funziona alla grande nei romanzi, ma la vita vera non è mai così lineare. Gli esseri umani sono creature complesse, con luci e ombre che s’intrecciano in mille sfumature in ognuno di noi”.
“Il nostro vero sé emerge solo quando non dobbiamo dimostrare niente, quando non abbiamo un pubblico e non cerchiamo un applauso. Non dobbiamo essere all’altezza delle aspettative di qualcuno. Giocare, sai, non serve a niente, non ha uno scopo pratico e non ci si aspetta un premio in cambio. Il premio è il gioco stesso”.
Giugno. È tempo di esami di maturità (come se poi per acquisire la maturità serve un esame, ma vabbè… soprassediamo altrimenti il discorso si fa lungo). Dicevo, giugno. E luglio.
Ricordo che le materie che scelsi per la mia “prova di maturità” furono italiano e inglese (ai miei tempi il voto era espresso ancora in sessantesimi). Autori: Luigi Pirandello e James Joyce. Pirandello per la sua visione di vita e delle persone (che indossano costantemente delle maschere), James Joyce perché lo ritenevo contorto e complesso, e per questo affascinante. Un autore, al pari di Thomas Hardy, che non si smette mai di studiare (e di leggere).
In proposito mi viene in mente una frase tratta da Il fu Mattia Pascal che dice così “Recitiamo tutti. Tutti recitiamo, tanto che nessuno sa più chi è”.
Mi sono già pronunciata in passato sulle persone che si fingono altro da quello che sono per le ragioni che possono essere più svariate: convenienza, opportunismo, simpatia, solitudine, carriera, notorietà ecc. Non staremo qui a sindacare o a giudicare il loro comportamento, se non altro perché è una cosa che facciamo tutti, nessuno escluso.
Quello che non tollero è l’ipocrisia, il fatto che tu venga a fare il simpatico o il piacione con me per conquistarti la mia ammirazione (che, nei social, si traveste in like). Passare per quello che non sei, perché il mio like ti fa comodo e ti permette di guadagnare molti dollaroni, oltre che followers (che sono, appunto, dollaroni).
È pur vero che la colpa non è tua, perché “nel gioco della finzione” tu sei il venditore e io l’acquirente. E il venditore, per vendere la sua merce, deve saperci fare nel commercio (è quello il suo mestiere, se non vende non guadagna).
Facciamo finta di entrare in un negozio di abbigliamento. Io (acquirente) do un’occhiata in giro per capire cos’è che possa interessarmi e allinearsi ai miei gusti. Chi sta dall’altra parte del bancone (venditore) farà di tutto perché io possa acquistare il capo più costoso anche se la qualità non vale il prezzo del tessuto. E quindi comincia con l’elencare una serie di pregi (un particolare ricamo, la linea del modello, lo scollo, la cucitura, una rifinitura, la fattura dei bottoni, roba così) stando molto attento a nascondere i difetti, e tu ti convinci che quel che ti mostra possa andar bene perché era proprio ciò che cercavi. Lo compri, paghi ed esci tutto contento.
Lo sfoggi per un po’ di tempo e in quel lasso di tempo pensi di aver fatto un buon affare, salvo poi accorgerti che l’abito è scucito in più punti, il tessuto ha ceduto, non esistono bottoni di ricambio né ti sono stati dati in dotazione con l’acquisto, e la fodera s’è tutta macchiata al primo lavaggio. “Che cavolini di Bruxelles ho comprato?” ti dici, deluso dalla spesa “Vado sempre in quel negozio, il commesso è una persona fidata, onesta, uno che col suo lavoro ci sa fare, ha occhio… possibile mai che mi ha rifilato ‘sta schifezza?”
La risposta è sì. Sì perché non sta facendo il tuo interesse, ma il suo. E pur di vendere, deve ingannarti. È triste, oltre che antipatico, perché ti senti preso in giro ma gliene vuoi fare una colpa?
Non è lui che deve avere occhio (lui ha occhio per spennare i polli), se te che devi avere capacità di critica e osservazione quando misuri l’abito, e quindi ritenere se fa al caso tuo oppure no.
Non mi inserisco mai in “discussioni” social dove si fa a gara a chi insulta di più, e non mi piace neanche criticare perché sono consapevole che anche io, essendo un essere umano e pertanto imperfetto, posso essere a mia volta criticata per una mia manchevolezza o per altro; quel che voglio dire – e ci tengo a dirlo – è che non sopporto la falsità e, siccome sono proprio allergica al vizio, provo fastidio quando vengono inscenati certi siparietti.
Purtroppo non si può farne a meno e, per quanto la cosa mi dispiaccia, mi sto allenando a tenere la giusta distanza (emotiva) dalle cose e dalle persone, cogliendo il buono (quando è possibile) senza stare troppo a soffermarmi sugli aspetti negativi. Se poi proprio non riesco, a malincuore, cambio la destinazione. Quanto detto vale tanto per le persone che mi stanno intorno tutti i giorni e tanto per il cantante, il presentatore, l’attore o la ballerina di turno.
Il mondo dei comuni mortali non è che si discosti molto dal mondo delle celebrity, tutti fingono per ottenere la tua benevolenza; il secondo sembra che lo faccia in maniera più accentuata perché il vip ci campa con la tua ammirazione.
Provate un po’ a pensare se si mettessero tutti a dire le cose che dice il generale Vannacci… chi li seguirebbe più? Ma, soprattutto, che figura farebbero col pubblico a mostrarsi per razzisti, omofobi, discriminatori, hitleriani, leghisti…? (Mo’ quelli della Lega mi menano, n.d.a.).
Dire la verità, quello che pensiamo davvero, costituisce un pericolo. Siamo sotto l’attacco del giudizio e della considerazione degli altri.
Sono convinta che di quello che si dice solo il 30 per cento corrisponda a verità e trova corrispondenza con ciò che è custodito nel cervello di ognuno (e ho voluto essere ottimista con le percentuali!).
Qualche mese fa sul quotidiano La Repubblica Marco Mengoni dichiarava la sua insoddisfazione di vivere in un Paese dove la maternità surrogata è un reato e altre lamentele che si legavano ai limiti posti per il riconoscimento dei diritti umani.
Francamente non so come prendere le sue parole. Non metto in dubbio che crede in quello che dice ma, se poi metto sulla bilancia le sue parole con le sue azioni (e quindi l’atto pratico delle cose, il darsi da fare), beh… qui qualche dubbio me lo faccio venire.
Quindi, vanno bene i concerti, le battaglie, inneggiare a spunti di riflessione… ma poi? Finisce tutto così? ³
¹ Sto bene al mare, testo di di Marco Mengoni con Rkomi e Sayf.
² Dal libro La Furia di Alex Michaelides (Einaudi editore, 2025).
³ A Marcoli’, io te vojo bene, sei pure bravo (ma bravo davero) ma nun è che me stai a piglia’ per il fondello pe’ fatte bello?
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Una scena dal film Match Point
Era seduto sulla sua poltrona davanti alla finestra e le tende ingrassate dal vento, con un libro aperto tra le mani totalmente immerso nell’inchiostro delle parole e nelle immagini che esse evocavano. Leggeva prevalentemente autori greci, latini, ma anche autori contemporanei come Rita Levi Montalcini, Domenico De Masi e poeti napoletani.
Adorava la musica. La sua canzone preferita? Era de maggio di Salvatore di Giacomo. Quando attaccava il ritornello chiudeva gli occhi, inclinava un po’ il capo all’indietro e con la fantasia iniziava a viaggiare verso itinerari noti a lui soltanto. Erano sicuramente viaggi straordinari perché i muscoli del viso gli si rilassavano, le rughe si stendevano e un sorriso birichino faceva capolino dalle sue labbra.
Potevo restare delle ore a guardarlo così. Egli stesso era spettacolo del suo spettacolo.
Fermavo il respiro e, se ne avessi avuto la capacità, avrei arrestato anche i battiti del cuore perché con il loro incessante battere nel petto disturbavano la sua quiete.
Sulla soglia della porta della stanza dove lo osservavo, seduto dando la schiena all’uscio, cauta mi voltavo tenendomi sulla punta dei piedi come le ballerine di danza classica, tentando di emulare la loro leggerezza e stando attenta a non inciampare per non distrarlo col brusio del sangue che mi scorreva nelle vene. E, nell’atto di eseguire il movimento e fare dietro-front, lo immaginavo aprire gli occhi o sollevarli dalle pagine del testo che stava leggendo per chiamarmi.
Si accorgeva sempre di tutto. Anche del suono più impercettibile, quello che possono udire solo gli animali e precluso agli esseri umani tanto per intenderci.
Non ho mai capito come facesse. Ogni giorno scoprivo di lui qualità sempre più rare e nascoste, e furono queste qualità che me lo fecero amare, renderlo caro al mio cuore e prezioso ai miei occhi.
«È pronto in tavola?»
«No, ho appena messo la parmigiana nel forno. Di tempo ne hai ancora per leggere»
«Ma non dovevano venire i tuoi?»
«Oggi sono a pranzo da amici»
«E Marisa?»
«È a teatro impegnata con le prove dello spettacolo, ma non preoccuparti: ho seguito la sua ricetta della parmigiana passo dopo passo»
«Preferisco quella che fai tu»
«Il solito adulatore»
«La solita esagerata»
«Essì, pure esagerata sono»
«Non dicevo a te, mi riferivo a Marisa. A questo punto era meglio un piatto di pasta al sugo. Leggero. Semplice. Veloce».
Ero gelosa dei suoi amici e delle sue amiche; anche se con lui non l’avrei mai ammesso intuivo che in fondo lo sapesse e che, per questo, si divertiva a prendermi in giro e a pungolarmi. Marisa era l’unica di cui non fossi gelosa, ma il suo talento culinario lo invidiavo, questo sì.
«Mo’ ho preparato la parmigiana e quella ti mangi» sbottai.
Immaginai che se la rideva sotto la barba bianca (non lo vedevo essendogli di spalle con un piede tra la porta della stanza dello studio e uno nel corridoio e con lo schienale della poltrona che si frapponeva tra noi, ma sapevo che era così).
«Sapevi che la chiave del successo di un uomo è la fortuna?»
«Ma pensa… io ho sempre creduto che fosse il talento»
«No, è ciorta»
«Lo dice il libro che stai leggendo?»
«Stammi a sentire: non ti fidare di chi ti dice che solo con le tue forze puoi farcela. Ci vuole anche ciorta, come si dice dalle mie parti» ¹.
Tema del giorno: ciorta. Termine napoletano che indica una forza imprevedibile, accidentale, non governabile. Traduzione: fortuna.² Anche nota col termine terra terra di c*** (biiiip!).
Ma, siccome non ci piace e non dobbiamo scadere nel volgare, da questo momento in poi la chiameremo Fattore C.
Questa mattina (è il 24 giugno mentre scrivo questo post; lo so sono in ritardo con le date, sono ritardataria perché sono una ritardata ecco perché) leggevo un articolo su Mowmag, un giornale online “d’attacco” come amano definirsi, dove si discettava – brevemente – dell’esperienza di una frequentante della Scuola Holden di Torino. Negativa, secondo il parere di questa ragazza che, su Instangram, si firma con lo pseudonimo di Kants Exhibition. La Scuola Holden, inutile dirlo, è la scuola di scrittura fondata da Alessandro Baricco.
Più che un articolo, era una denuncia/critica contro “la fabbrica delle illusioni” dello scrittore torinese, autore dei romanzi Novecento, Seta, Oceano Mare, Castelli di Rabbia, Next eccetera eccetera, nella cui scuola non si premia il merito, il talento, la creatività e la passione dei ragazzi ma primeggia la competizione, l’adeguarsi ad uno schema rigido e preimpostato di regole, il conformarsi ad un certo “stile di scrittura” tendente ad una omologazione dei testi (tutti uguali, stesso registro, stesso tenore, stessa tecnica, stessa forma) sì come ad una omologazione degli autori dei testi, sottoposti ad una continua pressione finalizzata esclusivamente ad una gara a chi riesce a piacere di più e a chi riesce a diventare il modello d’eccellenza. Il tutto ad un costo della bellezza di ventimila euro (test d’ingresso, corsi, esami e attestato).
Ventimila euro gettati al vento, che si traducono alla fine in una pergamena che non ha nessun valore legale, nessuna garanzia, non vale come curriculum, non ti porta alcun lavoro (sia che riguardi il campo dell’editoria, sia il campo della comunicazione o della scrittura), niente di niente. Solo un foglio da incorniciare e appendere al muro assieme alla carta da parati (e siamo stati anche fin troppo gentili ed educati a fermarci qui a descrivere l’utilizzo che si possa fare di questo bel pezzo di carta).
Premesso che la sottoscritta non ha mai frequentato l’Eccelso Istituto che consente – così sapevo perché così si mormora – di trasformarti in uno scrittore/scrittrice di successo, e premesso che non ho mai creduto a queste promesse (perdonate il gioco di parole) di sogni di gloria, soldi a palate, televisione, sesso, presentazioni, tappeti ai piedi e… rose rosse per teeeeee! Ho comprato staseeeeraaa!
Premesso che dopo aver seguito per anni corsi di scrittura creativa, corsi di giornalismo, di teatro, corsi di dizione, di lettura e poi mi so stancata perché basta me’ so’ rotta, nun c’ho più soldi e tempo da spende’, premesso che non mi importa più nulla perché tanto uno vale l’altro e alla fine so’ tutti uguali e non servono e non ti portano a niente (né lavoro, né soldi, né gloria, né successo), ma hanno tutti l’unico scopo di fabbricare sogni (pe’ loro non per te, perché loro il sogno di ingrossarsi col denaro lo realizzano, tu resti sola col tuo sogno campato per aria e basta), premesso tutte queste premesse (che manco queste servono a qualcosa ma solo ad allunga’ il discorso, viva la sintesi!) vorrei dire alla cara Kants Exhibition (po’raccia, di Eva Kant manco il nome t’è rimasto, solo Kants): cara Kants, e care ragazze e ragazzi che volete diventare i futuri scrittori di successo, ma secondo voi se bastava la scuola di Baricco a diventare un Antonio Manzini, un Gianrico Carofiglio, un Domenico Starnone, una Elena Ferrante, una Isabel Allende, una Elsa Morante o una Dacia Maraini, ma ve pare che tutti l’altri stavano a fa’ la fame o i zompi mortali per realizzare il loro sogno? È vero che per certe scuole e certi istituti tocca mettese in fila e superare i test di ingresso (e tocca avecce pure li soldi), ma chi ha talento (tanto, tantissimo talento), passione – tanta passione – e denaro come mai, dopo anni e anni di sacrifici, non è riuscito nell’intento?
Non è che per caso – per caso eh! – servirebbe una bella scorta (o botta, come ve piace insomma) di Fattore C?
Non so quanti di voi conoscono o hanno mai visto la pellicola di Woody Allen del 2005, Match Point con protagonisti Jonathan Rhys Meyers e Scarlett Johansson. Quello è un film che racconta (e mostra) quanto è importante e quanto incide la fortuna nella vita di un uomo o una donna.
Puoi avere tutte le capacità, le doti, il talento che vuoi, ma se non sono accompagnati da una buona dose di fortuna (né discreta, né sufficiente, ma buona per non dire ottima) puoi fare poco, se non accontentarti di quello che puoi ricavare e sfruttare con le tue attitudini. Se non ti capita l’occasione, se non hai gli opportuni “agganci”, se non fai le dovute conoscenze (e aggiungerei anche se non hai faccia tosta), la scalata per il successo sarà piuttosto ardua. Non che non si possa favorire la dea Ananke³, i tentativi sono sempre ammessi ma non è detto che vadano a buon fine (questa non è mia, ma del mio consorte di cui all’intro).
Insomma, se l’anello degli ultimi spezzoni del film di Allen non rimbalza sulla ringhiera e finisce nelle acque del Tamigi prega i tuoi Santi in Paradiso (sempre ammesso che ce li hai e che tu sia credente) di darti una mano per far sì che possa vivere la tua favola, e non solo sognarla.
(Fine seconda parte)
¹ L’assioma è tratto dal sito https://lucianodecrescenzo.it/
² Ma anche sfortuna.
³ Dal greco Ἀνάγκη: destino, fato.
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Abbiamo un problema. È solo uno dei tanti problemi che affliggono il nostro Paese: il fenomeno migratorio.
Non è un problema da poco, perché innesca una serie di considerazioni su un certo modo di pensare della gente riguardo al rapporto con lo “straniero”. A tal riguardo mi viene in mente un apoftegma di Andrea Camilleri che dice così “Non bisogna mai avere paura dell’altro perché tu rispetto all’altro sei l’altro”.
Perché faccio questo discorso? Perché nella prima settimana del mese – precisamente il 2 giugno, guarda caso, la Festa della Repubblica – è accaduto un fatto increscioso e da qui mi è sorta una riflessione.
Da un po’ di tempo nei dintorni di casa transita un ragazzo di colore che dice di essere un paziente del medico che ha lo studio a un piano sotto il mio. Questo dottore (che divide l’ufficio con altri due colleghi, tutti e tre sprovvisti di segretaria) ha la cattiva abitudine di non fissare appuntamenti, pertanto chi prima arriva prima si sbriga. Di fronte a tale “uso e costume” i pazienti non possono far altro che arrivare a cascata e attendere fuori al portone (al gelo o al fuoco) l’orario di apertura dello studio medico (e fare la “ante fila” prima ancora di entrare). Tuttavia, come spesso accade in tutti i condomini che non dispongono del servizio di portierato, c’è sempre un buontempone che lascia il portone aperto o non aspetta che si richiuda, e la gente che è fuori ad aspettare ne approfitta per entrare e stazionare nell’androne delle scale.
Verità: tante volte è stata la sottoscritta a permettere ai pazienti di intrufolarsi, ma questo perché gran parte di essi sono anziani con patologie abbastanza evidenti (problemi di deambulazione o fatica a stare in piedi).
Un giorno succede che mi trovo davanti questo ragazzo di colore. Il tizio era praticamente schiacciato al portone, aspettava solo l’occasione propizia per penetrare nel palazzo. Manco il tempo di aprirlo infatti che già aveva un piede dentro.
«Deve andare dal dottore?» gli faccio.
La risposta è una non risposta, perché tutto quello che fa è stare zitto a fissarmi come un ebete. Gli reitero la domanda perché penso che, essendo straniero, forse non comprende bene l’italiano, ma la reazione è sempre uguale. Resta a fissarmi imbambolato (più che imbambolato sembra assonnato, drogato). Decido allora io per lui: è evidente che non sta bene e quindi lo faccio entrare per far sì che aspetti nell’androne, anche se il soggetto mi mette un senso di irrequietezza addosso.
La cosa finisce lì e non lo vedo più per un po’.
È ricomparso il venerdì antecedente il 2 giugno – stessa procedura, stessa attesa col corpo incollato al portone, stessa espressione da drogato – e il lunedì del 2. In quest’ultimo giorno ce lo siamo ritrovati proprio sulle scale davanti alla porta dello studio medico, impegnato nelle sue abluzioni per mezzo di due bottiglie d’acqua.
Mi ero svegliata un po’ più tardi del solito e mi stavo preparando la colazione quando ho sentito urlare sul pianerottolo. Ho guardato attraverso il buco dello spioncino e mi sono resa conto che ad urlare era stata la vicina che, cellulare in mano, si affrettava a chiamare le Forze dell’Ordine. A quel punto ho aperto la porta per chiederle cosa stesse succedendo.
A. mi spiegava che si era trovata davanti il ragazzo al quale aveva chiesto gentilmente di accomodarsi fuori, era giorno festivo e quindi il dottore non sarebbe passato in studio a visitare, ma lui non voleva sentire ragioni. Così, dato che non riusciva a fargli capire in altro modo che doveva andar via, lo aveva minacciato di farlo uscire con l’aiuto delle Autorità preposte.
Superfluo aggiungere che la reazione del ragazzo fu la solita di sempre, anzi. Quando ad invitarlo ad uscire furono altri due condomini che si trovarono a passare di lì iniziò persino ad alterarsi intimando ad una signora di comprargli del pollo da mangiare.
Io e A. siamo rimaste circa un’ora ad aspettare l’arrivo della polizia (impegnata nel frattempo in altri interventi) che provò anch’essa, all’inizio, a far ragionare il ragazzo dicendogli che non poteva trattenersi in una proprietà privata ad aspettare il dottore che, oltretutto, non sarebbe mai arrivato quel giorno a visitare perché era festa nazionale. Solo dopo molte insistenze, che non portarono a nessuna collaborazione da parte del soggetto, i due agenti furono costretti a trascinarlo fuori con la forza.
La vicenda ha in sé delle tinte tragiche che vede valere le sue ragioni per tutti i soggetti coinvolti nell’avvenimento.
Nessuno mette in discussione che i migranti non se la passino bene, e questo vale tanto per la vita che conducono nel loro paese d’origine quanto per il futuro a cui vanno incontro quando si spostano in un’altra nazione o continente (senza casa, senza affetti, senza conoscere la lingua, senza denaro, senza abiti, senza cibo ecc.); ma è anche vero che come non se la passano bene loro non ce la passiamo bene neanche noi. Certo non abbiamo gli stessi guai (una casa bene o male ce l’abbiamo, così come gli amici, i famigliari, vestiti, riscaldamento, luce, acqua, cibo), ma le condizioni economiche (che si riversano su quelle lavorative occupazionali, sanitarie, scolastiche, giuridiche, culturali) anche qui lasciano molto a desiderare. Parlo ovviamente riferendomi a quella cerchia di gente con un tenore di vita medio alto, tralasciando i ricchi e super ricchi e i poveri poveri (altrimenti il discorso non avrebbe senso).
È un confronto che, in teoria, non dovrebbe neanche farsi, perché non si può fare un raffronto con due culture totalmente diverse. Ed è qui che ha origine la discriminazione sociale.
Ho voluto scrivere di questo fatto perché chi parla non è una persona razzista, prova ne è che il ragazzo di colore ce l’ho fatto entrare io nel mio palazzo facendomi venire, alla fine, anche dei sensi di colpa (la vicenda sarebbe potuta finire anche peggio, mettendo a rischio l’incolumità di più di un condomino visto che il ragazzo cominciava a rispondere e ad atteggiarsi in maniera rancorosa). Se avessi avuto una mentalità discriminatoria, state sicuri che quello manco si avvicinava nei pressi di casa.
Cosa voglio dire con questo?
Che non credo che gli italiani, o qualsiasi altro individuo appartenente ad altra nazionalità, siano delle cattive persone. Di base nessuno è cattivo: nasciamo tutti liberi, buoni, con gli stessi diritti, le stesse emozioni, gli stessi sentimenti, gli stessi bisogni, le stesse aspirazioni. È la società che ci trasforma in esseri barbari, simili alle bestie (principio questo sostenuto anche dal filosofo francese Jean-Jaques Rousseau), che ci costringe a modificare la nostra natura per meglio adattarci ai rischi e agli imprevisti in cui possiamo incorrere.
Questo “scudo” che funge da difesa dei nostri diritti, della nostra libertà e della nostra incolumità, lo esibiamo (con ostentazione) soprattutto di fronte allo straniero che vediamo come nemico. Chi è? Da dove viene? Come vive e come ha vissuto sino ad oggi? Quali sono le sue abitudini? Come pensa? Cosa vuole da me?
Se poi ci mettiamo il carico che la Legge dello Stato italiano (badate bene: la Legge) non fa nulla per eradicare queste discriminazioni ma, anzi, tutela il soggetto debole (in questo caso lo “straniero”) a discapito dei suoi cittadini, capite bene che il problema discriminazione non solo resta ma, col passare dei giorni, si ingigantisce e diventa ancora più difficile tollerare l’altro che viene percepito come il nemico.
Tradotto con parole più semplici, lo Stato, che dovrebbe occuparsi di debellare i problemi della società – il fenomeno discriminatorio prima di ogni altra cosa perché “ogni cittadino è uguale di fronte alla legge e tutti hanno uguali diritti e doveri” – è il primo, al contrario, ad attuare e a generare la discriminazione.
Stesso discorso con la ludopatia.
Se la Legge vieta il gioco d’azzardo – e anche qui non facciamo distinzioni del divieto tra minori e adulti perché una cosa, quando è vietata, è vietata – perché allora autorizzi le tabaccherie ai gratta e vinci, all’enalotto, Superenalotto, le slot machine, le sale da gioco e tutte le altre diavolerie connesse che conducono alla rovina (psicologica ed economica) delle persone?
Uguale schema per le sigarette. Il fumo nuoce gravemente alla salute. Benissimo, allora perché anche in questo caso ne autorizzi la vendita?
Restiamo però nell’ambito del fenomeno “straniero-discriminazione”.
Mi sono persuasa (o come piace dire ad Andrea Camilleri per bocca di Montalbano mi sono fatta persuasa) che, così come il femminicidio, non si arriverà mai ad una soluzione definitiva che consenta una condizione di parità tra i simili. E questo, per quanto non ci piaccia il lemma, perché siamo diversi. Nessuno è uguale all’altro. Ognuno di noi è unico, non esiste una copia dell’altro. Persino i gemelli omozigoti sono diversi.
Ora, se l’essere diversi è un qualcosa di congenito alla natura umana, come si può affermare di essere tutti uguali?
Persino La Legge umana (Giustizia) e divina (Dio) operano delle distinzioni. La Giustizia, il Diritto, la Norma, la Giurisprudenza è interpretazione (l’interpretazione non è mai oggettiva, ma soggettiva e già questo è un distinguo).
Pensiamo alle numerose controversie di cui sono investiti i Tribunali e le Corti d’Appello d’Italia da nord a sud. Una chiara dimostrazione di quanto la Legge non viaggia su un unico binario, ma prende direzioni diverse. Laddove il passeggero si aspettava di scendere, tutt’a un tratto si accorge che quello (il Treno) ha deciso di cambiare destinazione. “Mannaggia alla pupazza! Ma io avevo fatto il biglietto per Ragione e ora mi trovo a Torto. E mo’ che faccio? Devo tornare assolutamente indietro! Mi reco in biglietteria e vado a reclamare con l’inefficienza e l’inettitudine del servizio! Mi costasse pure un altro titolo di viaggio, ma io devo andare a Ragione” pensa il povero malcapitato. E così, fremente di aspettativa, prende l’altro Treno sperando che arrivi alla stazione giusta.
Anche la Religione, la Fede, il Credo non è uguale per tutti. C’è il Cristianesimo, il Buddismo, l’Islamismo, l’Ebraismo, lo Shintoismo e via dicendo. E quindi il Dio non è lo stesso. Il più delle volte, anzi, la Fede si trasforma in violenza.
Essendo quindi tutti quanti noi diversi l’uno dall’altro singolarmente, siamo diversi anche per religione, per carattere, per discendenza, per condizioni economiche e, soprattutto, per cultura e istruzione.
Possiamo usare tutte le belle parole di questo mondo e mostrarci sensibili e piacenti con tutti per ottenere la benevolenza del pubblico e della maggioranza, ma il nocciolo della questione non cambia: l’integrazione totale di due o più culture non arriverà mai al cento per cento. Possiamo solo sperare che ciò avvenga. Siamo già fortunati se ci si arriva “a miscelarsi” al cinquanta per cento (una sufficiente percentuale c’è, è bassa ma c’è).
Io “straniero” ti accolgo, ma quello che vale per te vale anche per il mio amico (Principio dell’Uguaglianza, nient'altro che un'utopia). Se nella mia casa il mio amico mi manca di rispetto e mette a soqquadro l’appartamento, nonostante la mia benevolenza, la mia generosità, il mio spirito di collaborazione e la mia apertura verso quelle che sono le sue abitudini, i suoi hobby ecc., non puoi pretendere che la nostra amicizia resti uguale a prima. I miei sentimenti nei tuoi confronti sono cambiati, perché hai leso la mia fiducia. Comprendo che il tuo modo di pensare è diverso dal mio, e non te ne faccio una colpa; ma poiché questo è un ostacolo alla nostra convivenza, non voluto da nessuno dei due, è bene (per la serenità e la buona pace di tutti e due e per evitare l'egemonia dell' odio e della violenza) che ognuno vada per la sua strada.
Ho cercato di fare un’analisi quanto più lucida del problema, seguendo un ragionamento logico e razionalmente deduttivo, scevro da influenze politiche, religiose o emotive.
Ora pensatela come volete e traetene le vostre conclusioni.
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